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Argo N.2 _Carlo Di Cicco: «Letteratura: veicolo di passione»

Ricordate la storia di Paolo e Francesca? Le riflessioni che seguono partono da questo che è certamente uno dei più conosciuti passi danteschi. La cosa che colpisce, oltre agli struggimenti amorosi della vicenda, è un tratto che qualche volta sfugge, ma da cui intendo partire. Spesso, nei commenti migliori, appare una nota che spiega come la scintilla amorosa tra i due giovani nacque da una lettura. «Noi leggiavamo un giorno per diletto» specifica Francesca. «Il primo caso di amore letterario», lo ha definito recentemente Sanguineti. Si tratta di una pratica molto frequentata all’epoca, quando i libri erano pochi, e magari pochi erano quelli che sapevano leggere. È in fondo una situazione non troppo difficile da immaginare: un lettore, attraverso la sua voce, permetteva l’accesso alla lettura di tutto il gruppetto di persone che gli si raccoglieva attorno. La voce come mezzo di propagazione, quindi. Il risultato doveva sotto alcuni aspetti sfociare in una certa teatralità, cioè in una partecipazione pubblica ad un determinato evento di più astanti, ognuno dei quali caratterizzato da un ruolo. Benché forse non ci siano state delle raffinate tecniche di recitazione, non si può escludere che il modo attraverso cui un testo veniva letto imponesse delle caratteristiche di ruolo che sono complementari: al lettore il ruolo attivo di essere la cassa di risonanza della recitazione e all’auditore quello passivo di seguire il filo del recitato. Il discrimine era appunto la voce.

Ma se insistiamo a cercare di comprendere gli effetti di questo atteggiamento letterario, forse non ci è difficile pensare che oltre al testo venivano posti in condivisione anche gli effetti emotivi che nascono dalla oralità stessa. Credo che si possa parlare di una certa transitorietà delle ripercussioni che un testo produceva, proprio in virtù del suo essere concepito come fatto pubblico, benché ristretto ad un numero bassissimo di utenti. Attraverso la voce, la ricezione di un testo e le considerazioni estetiche o mentali prodotte, venivano anch’esse poste in uno spazio comune, il più omogeneo possibile e soprattutto valevole per la maggior parte degli astanti (i quali, occorre ricordarlo, sono motivati dal loro interesse alla lettura).

L’esperienza comune forse può aiutarci a capire meglio. Esiste, in un parco londinese, una zona in cui ognuno è libero di salire su di un banchetto e rivestire i panni dell’imbonitore di folla. Non importa tanto quello che dice, che sparli contro le tasse o faccia l’elogio del governo, ma quello che importa è che attraverso la sua voce riesce a trasmettere un messaggio al piccolo gruppetto di curiosi che puntualmente si raccoglie ai suoi piedi. Allo stesso modo se pensiamo al teatro, possiamo comprendere che qualsiasi tipo di messaggio, quando diventa evento per mezzo della voce, crea una comunità di spettatori che spesso s’influenzano a vicenda nel momento stesso in cui l’evento viene dato. Insomma, «galeotto» non «fu il libro e chi lo scrisse», ma piuttosto il fatto che Paolo e Francesca lo lessero insieme, e i comuni brividi letterari divennero scintille amorose. (Un qualcosa di simile avviene lo stesso anche oggi, non con la letteratura ma con il cinema…)

Ma la lettura, si sa, nel corso dei secoli ha assunto una forma differente, facendo venir meno la funzione della vocalità all’interno del suo stesso processo. Caduta la necessità della condivisione pubblica, la voce ha iniziato ad essere esclusa del tutto. La lettura si era fatta mentale, privata e personale. Questo nuovo comportamento modifica la rigidità dell’evento stesso, alla luce dell’unicità di rapporto tra testo e ricevente. Resiste la molla alla lettura che è l’interesse al testo, ma scompare quella compartecipazione istantanea che si reggeva sulla voce e sulla sua udibilità. Una conseguenza logica sembra essere questa: gli utenti di un messaggio, cioè i lettori in senso moderno, diventano delle monadi, le cui considerazioni riguardo a ciò che hanno letto restano esclusivamente nella loro unicità e non vengono minimamente condizionate, se non alla fine della lettura stessa. La traiettoria di queste riflessioni, quindi, ci porta a pensare che, oltre alla natura intrinseca del testo, un elemento che influenza la ricezione del messaggio è la modalità con cui esso viene proposto. La lettura vocale di certo accomuna, ammassa, compatta, mentre quella mentale divide, svincola, parcellizza. Sinceramente, non saprei dire quale delle due esperienze sia la migliore. Dipende essenzialmente dalle preferenze, rispettabilissime, che ognuno ha. E inoltre le due pratiche non si escludono a vicenda, proprio perché sono situazionalmente differenti. La voce accende l’emozione, la scrittura il cervello, benché poi le due facoltà si ritrovino unite tra di loro più spesso di quanto non si creda.

