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Argo N.2 _Francesca Blesio: «Il linguaggio del corpo»

Nel teatro dell’apparenza, qual è oggi il mondo occidentale, non possiamo sottovalutare ciò che in primis svela la matrice della nostra società: il corpo dell’uomo. È proprio dal corpo del singolo individuo che è possibile trarre l’immagine più efficace della società; dai movimenti, dalla gestualità, dagli indumenti indossati, dai bracciali, dal trucco, dai tatuaggi possiamo ricavare una miriade d’informazioni specifiche sull’uomo che abbiamo di fronte e sul gruppo sociale al quale appartiene. Il corpo è uno specchio riflettente le caratteristiche e le peculiarità della società della quale fa parte: il soggetto, la sua immagine corporea e la comunità di provenienza sono indissolubilmente legati. Il primo luogo d’incontro tra il corpo e la società è la superficie esteriore del singolo uomo, confine d’interazione tra l’individuo e il mondo in cui vive; è su questo particolare limes che si può leggere nitidamente la cultura propria di una società. Il corpo al tempo stesso definisce ed è cultura. Sicuramente, fin dalla comparsa dell’Homo Sapiens, il genere umano ha modificato, caratterizzandolo, il suo aspetto, distinguendosi dalle altre specie animali attraverso la manipolazione del corpo, gli abiti e gli ornamenti indossati; secondo Lévi-Strauss la totalità delle invenzioni culturali – tecniche corporali comprese – sono meccanismi di difesa volti ad affermare il distacco della specie umana dalla natura.

Le acconciature fatte ai capelli, la pittura della pelle e l’abbigliamento possono essere quindi letti, perché messaggi impliciti che l’uomo invia verso l’esterno. Questo particolare linguaggio proprio del corpo rappresenta uno dei molteplici aspetti della nostra storia che collega natura e cultura; esso è al tempo stesso un’indicazione di distinzione – dalle altre specie, dagli altri gruppi e dagli altri individui – e di appartenenza – alla specie umana, al proprio gruppo sociale. Possiamo ora affermare con certezza che il corpo e la sua immagine sono un contenitore vastissimo di espressioni e segni da analizzare attentamente per comprendere l’uomo e il suo gruppo sociale.

Sebbene la tecnologia allontani sempre di più l’uomo dalla natura anche nell’ambito della comunicazione, vi è un modo di comunicare che rimane sempre simile alle origini: quello corporeo. La comunicazione faccia a faccia resta il nostro principale sistema di relazione ed esso è, rispetto agli altri, privilegiato perché non agisce su un solo canale comunicativo ma include anche la comunicazione non verbale. Al registro non verbale appartengono tutti quegli elementi comunicativi che utilizziamo per chiarire le relazioni con gli altri, per sottolineare discorsi, per raggiungere l’interlocutore sul piano emotivo: gesti, espressioni, posture, movimenti e azioni, atteggiamenti, distanze, intonazioni della voce, odori, segni tracciati sulla pelle, abbigliamento. Nella nostra cultura, come in altre, la comunicazione non verbale è stata ampiamente interpretata; tuttora non esiste però un sistema univoco di lettura del corpo. Il ramo della semiotica che si occupa dei gesti – la cinesica – ha provato a classificare i movimenti del corpo umano. Michael Argyle ha distinto in dieci gruppi i movimenti con funzione significativa (e di coordinazione): contatto fisico, prossimità, orientamento, aspetto, postura, cenni del capo, espressioni del volto, gesti, sguardo, aspetti non verbali del parlato. La comunicazione non verbale risulta, al di là degli studi scientifici ad essa inerenti, materia d’interpretazione alla quale tutti siamo addestrati fin dalla nascita: impariamo a leggere il corpo dell’altro per capire se mente o dice la verità, per comprendere se prova interesse o indifferenza nei nostri confronti, per scoprire se nutre affetto verso di noi, e così via. A livello scientifico le interpretazioni sono spesso diverse e opinabili; su alcune linee però gli studiosi si sono trovati d’accordo: ad esempio sul significato da attribuire all’apertura e alla chiusura del corpo. La posizione del corpo o un gesto sono aperti quando mettono in mostra le parti vitali dell’organismo (collo, gola, torace, genitali, ecc.) e ne aumentano la visibilità. Il ripiegamento su se stessi o il coprire alcune parti del proprio corpo (con gli arti e altri accessori) sono tutte forme di chiusura verso l’esterno. L’atteggiamento aperto può trascendere nell’imposizione e nella prepotenza, quello chiuso nella sottomissione e nella timidezza. Si sprecano poi, in materia, i consigli su un’adeguata gestione dei movimenti del proprio corpo correlata ad ambienti e situazioni particolari. Un’altra lettura comunemente accettata che si può fare del corpo è quella incentrata sulla distanza spaziale, la distanza cioè osservabile tra due persone che si rapportano l’una all’altra (studi propri della prossemica): calcolare gli spazi, quindi, per leggere il tipo di relazione interpersonale che intercorre tra due individui. La distanza che teniamo da chi ci è affettivamente legato – la cosiddetta distanza intima – è di circa 30 centimetri. Nello spazio di 15-45 centrimetri s’intensificano e s’ingigantiscono gli ausili sensoriali ed è presente un certo coinvolgimento fisico; motivo per cui vi accedono di solito il coniuge, il fidanzato e i figli. Con amici e conoscenti la distanza si aggira intorno al metro – distanza personale. Con chi è estraneo od ostile si è soliti stare più lontani (oltre un metro) sia per limitare un eventuale coinvolgimento, sia per cercare di non apparire sgarbati e offensivi – distanza sociale. Questi ovviamente sono dati del tutto relativi; l’occupazione dello spazio, infatti, è estremamente influenzata dalla cultura dei soggetti osservabili. Il codice che regola lo spazio è sempre presente in tutte le culture, ma le distanze sono differenti: le misure che si possono calcolare, ad esempio, tra due uomini italiani sono sicuramente minori di quelle tra due americani.

