I lampioni, tondi e concavi, versano sul piazzale una luce giallastra e uniforme.
Se ne stanno lì, arrampicati in cima a grigi pali che partono robusti da terra, per poi assottigliarsi man mano che salgono verso la sommità. Sembra quasi che quelle lampade siano sospese nel nulla, che quei piatti se ne stiano lassù da soli, con le loro forze, una specie di dischi volanti che incombono sulla stazione, pronti a fulminare con i loro raggi mortali i viaggiatori ignari che escano allo scoperto, fuori dagli edifici squadrati di marmo.
Troppo stretto quel piazzale, costruito anni fa quando le macchine erano poche, quando erano piccole e strette, macchine che accompagnavano qui, al treno, quelli che tentavano l’avventura in città, che lasciavano il campo per un impiego al ministero. Adesso le macchine sono grandi, larghe, occupano troppo posto e il piazzale è diventato piccolo, sembra un cortiletto sempre ingombro.
Ci sarebbe un altro piazzale, nuovo, oltre i binari, legato alla stazione da un budello che corre appena sottoterra, muri di marmo e scritte di writers fuori zona a lordarli, linoleum a terra e lampade bianche a disegnare coni di luce, ma non è lì che passerà Hanja per raggiungere il treno, non da lì.
 Elio rimane nascosto nella pozza di buio disegnata dalla chioma del platano che scherma la luce del lampione; la sua mano destra ha un movimento continuo all’interno della tasca del giaccone, le sue dita scorrono sulla superficie d’acciaio, seguono il profilo del ponticello del grilletto, i suoi polpastrelli sentono i minuscoli rilievi, le microscopiche valli della zigrinatura che disegna l’impugnatura della pistola. E’ una 92 Brigadier, sta lì nella sua tasca a lasciarsi accarezzare, sta lì nella sua tasca, in attesa di Hanja.
“Il legno non dovrebbe essere freddo. Il legno lo sente il calore, lo conserva. Non è mica come il metallo, che basta lasciarlo un attimo perché ritorni gelato, perché si dimentichi del tuo calore.”
 Vincenzo si sistema sul sedile della sala d’aspetto; se ne sta compatto, stretto in se stesso, a trattenere qualcosa che sembra voler scappare via in quella stanza fredda, foderata di pannelli di marmo di un colore desolante.
“E’ la febbre. Si deve essere alzata se sento perfino i brividi, e non c’ho neanche un’aspirina…”
 I suoi occhi si alzano fino al grosso orologio circolare, essenziale, dal quadrante bianco su cui spiccano le cifre nere.
“Ancora un’oretta, tanto per gradire, proprio per andarsene nel cuore della notte, col silenzio, senza nessuno che ti veda. Night train…se fosse un blues sarebbe un titolo perfetto, ma uno di quei blues trascinati, strappati, da chitarra dobro.
 Ma in un blues così non c’è posto per uno che si chiama Vincenzo e neanche per una stazione come questa, per un posto come Orte.”
“Puttana, puttana…troia maledetta che m’hai strappato l’anima, che m’hai preso in giro, da coglione m’hai trattato…che coglione!”
Brutti pensieri confusi girano nella testa di Elio, che gli fanno stringere i denti fino a fargli male, che gli incordano i muscoli dietro il collo facendogli bruciare la nuca, la testa, il cervello.
“Puttana no…che non s’è portata via un soldo…”

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La confessione di un assassino seriale, lucida e completa, si dispiega lungo le pagine di questo romanzo, in cui la trama scaturisce attraverso la personalità del protagonista narrante, Lorenzo Ceré. Un personaggio complesso, apatico e segretamente lussurioso, che si rivolge a noi lettori in modo estremamente chiaro, consapevole, attento a far sì che il suo messaggio giunga a destinazione senza fraintendimenti.
La necessità di curare un’emicrania cronica lo porta nello studio della dott. Malaspina, psichiatra tanto avvenente quanto preparata. Lei è l’altro personaggio portante del romanzo, per la quale scatta un inevitabile quanto indomabile transfert: è l’unica persona al mondo che Lorenzo rispetti, l’unica con la quale vorrebbe aprirsi, l’unica che gli abbia mai fatto intravedere una prospettiva di vita alternativa. Di fatto il libro si presenta come la risposta, data a noi, alle domande poste dalla Malaspina durante le sedute di terapia, in cui il nostro fa rigorosamente scena muta.

