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Argo N.2 _ Antonella Mastroianni: «Meditazioni letterarie a spasso nella rete»

In una delle mie navigationes notturne nel Web, diventate quotidianità a discapito del mio naturale ciclo del sonno, curiosando qua e là tra le pagine dedicate alla cultura in alcuni portali, mi imbatto casualmente in un accattivate link: «INTERNET E LETTERATURA». Tanto basta a stimolare la mia curiosità informatico-letteraria: CLICK!

La cosa più interessante della pagina che mi si presenta davanti è un forum dedicato tra le altre cose al rapporto tra pagina scritta e ipertesto; il curatore del sito si propone come moderatore di un dibattito impostato più o meno così: «Internet distruggerà il libro e la ricchezza stilistica della scrittura?». Mi addentro nel forum, incuriosita da un quesito per certi versi così lapidario ed anche, oserei dire, un po’ apocalittico; ma in tutta sincerità, i messaggi dei navigatori non si discostano poi molto dall’impostazione complessiva del sito. Una ragazza dice di temere la lettura in rete, fatta di parole fredde che scorrono sul monitor e non dicono nulla; un ragazzo è ancora più estremo, definendo quasi blasfemo chi vuole accostare ciò che è immortale (il libro, la letteratura) con un giocattolo (Internet) che farà la fine di tutti i giocattoli. Smetto per un attimo di leggere e rifletto: un attacco di tecnofobia di massa? Soprattutto, mi sembra molto strano che opinioni di questo tipo vengano espresse proprio in rete da quelli che presumo essere utenti abituali della rete stessa; sembrano piuttosto i timori di individui alquanto restii all’approccio con le nuove tecnologie, da non condividere ma, se non altro, da comprendere. Confesso una lacuna personale, nello specifico forse imperdonabile: in tutta sincerità, anche se appassionata di libri e letteratura, nonché incuriosita dalla rete e dalle sue potenzialità, ammetto di non essermi mai posta il problema, o almeno non in questi termini. Mea culpa! Appurato però che il nostro 2001 assomiglia molto poco a quello di Kubrick, è ancora giustificato chi guarda con sospetto ad una tecnologia che ormai si è prepotentemente calata nel nostro quotidiano? Credo che, piuttosto, assurdo ed incoerente sarebbe un ultimo, strenuo tentativo di mantenere arte e letteratura al di fuori della nuova realtà, privandole di tutti i vantaggi che le potrebbero derivare da un uso ragionato della rete. E parlo di uso, perché alla fine, scarnificando il discorso e riducendolo ai minimi termini, che cos’è Internet, che cos’è il Web, se non un veicolo, uno strumento comunicativo dalle immense potenzialità? Internet non è niente più che una forma, ma dai contorni così plasmabili e sfumati da rendersi adatta ad un numero infinito di contenuti: ed una forma, di qualunque specie essa sia, non potrà mai rappresentare una minaccia per una sostanza in essa contenuta. E la letteratura, l’arte, sono sostanze che continueranno ad esistere fino a quando ci sarà anche un solo individuo che avrà voglia di fruirne, a prescindere dalla forma che le trasporta; allora, forse, la questione iniziale è stroncata sul nascere da un vizio di forma, da una visione distorta. Attraverso secoli di storia letteraria, volta per volta non si sono esaurite le sostanze, ma le forme: quanti manoscritti contenenti il De rerum natura vengono da noi abitualmente consultati? Nessuno. Abbiamo i libri stampati. E se allora Internet fosse non già una minaccia, ma una ulteriore garanzia di riuscire a trasmettere alle generazioni future tutto il patrimonio letterario senza lacune, oltre ad essere un mezzo rapido e veloce di accesso a tutta una serie di dati altrimenti irreperibili, ed un veicolo per la diffusione delle notizie di non eguagliabile rapidità? E’ più giusto considerare la rete come uno strumento indispensabile, che non distruggerà tanto facilmente il libro ma che forse, permettetemi la fantasia, riuscirà piuttosto a salvarlo dall’impietosa usura del tempo. Perché, siamo tutti d’accordo, la letteratura è immortale; ma, purtroppo, il caro, buon vecchio libro non lo è.

Mi viene in mente a questo proposito un po’ di fantascienza, vecchia e nuova, che rovescia in parte la questione e che, ovviamente, la estremizza; in particolare, Farenheit 45, di Ray Bradbury, del 1953, in cui i libri diventavano fuorilegge e quindi bruciati in massa (451 gradi farenheit, temperatura a cui la carta brucia), e la memoria delle opere letterarie era affidata ai singoli uomini, che avevano il compito di memorizzare un libro ciascuno. Un panorama molto futuristico, questo è certo, ma che ci può tutto sommato far riflettere: piuttosto che fare titanici sforzi mnemonici secondo usi medioevali, nel disperato tentativo di preservare brandelli di letteratura, meglio abbattere i residui di tecnofobia che ci assillano, ed abituarci a considerare Internet anche e soprattutto una grande memoria collettiva, pur senza privarci della speranza di non vedere tutti i nostri libri bruciare, condannati al rogo come gli eretici.

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