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Argo N.2 _ Mariagrazia Maiorino: «Chiedete ai fiori»

Sul monte ai fiori
dei mille alber piùi alti
chiedete ai fiori
(Momoko Kuroda)

Come ti parla la natura? E subito la domanda – scintilla si riflette nell’altra: come parli alla natura? E l’ascolto tramuta in dialogo. Fin dall’inizio rispondere a un richiamo originario. Grano verde e macchie rosse di tulipani selvatici nella mia prima poesia. Una cifra. Inconsapevole. Ma esatta. Esatta la corrispondenza fra bisogno di bellezza compimento immedesimazione e quello specchio naturale offerto allo sguardo adolescente all’improvviso, subito dopo le case, ai margini di una città ancora inesplorata. Prima possibilità di coagulare il sentimento intorno a un dettaglio – guardare/essere guardata – ebbrezza di partecipare alla vita misteriosa delle cose e quiete di una piccola gioia. Annientamento in cui trascolora un istante perfetto.

La città nuova era una città di mare e di colline, il suo abbraccio da allora non mi ha più lasciato. Uno scenario continuamente cangiante, una nostalgia di arrivi e partenze, un accendersi di lune e tramonti, un succedersi di attese e ritorni, mai smentiti dietro la città che cambiava pelle caoticamente, deludendo la sua antica promessa di armonia. Amare la natura di questa città, cercarla anche in frammenti sparsi in mezzo al degrado, è stato amare quella promessa e testimoniarla con la fedeltà dei versi, attingendo gli infiniti simboli ai quali essa rinviava.

Allontanarsi dalla natura significa necessariamente vivere la durezza del reale, il suo aspetto non materno, contro cui si infrangono i nostri desideri di condivisione e di utopia, come accadde per me all’inizio degli anni Ottanta: «il privato è politico» falliva, la disillusione era storica ed esistenziale Si riaffacciò la poesia come possibilità di ristabilire un contatto. Di porre domande. Una rosa gialla, vera, concreta, fiorita d’inverno non lontano dal mare, diventò la rosa gialla: io la trovavo senza cercarla, la cantavo senza essere consapevole del destino in essa contenuto. Mi indicava un sentiero che da allora sarebbe diventato sempre più individuale, con compagni di viaggio da incontrare nell’invisibile: con i miei poeti, da Leopardi a Campana, da Emily Dickinson a Rilke, da W.C. Williams a Stevens e tanti altri. Un fiore. Una rosa. Non mi intimidiva il fatto che tanti l’avessero cantata, perché era la mia rosa e mi comandava di continuare a cercare le parole per dirla…

Nel lavoro analitico ho imparato ad oggettivare ed esprimere le sensazioni attraverso immagini in natura; a separare, e a depurare il sentire, affinando la capacità di coglierlo nell’hic et nunc. A radicare nel mio originale sentire un pensiero, una possibilità di stabilire rapporti, come dice Leopardi, ignoti allo sguardo distaccato e razionale.

Tutti i progressi del nostro spirito consistono nello scoprire rapporti. Ora, oltre che l’immaginazione è la più feconda e meravigliosa ritrovatrice de’ rapporti e delle armonie le più nascoste, come ho detto altrove, è manifesto che colui che ignora una parte, o piuttosto una qualità una faccia della natura, legata con qualsivoglia cosa che possa formar soggetto di ragionamento, ignora un’infinità di rapporti, e quindi non può non ragionar male, non veder falso, non inscuoprire imperfettamente, non lasciar vedere le cose più importanti.[1]

L’immagine in natura permette di cogliere il poetico dentro e fuori di noi. Di andare oltre. Di essere sorpresi, sulla spinta del sentimento, da innumerevoli corrispondenze, per mezzo delle quali si rivela l’inconscio nostro e del mondo si sfuma un volto… È un esercizio terapeutico da consigliare a tutti.

Nella nostra civiltà tecnologica e metropolitana la poesia sperimenta linguaggi nuovi e sembra perdere di vista la natura, ma il rapporto con lei continua ad avere un senso, in cui l’uomo contemporaneo viene chiamato ad una sfida ancora più difficile e affascinante rispetto al passato: dire di una natura mai come adesso precaria nel suo durare, innocente nella sua contaminazione, presente in epifanie così poco appariscenti da non essere quasi più visibile ai nostri occhi veloci e distratti.
L’incontro con lo haiku è stato un ulteriore arricchimento di questo ininterrotto dialogo, che la mia storia ha voluto – paradossalmente – si svolgesse non più viaggiando in paesi lontani, ma vivendo in uno spazio limitato e cittadino, dove l’esercizio quotidiano dello sguardo rivolto a minime trasformazioni ha permesso un inaspettato approfondimento. Ha permesso l’instancabile attenzione e attesa che fa parlare le cose, gli alberi, la terra, le nuvole, gli animali: anche nell’assedio dei raccordi, del traffico, dell’inquinamento. Un taccuino da portare con sé. Un piccolo parco diventa il parco degli haiku. Si apre all’infinito. Diventa un esercizio di conoscenza estatica. Come è sempre la poesia.

È il piacere nato dalla rêverie, alla quale Bachelard applica la propria indagine fenomenologica, insegnandoci la dignità del nostro fantasticare, che merita di essere indagato come qualsiasi altro campo del sapere, e sempre ci riporta agli elementi essenziali della natura: l’acqua, la terra, il fuoco, l’aria. Ogni poeta da lui analizzato si rifà ad essi, ma spesso si caratterizza per un elemento prevalente sugli altri. Quale sia il nostro elemento lo scopriamo nella contemplazione. Lo scopriamo risalendo i versi in un cammino a ritroso, come quando si cerca di ricordare un sogno.
Ultimamente ritrovo sempre un vento che spira, scompiglia, porta, trasforma, fonde visioni in puro suono. Le parole tendono alla loro musica. Molte ne assorbe il silenzio.

Sai quando chiamano le nuvole
spirano luce dentro i tuoi silenzi
cavalcate dalle rondini le vedi partire
biondorosa carovane di sogni…

Resti a fissare l’azzurro lustrale
ricordo di un sentiero di montagna
– guarda dove nascono dal niente –
diceva, un farsi e disfarsi come noi…

 

Note

[1] Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, Vol. II, Milano, Oscar classici Mondadori, 1991, p. 664.

         

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