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Romantici, birbanti, trafitti da una malinconia profonda, malandrini e sarcastici, viziosi e amari. Gli SCHERZI ? di Massimiliano Chiamenti sono racconti brevi dal ghigno beffardo e sornione, che ci conducono con sfacciataggine nelle sfere della solitudine e dell’incomunicabilità, dove gli amori falliscono e i desideri di dolcezza restano inappagati. E queste esperienze un po’ dure e amare vestono, nella trasposizione letteraria impressa da Chiamenti, abiti sbarazzini e birichini, quelli della commedia umana allegra e gaia, in cui ribolle una comicità anche demenziale e scoppiettante.
Gli SCHERZI ? di Massimiliano si presentano appunto come delle burle. Ma forse sono scherzi fino a un certo punto (come insinua il punto interrogativo nel titolo). L’autore ci racconta qualcosa di molto reale, un mondo ben preciso, il proprio, fitto di odori e di facce, popolato dalle ombre e dalle luci dell’eroina, dell’edonismo che crolla su se stesso, del freddo che morde le ossa nelle crisi di astinenza, e dei cocenti amori per giovani  delinquenti magrebini carichi di erotismo esotico, e però, alla fine della fiera, marchettari e sfruttatori.
Il libro è breve, sono una ottantina di pagine. La casa editrice è la Giraldi che come la stragrande maggioranza delle piccole case editrici italiane, si sorregge con le pubblicazioni autofinanziate dagli scrittori. E - ci ha spiegato Chiamenti - si fa pagare molto e regala anche pochissime copie agli autori, che poi, se si vogliono fare promozione e dare in omaggio volumi a critici o giornalisti, sono costretti a ricomprarsi dei volumi di tasca propria dall’editore, pagando due volte. E SCHERZI ? non  meriterebbe queste autotassazioni.Se non fossimo in Italia, probabilmente la raccolta avrebbe avuto altra sorte. Il libro è una chicca. Di quelli che si leggono in una notte, trascinanti per chi ha un debole verso quel genere di narrativa all’apparenza disimpegnata, imbevuta di atmosfere neorealiste e decadenti, che però scava nella polpa dei sentimenti umani, fino a toccare il nocciolo delle dinamiche psicologiche ed emozionali dei suoi protagonista viziosetti e disperati

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Continuano le nostre esplorazioni delle Oscenità italiane. Di seguito pubblichiamo un contributo di Andrea Inglese, che per Argo ha rielaborato e condensato una serie di suoi appunti pubblicati su Nazioneindiana, all'indomani dell'uscita nelle sale cinematografiche del film-documentario Videocracy di Erik Gandini (“Videocracy” o del fascismo estetico - prima parte e seconda parte).
 
Su Videocracy o del “fascismo estetico”

Essere spettatori di Videocracy è un’esperienza profondamente sgradevole. Durante la proiezione del documentario è percepibile un diffuso imbarazzo, che ogni tanto è rotto da qualche risata liberatoria. Ma quelle risate, appena risuonano, più che liberare incatenano maggiormente alla propria vergogna. Poi c’è lo schifo. Uno schifo da tagliare col coltello. E quindi la nausea di nervi, veri e propri crampi. E quando ti alzi e vedi gli altri spettatori come te, e sai già fin d’ora che se ne andranno come se niente fosse, come si esce ogni sera da un cinema, un po’ stralunati e un po’ eccitati, ti piomba di nuovo addosso la vergogna, quasi fossimo tutti quanti testimoni passivi e docili di un crimine detestabile, concluso il quale ognuno se ne va solitario, omertoso e impotente a casa propria. Strano effetto, davvero. Ma come? Non avevo io letto Anders, Debord, Baudrillard, Bauman? Non avevo letto Barbaceto, Travaglio, Perniola, la Benedetti, Luperini? Non conoscevo già tutta questa vicenda a memoria? Non avrei dovuto essere immune dallo shock? Non ho forse letto analisi e ascoltato dibattiti sul genocidio culturale, sulla rivoluzione mediatica degli anni Ottanta? Sul grande smottamento antropologico, cominciato con Drive in?