Noto però che questa trasformazione ha cambiato quella strana comunità sociale che sono i lettori, più o meno accaniti che siano. Il modo di trasmettere un testo modifica gli utenti, prima nella loro psicologia e poi nel loro approccio critico alla lettura, e questo ha forse aperto nuove porte all’evoluzione naturale della letteratura stessa. Se l’accostamento non sembrasse sgradevole anche a chi scrive, mi verrebbe voglia di parlare di una strana forma di liberismo letterario: se la voce impone una refenzialità tra testo e utenti (di questi ultimi avvicinando tra di loro la ricezione, psicologica e critica, e creandone una comune), la scrittura invece porta con sé il processo contrario, rompe un certo monopolio, fa crescere sensibilità alternative.
Insomma, pare che la parola abbia viaggiato dalla voce alla scrittura, e in questo tragitto non è azzardato scorgere una spinta alla proliferazione stessa della letteratura, se non altro come apertura a diverse e più varie estetiche.

Non deve sfuggire però che parliamo di un testo fondamentalmente narrativo. È nella narrazione che l’alternanza tra oralità e scrittura ha le ripercussioni fin qui descritte. Il fascino che la letteratura può produrre è una sorta di processo psichico, fatto di sensibilità estetica e di facoltà di giudizio. Emozione e cervello, appunto. Ma una parola pronunciata veicola meglio le suggestioni, quella scritta i significati. Indubbiamente, la modificazione della forma della parola, in questo viaggio immaginario che stiamo ripercorrendo, ha coinvolto anche testi critici, che sicuramente sono posteriori a quelli narrativi. La critica letteraria infatti nasce piuttosto nell’ambito della scrittura che in quello dell’oralità. È una diversità di cui bisogna tener conto. Solo dopo che la letteratura approda alla lettura mentale, che produce commenti alternativi in coloro che la esercitano, può svilupparsi il testo critico di quella narrazione. Mentre nella lettura orale, come abbiamo visto, si tende a compattare le impressioni che i riceventi del testo sviluppano, in quella mentale avviene la segmentazione dei giudizi critici che può sfociare nella individualizzazione più accesa. A quel punto, quando la narrazione è già stata oggetto della lettura mentale, sorge l’approfondimento critico, che ha il compito appunto di suggerire (e spiegare) giudizi differenti e alternativi su uno stesso testo. Lo spazio del testo critico, parallelo ed equidistante a quello del testo narrativo, ha avuto quindi un fattore di sviluppo proprio nell’avvento della lettura mentale, quando gli effetti dell’oralità, ormai abbandonata, hanno smesso di rendere omogenea tra gli utenti la ricezione del testo. Pensate, per esempio, al pezzo che ora state leggendo. È un articolo di critica, e le opinioni qui raccolte costruiscono un ponte tra chi scrive e chi legge, ma presuppongono che una lettura, di temi comuni, sia già avvenuta. Se alla domanda «ricordate la storia di Paolo e Francesca?» qualcuno avesse risposto «e chi sono Paolo e Francesca…?», di sicuro la lettura si sarebbe interrotta, e questo qualcuno sarebbe passato magari all’articolo successivo. Queste righe, per così dire, sarebbero morte. Forse è un azzardo ma sono convinto che i lettori di queste pagine non hanno assistito, insieme e contemporaneamente, alla lettura del passo dantesco da cui sono partito, ma di certo, se hanno continuato a leggere, lo conoscono e ne hanno un giudizio, magari anche molto personale. Ed è appunto questa conoscenza personale, attivata da una precedente lettura mentale, che spinge l’immaginario dialogo tra critico e lettore di un suo testo di critica letteraria.

Finché la voce ha impedito al lettore di vivere personalmente un testo narrativo, la critica e le possibili varianti estetiche che essa produce avevano ben poco campo libero. Che senso ha affermare che l’amore tra Lancillotto e Ginevra fu adulterio bello e buono, se la reazione generata da questo connubio, e vissuta dai lettori-uditori, fu ben altro che moralistica, e anzi accese la passione? E se Paolo e Francesca avessero operato una lettura mentale, in spazi separati, dello stesso brano, avrebbero forse avuto delle sensazioni o delle suggestioni letterarie così corrispondenti?

In definitiva, mi pare, la scrittura ha raccolto l’eredità dell’oralità, ma in fondo ha anche contaminato la percezione di ciò che veniva scritto. Per questo la lettura è diventata un’esperienza privata, e personali sono le influenze che produce. La lettura, evento aperto creato dalla voce, è diventata un collegamento tra un autore e un lettore, ha creato una diaspora di suggestioni, e ha amplificato il potere della letteratura di rigenerarsi.

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