Questo corposo romanzo è tutto un alternarsi di monologhi spezzati di una madre e di un figlio, pseudo-conversazioni deliranti suddivise in episodi racchiusi da prologo, parodo ed esodo: la struttura richiama la tragedia greca, la trama svela invece una tragedia contemporanea, che si apre con la fretta e si conclude con la distrazione di una donna, sgranando nello scorrere di peripezie ed eccentricità linguistiche di Cattiverìa le difese che le persone e le parole sanno opporre con perversa creatività alle asperità dell’esistenza.

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Qualsiasi analogia di questo racconto con persone o vicende realmente esistenti è da considerarsi puramente casuale.  Ma a questo nessuno può credere. La denuncia di uno stupro mai avvenuto, l’incendio appiccato a un campo rom, l’imprenditore che si butta in politica. Non serve un grande sforzo mnemonico per ritrovare questi titoli sui quotidiani di tutto il paese. Di Marino si lascia ispirare dalla realtà che lo circonda, fa propri i fatti di cronaca nera di cui legge sui giornali e con la sua sensibilità di scrittore li trasforma, li adatta, li reinventa e li risolve in questo romanzo. Eleva alla massima potenza il grigiore, la nebbia, la decadenza e i contrasti di Milano semplicemente ribattezzandola Gangland. Rende il capoluogo lombardo la rappresentazione perfetta, la sintesi esaustiva dell’attualità italiana. E si spinge oltre; la sua Gangland è anche finestra sul futuro, monito di ciò che potremmo diventare se non si arresta il declino.

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Barletta: 8 Dicembre 1952, 17 morti; 16 Settembre 1959, 58 morti; 3 Ottobre 2011, 5 morti.

Per non dimenticare le vittime di quel sordido patto fra partito del mattone e negligenza amministrativa.

 


Dal buio

Ave Maria, piena di grazia, che sei nei cieli, Ave Maria, Ave Maria, Ave Maria, che sei nei cieli, non fa così,  non  così, Ave Maria, piena di misericordia, salvami, salvami, tutto buio, un tuono, poi tutto buio, Ave Maria e Cristo santo, sono qua, mi vedete? Sono qua, non mi muovo, solo le dita, solo quelle, un poco, Ave Maria, piena di grazia, sì fa così, il Signore è con te, sento solo il cuore, il mio, come un pazzo, sbatte, Ave Maria, Ave, Ave, Ave Maria, sbatte, mo crepo, non c’è aria, il cuore, il cuore, benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno, Franchino, Franchino, piccino, creatura mia, un tuono, è venuto giù tutto, tutto, Franchino cosa farai, mo?

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Proposta

Il soggetto collettivo poetico “Noi Rebeldìa”, concluso l’esperimento We are winning wing (“Noi Rebeldìa 2010”), il testo collettivo e anonimo messo in rete da www.retididedalus.it e poi edito da CFR, propone, per il 2013, il nuovo testo L’ora zero.

L’ora zero, lanciato in rete, è un testo di undici (11) “lasse”, ognuna delle quali è di cinque (5) versi, e opera di undici voci poetiche diverse: un soggetto collettivo plurale in azione (un “multi-ego in movimento”). L’ora zero, come è stato per We are winning wing, è messo online su www.retididedalus.it, e proposto, come indicato più avanti, ad altri siti e blog di poesia (italiani e non italiani).

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…dieci anni fa a Kyoto impressionai su pellicola l’immagine di una carpa koi, che comparve tra le nuvole di un cielo meraviglioso riflesso nell’acqua… 
 
Il titolo Koi (131 I) richiama l'analisi dello iodio radioattivo che potrebbe essere ora presente in quella fatidica carpa. 
Il significato che quell’essere porta con sé è imprescindibile dalla ricchezza culturale orientale legata all'acqua e al suo essere fonte e ricchezza di creazione del pensiero meditativo nell'uomo giapponese; come chi vive a ridosso dei mari dei laghi e dei fiumi non può nella propria opera non essere quantomeno sfiorato dall'acqua che lo riveste nella sua creazione, così tra i laghi mantovani, luogo dove quest’opera è stata concepita, si trovano i figli di una forte radice contadina e culturale, che ritroviamo nelle parole poetiche di uno scrittore mantovano, parole impresse tra gli argini e catturate da chi quei luoghi li abita.

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Si è concluso domenica 12 maggio con il concerto di Terry Riley “Omaggio a Stefano Scodanibbio”, la XXXI edizione della Rassegna di Nuova Musica di Macerata. E non poteva che essere dedicata al ricordo del contrabbassista e compositore originario della città marchigiana, fondatore e direttore della manifestazione dal 1983 fino alla sua scomparsa avvenuta nel gennaio 2012 a Cuernavaca, in Messico. Fino a pochi minuti prima dell’inizio del concerto il compositore californiano Terry Riley si aggira in tuta e sandali per le vie della città con il suo volto sorridente e l’andatura dinoccolata che trasmettono grande serenità. Settantasette anni portati come meglio non si potrebbe.