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Dora Albanese - Non dire madreNon tremare, non tremare, non tremare... ho freddo, ho freddo, ma non devo tremare, devo smetterla... smettila cretina!... Smettila di tremare, smettila!- Inizia con queste frasi la prima storia che apre l'antologia di Dora Albanese, ventiquattro anni, nata in Basilicata. “Non tremare” è un lungo excursus (47 pagine) che seziona la maternità, l'atto del divenire madre. Ci troviamo in un'ospedale di Matera, subito fuori dalla sala operatoria, tutto è già accaduto, tutto sta accadendo. La prima persona usata dall'autrice è sorprendentemente efficace nel descrivere il dolore, lo stupore, l'amarezza e la paura, soprattutto la paura a cui va incontro la protagonista che si trova a diciannove anni a dover dire, spinta dall'istinto e dalle convenzioni sociali: “Bevi a mamma”, invitando il proprio bambino ad attaccarsi al capezzolo. E' una prima persona che incede con la sicurezza propria di una visione ben nitida che porta il lettore fin dentro alla carne raccontata, al dolore dell'ospedale, all'ubiquità dei sentimenti. 

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                                  As Adam early in the morning,
     Walking forth from the bower refresh’d
      with sleep,
     Behold me where I pass, hear my voice,
      approach,
     Touch me, touch the palm of your hand to
      my body as I pass,
     Be not afraid of my body.
         Whitman

 

IL SENO
La signorina Mary ha un bel seno.
La signorina Mary, essendo sovrappeso, mantiene un seno fiorente e rigoglioso.
Spesso la notte Mary resta senza fiato, con le mani sul petto, piena del suo seno. Sotto il seno c’è lo stomaco e dopo la pancia, e dentro ancora c’è lei, sola, in un angolo buio.

LE GINOCCHIA
Quand’era molto giovane, a Mary capitò un giorno di vedere un film in cui lui viveva soltanto per sfiorare tastare e assaporare con le dita il ginocchio sinistro di una ragazzina seduta su un muretto sotto le fronde degli alberi. Solo per una volta, per pochi istanti, mentre lei guarda lontano.
Oh com’era felice lui!
E quanta gioia anche per la nostra Mary!

GLI OCCHI
Gli occhi della signorina Mary sono blu, sono verdi, sono gialli. Scendono come un tratto di matita, come una stanchezza improvvisa, tristi. Sono gli occhi di suo padre. Se si guarda allo specchio, la signorina Mary vede che i suoi occhi sono una tragedia, vissuta e immaginata, sempre peggio, sempre più allucinata. Più passano gli anni e più s’infossano, mentre la bocca si fa più piccola e le labbra più sottili. Eh sì, è l’età.

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Sul mio corpo ruderale non cresce l’erba. Con questa consapevolezza, stamattina, mi sono insinuato di nuovo nei vicoli stretti di una città qualsiasi affacciata sul mare.
Dentro ho l’ansia furiosa che cerca madonne antiche, di cappella in cappella, per strappare una grazia.
Sto frugando tra i miei pensieri, nell’acqua sporca di ieri dove le donne lavavano i panni sporchi, strofinando pezzi squadrati di sapone, così grossi da enfiarmi la pelle fresca di bucato.
Nella Chiesa del Carmine c’è un’aria stagnante di incensi, imputridita di litanie ripetute a bassa voce.
Quando varco la soglia soprannaturale divento serio, l’ho imparato da mia madre, ma non ho ancora imparato a segnarmi: è un gesto talmente strano, come salutare un morto.
Invece mi piace sedermi tra i banchi di legno, perché mi accascio e sonnecchio reggendomi la testa tra le mani.
C’è il cristallo spesso, appannato, intorno alla teca, per proteggere la verginità di questa  madonna dai fedeli, che depongono peccati rancidi,  primizie marcite, ai suoi piedi.
Vorrei incontrare i suoi occhi, almeno una volta nella vita, ma sono rivolti al cielo, scavati nell’incarnato cereo solcato da gocce di sangue grosse come grani; sono gli  occhi sfuggenti della verginità che hanno orrore del peccato.
Le madonne vere non fissano mai i loro sguardi nei nostri.

