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ARGO N. 1_Yahis Martari: «Alla fine della canzone»

Lettera aperta

Confesso che sotto sotto ci potrebbe essere anche la frustrazione di chi scrive canzoni da tutta la vita, e da tutta la vita le scrive soltanto per sé. E confesso pure che il parere che proporrò è quello di un ascoltatore sufficientemente esperto e appassionato, ma non certo di un critico competente. Però mi pare evidente che nei grandi circuiti musicali, a partire forse già dagli ultimi anni Ottanta, sia iniziato un processo di deterioramento della canzone propriamente detta. Intendo, con «canzone», quell’alchimia di musica e parole di eredità provenzale, quel connubio, nell’arcana meccanica della strofa, che accorda la massima importanza alla narrazione, sia pure per immagini e suggestioni.
La canzone nasce con una fortissima componente di oralità, cosa che si rispecchia nel metro, nel ritmo, nella cadenza: i grandi cantautori come Francesco Guccini e Fabrizio De Andrè, con il supporto di una (molto spesso) esile struttura melodica, costruiscono architetture semantiche e foniche semplici e accattivanti, tanto da rendere tutto più facilmente memorizzabile e riproducibile, cioè più consono all’oralità, alla memoria, all’eseguibilità.
Ma i grandi cantautori, proprio come prima i grandi cantori, pur ricorrendo piuttosto di frequente un ritornello, magari molto semplice, che cadenzasse l’andamento narrativo e distanziasse le strofe, non hanno mai rinunciato a verbose strofe intrise di realtà autobiografiche o romanzate; non hanno, cioè, mai rinunciato a raccontare.
Facendo torto per un attimo a quei giovani (e meno giovani) cantautori che sembrano conservare una certa urgenza di dire, di spiegare, di suggerire, creare universi con le parole, vorrei concentrare la mia riflessione su chi di dischi ne vende di certo molti di più, o comunque raggiunge un numero maggiore di ascoltatori. Alcune canzoni di grande successo degli ultimi anni, per esempio, non hanno strofe; altre sono costruite sulla ripetizione, come in un loop, della stessa frase per otto o dieci volte, tanto da lasciare apparire la strofa come un inconveniente, un’attesa tristemente necessaria a raggiungere un agognato ritornello.
I pezzi forti dell’estate, quelli da ballare, sono tutti sospiri e vocalizzazioni ma di una vera strofa neanche l’ombra. Ci si accontenta delle poche parole di una ragazza procace, sudata di un’estate arida come arido è, in fondo, l’amore di cui parla.

La canzone, proprio per la sua semplicità, è spesso stata una sorta di antidoto a quella musica cosiddetta «colta» che da sempre richiede una dispendiosa educazione dell’orecchio se non proprio dello spirito; la via più semplice per raccontare delle storie d’amore, di solitudine, di libertà.
La mia impressione, che, ripeto, è veicolata più dal cuore che da un approfondito studio teorico, è questa: le canzoni di maggior successo sono molto spesso quelle che non sembrano voler dire nulla, se non che per divertirsi, ballare e sballare le parole non servono affatto. Proprio per questa poetica del disimpegno incosciente, il ritornello, la parte meno impegnativa da comprendere e memorizzare, ha avuto il totale sopravvento; cosicché l’apparato testuale è ridotto alle dimensioni di uno slogan – ma senza possederne la necessaria concretezza e immediatezza semantica.
Forse, paradossalmente, sarebbe più onesto rinunciare alle parole, come molti autori dell’estate sembrano suggerirci, sostituendole con tutte quelle forme quasi infantili di riproduzione vocale dell’andamento musicale… Ma se questa è la tendenza, se davvero le parole arrivano ad occupare il grado zero d’importanza nell’esecuzione canora, allora qualsiasi banalità lisa e insopportabile ci parrà già – in paragone alla nullità – un meraviglioso universo di pensiero e discorso.

Benché il linguaggio/musica sia probabilmente in ascesa (diventando una sorta di colonna sonora di pubblicità, attese telefoniche, consultazioni telematiche…) il linguaggio canzone sta attraversando, culturalmente, una fase di declino. Si tratterà forse davvero di un brutale effetto collaterale della società dell’informazione a costo zero, il crudele contrappasso con cui siamo condannati a pagare la facilità con cui impieghiamo le nostre parole e possiamo leggere e ascoltare quelle degli altri. L’impressione è che lentamente (ma neanche troppo) ci si stia stancando di quelle parole che ci paiono ormai scontate, dovute, smarrendo il senso in un reticolo indistinto di suoni e rumori.
Forse si tratterà di una logica e razionalissima evoluzione del linguaggio musicale, ma la canzone, almeno nel connotato cui ho cercato di accennare poco sopra, non può trovare posto in un tale vuoto di significati. Per una canzone non basta un ritornello, poiché, da sempre e necessariamente, essa è connubio tra la «parola che racconta» e la musica. Tra qualche anno, di questo passo, potremmo pentirci persino di aver criticato per decenni (pur non essendocelo, in coscienza, fatto mancare mai) il Festival di Sanremo.

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