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In questo suo ultimo lavoro discografico, presentato già nel 2004 al Festival Internazionale del Balletto di Genova, Giovanni Sollima recupera i frammenti musicali (maniacalmente) riprodotti in alcuni dipinti di Caravaggio, perlopiù brandelli parziali di linee di basso del fiammingo Jakob Arcadelt rivisitate per commentare le coreografie di Matteo Levaggi. Sono un esempio di queste riletture eseguite al violoncello e al violino tenore (strumento presente nelle opere del Merisi e ricostruito dal liutaio Walter Cangialosi) brani dalla semplicità sottile ed essenziale quali Flagellatione, Quam pulchra es et quam decora, charissima, in deliciis! e Voi sapete ch’io v’amo (cantato dalla figlia Marta) in cui il barlume caravaggesco irradia anche la materia sonora. È un percorso nel quale, allo stesso tempo, non mancano contrasti di chiaroscuro, con proiezioni di luci laterali affiancate da ombre di un sottoterra futuribile e immaginifico.

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Una vita perfetta, o quasi. Una storia da manuale, o quasi. Alessandro è all'apice della sua carriera di attore, ha conquistato il cuore di giovani adolescenti con ruoli da belloccio e il favore della critica con film impegnati. Ha una moglie e una figlia adolescente, è asceso dalla borgata alla conquista della borghesia romana di sinistra. Eppure la sua vita presenta delle crepe, come una bella architettura costruita troppo in fretta con tanto entusiasmo: troviamo il protagonista nella casa al mare in compagnia di Beatrice, quindicenne migliore amica della figlia, sua ammiratrice, consenziente e anzi promotrice dell'idea del “rapimento per un week end”. La ragazza con la sua fresca sensualità sembra proporsi ad Alessandro come una bella promessa di riscatto, una catartica tentazione in grado di liberarlo dalla frustrazione accumulata in una vita. Consapevole di star compiendo il più grosso errore della sua vita, Alessandro va consapevolmente incontro alla sua rovina, che inevitabilmente si abbatterà su di lui nella seconda parte del romanzo.

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«La mia musica è calligrafia, dipinta sul margine intonso del tempo e dello spazio. Ciascun suono possiede una forma simile a quella delle linee e dei punti tracciati dal pennello. Questa linea è dipinta sulla tela del silenzio. Il bordo di questa tela, che fa parte del silenzio, è importante quanto i  suoni udibili. Senza uno spazio vuoto, un foglio bianco, non si può scrivere, senza il silenzio non esiste il suono. In questa calligrafia del suono, suono e silenzio sono una cosa sola, l'uno contiene l'altro». Da queste parole del compositore Toshio Hosokawa emerge quanto il vuoto, elemento importantissimo nell’orizzonte delle koinè orientali, non solo musicali, risuoni ricco di contenuti proprio come nuvole in movimento che spostandosi ora scoprono (o nascondono) un presentimento di luce. Con la stessa brevità che può avere una parvenza di luminosità, i suoni che si formano sbocciano come fiori di un’Ikebana nel silenzio e, come antichi haiku, hanno la durata di un respiro.

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Era ancora l'inizio dell'estate, quasi sei mesi fa, quando lessi “La regina non è blu” e ora non trovo più nemmeno il libro. Questo sarebbe un altro argomento, quello che sta succedendo tra me e i libri, libri che ho amato a partire dall'adolescenza, che mi hanno fatto compagnia e mi hanno indicato mille possibili esperienze di vita e ora si allontanano.
Amo i libri, o meglio le storie, amo meno l'industria, l'editoria e il tagliare un albero per sputarci sopra macchie d'inchiostro autentiche come le lusinghe del tabacco. Spero solo che con la diffusione degli eBook reader qualcosa cambi: vorrei tornare a reperire con facilità e senza dilapidarmi buona letteratura. Essenziale e nutriente.
Questa è una recensione, lo specifico, perché mi è chiaro la cosa potrebbe non essere evidente. Divago perché? Perché recensisco perché leggo, leggo perché amo le storie. Più sono autentiche e intense e più le amo (l'autenticità non esclude la narrazione dei territori del sogno). Recensisco “La regina non è blu” perché ho conosciuto Marco Benedettelli ai tempi in cui lavoravamo assieme ad Argo, rivista d'esplorazione, del mondo ma anche delle nostre possibilità.

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La rivista d’esplorazione ARGO ha dedicato il suo XVIII numero al tema multiforme e fluido dell'acqua.

