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Argo N.2 _ Mattia Cavagna: «Scripta volant»

Pensate a una biblioteca immensa, formata da un numero indefinito, forse infinito di gallerie e di scaffali, senza un inizio e senza una fine, una rete tentacolare fatta di incalcolabili diramazioni… Internet? No, La biblioteca di Babele, un racconto che compie oggi sessant’anni, di Jorge Luis Borges. Il tema del caos, dell’impossibilità di un orientamento, della ricerca incessante: suona davvero profetico.

Il digitale non è spuntato dal nulla, così all’improvviso, è frutto di un lento, darwiniano processo in atto da sempre: dal volumen al codex, dal libro a stampa al CD-rom. E così pure la posta: dal luogo dove si cambiano i cavalli ad una semplice icona, a forma di busta con le ali; ma il fine, l’idea di fondo, sono gli stessi da sempre: trasmettere testi, lettere, documenti, informazioni di ogni genere, nel modo più chiaro, meno ingombrante, più rapido e sicuro possibile.

Sarà forse più rassicurante, ma per quanto riguarda Internet parlare di continuità piuttosto che di rivoluzione mi è assai più congeniale. Il mondo non si è mai fermato, cambiano i tempi e le modalità.
In cosa differiscono sostanzialmente le librerie virtuali da quelle fisiche, la posta elettronica dalla lettera cartacea? Nella velocità e nell’efficienza, ma i contenuti sono sempre quelli: che sia stampata su carta, o che appaia su un monitor, se si tratta di spazzatura resterà tale, a prescindere dal mezzo e dalla portata della sua diffusione.

Del resto il boom della spazzatura non è certo un fenomeno dell’ultima ora: il fatto è che qualsiasi altro mass-media ha una sorgente ben precisa, da cui parte il segnale che si espande e viene raccolto dall’insieme degli utenti. Diversamente, Internet è una maglia di elaboratori eterogenei, ognuno dei quali funziona sia da sorgente, sia da collettore. È proprio questa l’origine di tante fobie, di tanti pregiudizi e snobismi: mentre la televisione dà se non altro l’illusione di poter risalire alle fonti, Internet è una vera e propria no man’s land, dove ognuno, protetto da una sigla qualsiasi, può immettere qualunque cosa.

A dieci anni dalla sua nascita, il Word Wide Web ospita approssimativamente cinquecento milioni di pagine appartenenti ai siti più disparati, tanto da essere spesso assimilato alla Rete stessa, per antonomasia.
È interessante rilevare che, malgrado la nascita del computer sia legata ad obiettivi di carattere prettamente scientifico – a dire il vero bellico, durante la Seconda Guerra Mondiale – oggi i software e i programmi più diffusi siano quelli per l’elaborazione di testi (word processor).[1]  Allo stesso modo la maggiore delle applicazioni della rete è la posta elettronica.

Il computer, dunque, prima di tutto come mezzo di comunicazione, come strumento indispensabile di una nuova mediazione linguistica. Vediamone alcuni esempi.
La e-mail, per quanto comoda e spesso ormai – ammettiamolo pure – praticamente indispensabile, non è che una versione sofisticata di un biglietto postale: un po’ formalizzato, con la sua intestazione e l’indirizzo del mittente, non presenta novità sostanziali.

Altro discorso va fatto per la chat line: una situazione virtuale di interazione dialogica tra un numero variabile di utenti. Lo scambio di battute, avvenendo in tempo reale, favorisce il coinvolgimento e l’immediatezza d’espressione, cosicché il tono e l’andamento risultano quelli della comunicazione orale: paratassi, frequenza di monosillabi ed esclamazioni…

I commenti su questo neonato tipo di comunicazione sono i più disparati, certo è che, se non altro per la sua portata, va perlomeno preso in considerazione.
Qualcuno infatti sostiene che nell’epoca della standardizzazione del linguaggio, questo fenomeno potrebbe paradossalmente muoversi in senso contrario: trovandosi in un contesto informale, spinto da un desiderio di originalità, l’anonimo utente porta nella chat la sua carica espressiva. Il suo gergo, normalmente condiviso da un ristretto gruppo di amici, diviene seppure per pochi istanti di dominio pubblico.
Questo contribuirebbe ad incrementare le possibilità di ciò che de Saussure chiamava innovazione analogica, cioè la graduale accettazione di una realizzazione linguistica anomala: è un fenomeno che si verifica da sempre, nella naturale e continua evoluzione di ogni lingua, poiché «tutti i fenomeni evolutivi hanno la loro radice nella sfera dell’individuo».[2] 
Banalizzando: per dire «bella ragazza» ci sarà pure stato qualcuno che per primo ha usato quella famosa metonimia.

