Press "Enter" to skip to content

Argo N. 1 / Valerio Cuccaroni: «La figlia dei fiori»

Storie tristi finiscono in canzoni
e su accordi vivaci di chitarra

La tastiera era coperta da un telo di nylon grigio. Lo tolsi lo ripiegai con cura e lo appoggiai sulla spalliera della poltrona. Accesi la tastiera, posai il dito sul Do, iniziai a suonare Il cielo in una stanza. La prima canzone che il maestro di pianoforte mi aveva insegnato, è molto semplice. Provai anche a cantare “quando sei… qui con me… questa stanza non ha più pareeeti ma alberi…” ma presto mi stancai di esercitarmi e afferrai il mio primo libro di poesie. Alice alzò i suoi occhioni pelosi dal tappeto, la musica era cessata improvvisamente e forse si chiedeva ora cosa volessi fare. Appoggiai il libro sul leggio, lo aprii alla sezione Canzoni. Questi versi li ho chiamati canzoni perché erano stati scritti per entrare in uno spartito, ma ero stanca di aspettare gli inaffidabili musicisti amici di Raimondo. Volevo musica per le mie poesie e proprio per questo mi ero decisa ad andare a lezione dal maestro di pianoforte. Ma non ho pazienza per questo genere di cose, vorrei imparare subito… sono solo dei mezzi, lo scopo da raggiungere è un altro. Alice abbassò il muso. “Un giorno forse ci rincontreremo… ma quante volte ti ho incontrato già… quanti versi… di canzoni… non finite… e visioni svanite… troppo presto”. Afferrai il telo e mi misi a sedere sul divano di fianco alla poltrona, il nylon sulla faccia. Cosa mi era venuto in mente? Erano solo due settimane che avevo iniziato a suonare la testiera e già volevo inventare una canzone. Alice dormiva. Chissà se anche i cani sognano? Qualcuno dice di sì…
Ero sola in casa, a parte lei. Le mie amiche mi avevano abbandonata, dicevano che erano piene d’impegni, stirare cucire lavare, e poi c’erano i figli da portare a calcio a nuoto a tennis, i mariti con cui andare a passeggio, ma io sapevo che erano solo delle scuse: non avevano più voglia di sentire i miei stonati tentativi alla tastiera. Mi alzai e andai a prepararmi una tisana. Nel lavandino c’erano ancora i piatti del pranzo, presi una spugna e li lavai. L’acqua scorreva, pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto suonare assieme a Marco il sassofonista o al chitarrista, Giorgio… a loro piace il jazz, il jazz è improvvisazione, io non ho uno spartito, sarebbero sicuramente capaci di accompagnare le mie evoluzioni canore… se solo fossi capace di cantare…
Lo stridulo fischio del pentolino mi fece trasalire. Asciugai il lavandino, mi andai a sedere sul divano con la tazza fumante tra le mani. Alice alzò di nuovo i suoi occhioni pelosi e si leccò i baffi; poi si drizzò sulle quattro zampe e andò alla ciotola dell’acqua, vicino alla finestra. Scoppiai a ridere. La mia più fedele amica era un cane: per farmi compagnia era andata anche lei a bere la sua tisana insapore. Squillò il telefono.
Finalmente. Era lui. Quanto avevo aspettato quel momento, quanto avevo pregato… Gli avevo spedito il manoscritto del mio ultimo libro, volevo sapere cosa ne pensava, se era il caso di fare delle modifiche prima di pubblicarlo oppure se gli piaceva così com’era. La sua voce era profonda, piena di carisma, un dono divino. “Ha osato troppo” mi disse “canzoni prose poetiche lunghe citazioni, cosa farà la prossima volta? Le poesie rischiano di passare in secondo piano… Penso che qualcosa dovrà essere eliminato se vorrà pubblicare il suo libro con la nostra casa editrice. Io non credo che le canzoni siano poesia…”. Era un critico famoso e apprezzato nell’ambiente elitario della poesia italiana, mi sarebbe piaciuto pubblicare il mio secondo libro con la sua casa editrice e poter vantare così un’introduzione firmata da lui in persona. Sarebbe stato un suggello, la consacrazione della mia carriera poetica.
Sognavo di poter entrare un giorno, magari anche dopo morta, nel paradiso degli scrittori, dove vivono i miei autori preferiti, di potergli stringere la mano, di passeggiare con loro e fare delle lunghe chiacchierate… ma avrei dovuto snaturare il mio libro, lo avrei dovuto mutilare, sacrificarne una parte per permettere al resto di godere del favore del critico… Portai la tazza alle labbra provai a bere ma scottava. Alice nel frattempo era tornata. Salutai il critico e gli dissi che dovevo pensarci. Ma avevo già deciso.
Mi alzai, andai verso la porta- finestra, la aprii e respirai l’aria pungente della sera. C’era un fiore, una rosa gialla, appena nata. La contemplai per mezz’ora, poi rientrai cominciava a far freddo, gli spettri delle nuvole si affollavano nel cielo pronti a iniziare il loro rito, stava per piovere. Se avesse grandinato, probabilmente, la mattina dopo la piccola rosa l’avrei trovata a terra. Ho sempre amato molto i fiori, a loro non interessa vincere, la competizione, il successo, il loro scopo è donarsi per far crescere altri fiori e, un cristiano direbbe, per far conoscere all’uomo la bellezza del creato. Guardai Alice, dietro di me, cominciai a battere le mani, lei ad abbaiare, battevo le mani e facevo le piroette, lei abbaiava seguendo il battito delle mani e saltava tutto intorno.

         

Condividi