Un percorso che esplora e interroga la relazione dell'umano con l'elemento vitale per eccellenza: acqua come fonte primordiale di vita, acqua come vettore e frontiera dell'orizzonte umano, acqua come risorsa e limite. Dopo un numero oscuro e ctonio, dedicato alla morte (VIXI, n17), H2O diventa dunque un inno alla vita ritrovata, alla forza generatrice e rigeneratrice della natura.

Coinvolgendo artisti, poeti e scrittori, ricercatori e professionisti, Argo accompagna il lettore tra mito ed attualità, tra scienza e filosofia, tra arte e società : un breve testo di Erri de Luca introduce un'intervista al giurista Ugo Mattei incentrata sulla questione dell'acqua come bene comune ; la missione speleologica dello scrittore e fotografo Carlos Solito fa da contrappunto all'immersione di un apneista ; il mondo delle ninfe e del sacro incontra reportages antropologici, diari di viaggio ed articoli di geopolitica ; poesia e musica accompagnano l'esperienza intima di una sessione di rebirthing.

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Puoi acquistare una copia di Argo tramite versamento. Ogni numero di Argo -  H20 costa 10 euro, spese postali incluse.

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In occasione della Giornata nazionale del dialetto, Argo inizia a pubblicare on-line un’anteprima dell’antologia L'Italia a pezzi. I nuovi poeti in dialetto e in altre lingue, a cui stiamo lavorando dal 2011, anno delle celebrazioni per i 150 anni dell’Italia unita.

Sintesi aggiornata dell’Introduzione scritta da Manuel Cohen: qui

Sarà pubblicata sul sito una poesia (o una breve selezione nel caso di un poema) per ogni autore incluso nell’antologia, con una sua nota biobibliografica e le eventuali risposte date dal poeta a un questionario da noi diffuso via internet. 

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Al Magnifico Rettore Prof. Ivano Dionigi

Abbiamo appreso, dai quattro angoli del mondo in cui siamo finiti dopo gli anni passati all’Università di Bologna, che Bartleby è stato sgomberato dalla sua sede di San Petronio Vecchio. Sconcertati siamo andati alla ricerca di qualche informazione in più. Dall’Ansa abbiamo appreso che Bartleby «e' stato murato all'alba [del 23 gennaio] dalle forze dell'ordine su richiesta della proprietà, l'Ateneo.» Siamo rimasti di stucco. Pur sapendo che c’erano già stati precedenti frizioni fra Lei e il collettivo, non immaginavamo che un’Istituzione presieduta da un umanista come Lei potesse arrivare a un’aberrazione del genere.

Abbiamo avuto modo di assistere a lezioni, concerti, dibattiti di altissimo profilo al Bartleby. Noi stessi abbiamo trovato ospitalità e collaborazione per iniziative di grande rilievo, come l’assemblea 2011 degli intellettuali contro la deriva incostituzionale del Governo Berlusconi e molte altre. Abbiamo partecipato attivamente a più di un raduno nazionale di riviste culturali autoprodotte, quel BIRRA che ha portato alla nascita prima della Emeroteca poi alla Biblioteca Roversi all’interno di Bartleby. Non possiamo credere che la prossima volta che verremo a Bologna, da Parigi, da Kyoto, da Verona per presentare il nuovo numero di «Argo» non troveremo più Bartleby ad accoglierci.
 

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«Al centro del mio comporre c’è l’idea di considerare il suono come una materia in cui sprofondare per forgiarne le caratteristiche fisiche e percettive: grana, spessore, porosità, luminosità, densità, elasticità. Quindi scultura del suono, sintesi strumentale, anamorfosi, trasformazione della morfologia spettrale, deriva costante verso densità insostenibili, distorsione, interferenze, anche grazie al ricorso alle tecnologie elettroacustiche. E sempre maggiore importanza data alle sonorità di derivazione non accademica, al suono sporco e violento di prevalente origine metallica di certa musica rock e techno». Nella musica di Fausto Romitelli possiamo ritrovare, infatti, echi non solo di György Ligeti e Giacinto Scelsi o dei compositori francesi spettrali, la sua attenzione si è rivolta a un universo estetico che abbraccia musica elettronica, cultura psichedelica e il rock degli anni Sessanta e Settanta, dove Jimi Hendrix sta a Frank Zappa almeno quanto Hugues Dufourt a Gérard Grisey. Compositore visionario, scomparso prematuramente nel 2004 (a soli quarantuno anni), ancora oggi la musica di Romitelli è molto più conosciuta e apprezzata all’estero che in Italia, come dimostrano Anamorphosis, il nuovo album del newyorkese Talea Ensemble realizzato per la Tzadik di John Zorn, o le incisioni dell’Ictus Ensemble sotto la direzione di Georges-Elie Octors (per la Cyprès).