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"E' chiaro ormai, si alzerà un'alba grigia e di talco anche oggi, un lume opaco a mezzo cielo e qualche nuvola inesatta e nient'altro" .
Dalla fantastica realtà subumana esplorata dal modenese Giovanni Fantasia, esordiente al suo "primo secondo romanzo", un viaggio a luci spente nel cemento degli (stra-cazzo di) anni zero. Siamo in Inghilterra, un condominio che inscatola i destini minimi di personaggi votati alla santità per come si accendono quel pezzo di fumo o asciugano i piatti al lavoro, figure scheletriche che solcano come fantasmi la squallida realtà passata all'impietoso setaccio da una videocamera che registra persino gli scarafaggi che rotolano tra le prese d'aria.
Nelle note di copertina (Quadrup Editrice) siamo avvisati, stiamo per entrare in "Un racconto senza storia, fesso, malinconico, ansimante": ma la realtà qui sviscerata nella sua impietosa amarezza è sublime proprio perché per nulla retorica: è la riscrittura del dolore incosciente che ci avvolge tutti, a volte apri gli occhi e vedi come vivi, cosa arrivi a pensare. (Ma la condizione del dolore - a volte - è solo dettata dalla scarsa consapevolezza dei mezzi di analisi che si hanno a disposizione. E sarà capitato anche a te. Ma poi Scrivere diventa la via di fuga: sei in alto, leggero, lontano da tutto, lo devi fare se vuoi sopravvivere). 

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Eravamo strabiliati. Abitavamo in luoghi diversi, ma le immagini e le parole, che ci penetravano violentandoci senza tregua, erano le stesse. In intimi silenzi coltivavamo piccole frustrazioni domestiche e quotidiani entusiasmi.
 
Con in tasca briciole di ideologia camminavamo per le strade delle nostre città. Eravamo molecole violentate a raffica, senza capire esattamente da dove, precisamente da chi. Violentate nell’immaginazione e nei desideri, violentate nelle possibilità e negli imprevisti, violentate nel presente nel passato e nel futuro. Violentate, impregnate e portatrici ogni giorno, noi stesse, di viscida violenza. Violentate senza poter dare un nome a questa violenza. Stavamo a guardare.
 
Sua Emittenza, testa sintetica, aspettava la morte di un altro governo fragile e zoppo, soffiandoci contro, con sadico divertimento, la sua demoniaca congiura di Palazzo. Si sfregava le mani in seconda serata, in attesa della sua terza orgia di potere. Invano il Grillo parlante, l’Ultimo dei Movimentatori, dopo che anche i girotondi si erano tramutati in gorghi, metteva in guardia i burattini dai Lucignoli del Paese dei balocchi.
 
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L’ultima fatica di Argo, «Oscenità», è un romanzo collettivo on the road attraverso l'Italia, da Sud a Nord e ritorno. Alla sua stesura hanno contribuito il controverso artista Federico Solmi, il repoter d'assalto Fabrizio Gatti, il giullare scomodo Paolo Rossi, i nuovi poeti dialettali - da Domenico Brancale a Edoardo Zuccato -, il poeta americano Jack Hirshman, il sociologo Massimo Paci, l'ex Cccp Massimo Zamboni, il narratore Vanni Santoni, l'italianista engagé Andrea Battistini, i collettivi Kai Zen, Wu Ming e gli Argonauti, da Roma a Kyoto.
 

L'uscita di Oscenità è stata segnalata da:   D di Repubblica | il manifesto | Le Monde Diplomatique | Nazione Indiana | Marsalac'è | LPELS | Spie Show 

 

 

 
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