Un altro territorio da esplorare è costituito dalla telefonia mobile: il traffico di SMS (Short Message Script) è probabilmente ancora più intenso che quello in rete. Gli SMS sono legati a problemi di spazio: i famigerati centosessanta caratteri, che per chi scrive da Internet diminuiscono ulteriormente a profitto dell’indirizzo del sito, che compare al principio. Oltre a uno stile telegrafico, si sviluppa qui tutto un sistema di abbreviazioni, che per certi versi ricorda quello dei copisti medievali, e proprio come quello si va man mano standardizzando. Un paragone azzardato? Non credo. Come già detto cambiano i mezzi, ma i fini sono i medesimi: risparmiare spazio e tempo («Dove 6?So ke hai 1esame.Io sono in biblio,stas.torno+tardi.Sxo cmq di arrivare x cena»).

Veniamo infine alla composizione di testi: ci sono studi molto approfonditi su come gli strumenti e i supporti della scrittura fin dall’antichità influenzino lo stile e la scrittura.[3] Chi usava tavolette d’argilla doveva scrivere rapido e conciso, prima che la base si asciugasse. Ma cosa dire della mediazione del computer? In che modo può influire sulla qualità della scrittura e dello stile?[4] 

Anche in questo caso ci sono punti di vista completamente opposti; i “modernisti” parlano di una grande libertà compositiva: dopo l’era della macchina da scrivere, quasi un ritorno all’immediatezza della scrittura manuale o addirittura dell’oralità. Senza timori o inibizioni è possibile memettere per iscritto qualsiasi idea nella sua immediata formulazione: se poi non convince avremo tutto il tempo di ritoccarla o spostarla in qualunque altra parte del testo.
Ma ecco la controparte: c’è chi sostiene che proprio da qui derivi il carattere artificiale di tanta letteratura contemporanea. Il testo si configura sempre più come una catena, o meglio, un’accozzaglia di immagini ad effetto, riparandosi dietro etichette quali ‘scrittura automatica’ o avanguardia in gene-rale. Si è notato come i testi scritti al computer presentino un uso maggiore di espressioni idiomatiche e di stereotipi di tipo giornalistico; questo è dovuto anche alla maggiore rapidità di composizione imposta.
C’è poi il problema della revisione: chi può negare l’utilità e la comodità di correggere un errore, cambiare una parola, spostare una virgola, sopprimere una frase premendo un semplice tasto?
Ma anche qui c’è il rovescio della medaglia, e qualcuno sostiene che ciò, nella composizione di un testo, può anche risultare deleterio: nel rapido corso della scrittura una frase cancellata scompare senza lasciare traccia, e l’autore si preclude, in un certo senso, l’uso delle ‘varianti’. La cancellatura sulla carta, invece, conserva una memoria, una traccia, su cui, pentendosi, si può sempre ritornare. Il compito di filologi e studiosi delle varianti letterarie è seriamente messo in crisi.
Il monitor, inoltre, limita il testo alla grandezza di una schermata, non permettendone una percezione completa. Le righe luminose danno a molti un’impressione di precario, di provvisorio, e spesso è consuetudine ricorrere alla stampa anche in fase di composizione.
Desidero ora concludere spendendo due parole sulla nozione, tanto in voga, di ‘ipertesto’: si tratta di un sistema informatico che, come dice la parola stessa, consente di andare ‘oltre’ il testo, e di introdurne altri (note, informazioni, immagini, registrazioni musicali o parlate) secondo un criterio che -in teoria- dovrebbe essere determinato. Un esempio immediato è costituito da un’edizione su CD-rom della Divina Commedia : l’attenzione del lettore si sposta dal testo dantesco, all’apparato critico, alle riproduzioni di miniature quattrocentesche, alle immagini di affreschi e di scorci della Firenze del tempo. Un altro esempio? Subito:
www, un ipertesto perfetto, senza limiti ne’ confini: l’attenzione del lettore si sposta dal Canzoniere del Petrarca alle Poesie del suo vicino di casa alcoolista, perché anch’esso è innamorato di un Laura. Un ipertesto in cui dietro una Cartina degli antichi stati italiani potrebbero celarsi otto renne sorridenti che vi augurano Merry Christmas a suon di variopinte flatulenze.

Note

[1] Giuseppe Gigliotti, Il testo e il computer, Milano, Mondadori, 1997.


[2] Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, Bari, Laterza, (Prima ed. Paris, Payot, 1922).


[3] Domenico Scavetta, Le metamorfosi della scrittura: dal testo all’ipertesto, Firenze, La Nuova Italia, 1992.


[4] L’argomento è approfondito dall’ottimo Franco Carlini, Lo stile del Web, Parole e immagini nella comunicazione di rete, Torino, Einaudi, 1999.

         

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