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Una narrazione poliegocentrica, la si potrebbe definire, quella di Roberto Saporito in Un'educazione parigina, in senso letterale s'intende: i protagonisti sono infatti due io narranti, identificati paragrafo dopo paragrafo come “primo io” e “secondo io”, la storia si concentra e si sviluppa a partire da questi due punti di irradiazione. A livello metanarrativo l'esperimento di Saporito è molto interessante: i due personaggi affluiscono nel romanzo arrivando da altri due libri dello stesso autore (che pare così legato a loro da non potersene separare), Eccessi di realtà/Sushi Bar e Carenze di futuro, come in una sorta di sequel crossover. Saporito genera un ipertesto destinato ad allargarsi: i due “io” non si conoscono, ma ruotano entrambi anche se in modi diversi attorno alla città di Parigi, e il loro vorticare coinvolge una serie di personaggi secondari, luoghi ed eventi che pian piano fanno rete, mostrando connessioni inaspettate.

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Il 18 maggio 1973, in Texas, dal palcoscenico di un liceo di Dallas, uno studente proclamò: «Solo per iniziare a capire la musica di John Cage, è necessario esaminare alcune delle sue idee e filosofie più importanti, a prescindere dal fatto che le si condivida o no. Prima di tutto, c’è il suo uso del silenzio. Per Cage, il silenzio è una parte integrante di un brano musicale, che ha la stessa importanza delle note suonate. Fra l’altro, vorrei ricordarvi che il silenzio totale non esiste se non in un vuoto pneumatico: ovunque vi siano persone o qualsiasi forma di vita vi sarà qualche tipo di suono. Nei suoi lavori, dunque, Cage non usa mai il silenzio assoluto, ma semmai le varietà di suono generate dalla natura o dal traffico, che normalmente passano inosservate e non vengono considerate musica…». Perché secondo Cage i rumori «sono utili alla nuova musica quanto le cosiddette note musicali, per il semplice motivo che sono suoni», come scrive in Silenzio, il suo libro cult pubblicato nel 1961. E ancora: «La musica è in primo luogo nel mondo che ci circonda, in una macchina per scrivere, o nel battito del cuore, e soprattutto nei silenzi. Dovunque ci troviamo, quello che sentiamo è sempre rumore. Quando lo vogliamo ignorare ci disturba, quando lo ascoltiamo ci rendiamo conto che ci affascina».

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Scampoli di vita, strappati alla routine, emergono dai racconti di Anderson senza fretta, senza effetti stupefacenti, il più delle volte senza dei veri e propri colpi di scena. L'aneddoto è centrale in alcuni racconti, quasi superfluo in altri, in ogni caso viene sempre trattato come un centro di irradiazione di altri aneddoti, ricordi, storie parallele ma soprattutto riflessioni che riflettono l'irrequietezza dei personaggi. Loro sì sono centrali, importanti, spesso addirittura ingombranti allo svolgimento della vicenda, ed è qui che l'autore rivela la sua natura e il suo scopo: i protagonisti premono contro le pareti del racconto esattamente come premono contro lo pareti del guscio in cui si svolge la loro vita. Sono anime intrappolate, insofferenti, desiderose di uscire da qualcosa, una situazione, una relazione, una condizione che più umana non si può.

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«Non sono affatto convinto che la musica sia una sola, come oggi è assai di moda affermare. Le musiche sono tante e diverse, ognuna possiede un proprio codice che va studiato, approfondito e compreso senza pregiudizi ma anche senza voler mettere tutto sullo stesso livello qualitativo. L’interesse sta proprio nel saper apprezzare le differenze di valore tra i vari generi, anche se è ovvio che nessuno stile possiede intrinsecamente il diritto alla qualità, come sembrano invece pensare certi tristissimi appassionati di musica classica» scrive Carlo Boccadoro in apertura del suo libro Lunario della musica.

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Una folla di personaggi si accalca e vortica attorno ad un misterioso serial killer, anomalia nella tranquilla città di Udine, creando una rete di poliziotti e ispettori, magistrati e politici, gente comune e innocenti ragazze vittime di un maniaco organizzato e preciso, apparentemente imprendibile. Le acque diventano sempre più torbide, man mano che si procede nella lettura, da molti punti di vista: un omicida seriale che forse non è solo complica il lavoro degli investigatori con un mix di lavoro chirurgico e orchestrazione scenica delle proprie sevizie, un ex poliziotto dal passato traumatico e ancora irrisolto agisce in bilico tra vittima sacrificale del potere, paladino della giustizia e carnefice di se stesso, mentre gli strati di corruzione istituzionali cooperano all'insabbiamento di qualcosa di cui gli stessi ingranaggi del sistema sono all'oscuro, sotto la direzione del potente di turno, sullo sfondo di una clinica dai traffici poco chiari.

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