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Anfibi | Sogno di Francesco Maria Terzago

Io non sogno spesso, o meglio, sono poche le volte che ricordo i sogni che faccio. Quando accade sono un po’ sbilenchi e hanno la patina di Cabal, un film del 1990 dove il cattivo è interpretato da Cronemberg e i buoni sono dei mostri che vivono in una cripta. L’ultimo sogno inizia così: un gruppo di sessantenni compra la casa dove hanno trascorso l’infanzia e decide di ammodernarla e farci un’attività ricettiva. Qualcosa va storto; per sbarazzarsi della presenza invadente di alcuni anfibi decidono di svuotare una vecchia vasca ma, dopo un breve periodo in cui tutto sembra filare, le bestie ricompaiono, infatti: alcuni giorni dopo che le pompe hanno drenato via tutta l’acqua i tritoni iniziano a salire dagli scarichi dei bagni e della cucina e, durante un temporale estivo, a precipitare dal cielo – immaginatevi questa tenuta in stile teosofico, la pioggia, la foresta che la circonda, paesaggio collinare, vegetazione fitta, giardino per buona parte ancora in abbandono i cui confini si confondono con la natura inselvatichita. Questi sogni che faccio hanno uno stile cinematografico, intendo, un montaggio, per esempio: si vedono i tritoni che lasciano l’acquitrino, che strisciano nell’erba tagliata e che poi invadono in massa la nuova piscina, mettendo in fuga i primi ospiti; le immagini seguenti sono di un generatore, del fumo che si alza dallo scarico, il tubo dell’idrovora che si muove, serpeggia e cambia colore; e nel liquido che scorre lì dentro, rosso, le sagome degli anfibi trascinati altrove. E poi il campo si apre e, incorniciati da una finestra, nella penombra, il gruppo di sessantenni che guarda verso il basso, accennando un sorriso; una di loro sta a braccia conserte mentre un altro la stringe dalle spalle per rinfrancarla.

         

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