Il corpo comunica sia nel suo stato naturale – con movimenti, mutamento del colore della pelle, odori, ecc. – sia mediante le modificazioni che l’individuo fa di esso e cioè attraverso le cosiddette tecniche corporali – abbigliamento, tatuaggi, trucchi e profumi tra le altre. Come per la gestualità e lo spazio d’interazione, esistono leggi nascoste anche per alcune delle modificazioni che l’individuo fa volontariamente del proprio corpo. Gli studi antropologici hanno dimostrato che non esiste un corpo umano naturale: a differenza degli altri animali, gli uomini e le donne hanno trasformato il loro corpo in ogni epoca e luogo. Esso viene modificato da ogni individuo, sia per renderlo conforme alle regole della società, sia, al contrario, per personalizzarlo, per renderlo cioè più simile all’uomo che lo “indossa”. La nostra immagine esteriore esprime, attraverso i mutamenti che subisce a contatto col mondo, lo stile e il senso del racconto della nostra vita.

Partiamo dall’abbigliamento. Distaccandoci nettamente dall’affermazione di Hegel («vestire non è altro che ricoprire»), riteniamo che anche l’abito racchiuda in sé molte letture interessanti e che esso possa entrare a pieno titolo nell’ambito della comunicazione non verbale. La costruzione dell’im-magine corporea dipende anche dall’influenza dell’elemento sociale: è soprattutto attraverso il rapporto con gli altri che noi costruiamo una nostra immagine corporea. Il corpo dunque è abbigliato anche in base al ruolo che l’individuo a cui appartiene ricopre nella società. La segnaletica corporea legata all’abbigliamento è fondamentale per muoversi nella vita sociale: essa riesce a farci comprendere il sesso, lo stato civile, il ruolo, il potere, l’età, la provenienza, la condizione religiosa, la posizione a livello professionale, la mentalità e le intenzioni di chi abbiamo davanti. La moda oggi è senza dubbio una scrittura del corpo: questa particolare grafia ci aiuta a comprendere sia l’individuo sia la società della quale fa parte. La moda non può, quindi, non essere un fenomeno sociale. L’abito è la cartina al tornasole della condizione di una società: la moda si modifica, cioè, in base alle trasformazioni della società e riflette gli umori della vita sociale. Attraverso il vestito, spiegare un momento storico-sociale è possibile. I jeans a zampa e gli occhiali dalle pesanti montature caratterizzano la protesta studentesca di fine anni Sessanta, con la ribellione del mondo giovanile nei confronti di tutto ciò che era convenzionale. I colori freddi degli abiti e i trucchi drammatici delle modelle sono propri di questi ultimi anni (legati entrambi molto probabilmente all’incertezza e alla sfiducia nel futuro, propri del nostro tempo). La moda, secondo George Rimmel, è un’«oscillazione obbligatoria del gusto»: una società, una classe sociale, un gruppo, cioè, si accorderebbero convenzionalmente sulla scelta di un codice di comportamento o di un abbigliamento valido per tutti. La moda non è ovviamente seguita da tutti, e la massa dei suoi adepti risulta ancora oggi strutturata in base allo status socio-economico. Lo strato della società meno abbiente vede nel vestito una copertura funzionale al corpo e la associa al solo requisito della decenza. La classe media unisce alla necessità di un abito decente la scelta di capi che possano distinguerla dalla massa, vestiti che possano in qualche modo rispondere ai dettami della moda, seguita invece rigorosamente dalle classi più elevate. L’abito (e con esso il sistema di oggetti che avvolge il corpo) comunica comunque anche e soprattutto fuori dalle regole della moda: il discorso si fa più articolato poiché la scelta del singolo è svincolata dall’arbitrio di stilisti e tendenze. Comunicare con l’abbigliamento vuol dire scegliere di suscitare sentimenti e porre l’animo dell’altro in una disposizione particolare. L’abito si farebbe quindi tramite di un messaggio comprensibile per entrambi gli interlocutori. Definire precisamente il testo di questo messaggio non sempre è possibile, ma nella scelta degli indumenti è senz’altro presente un effetto di classificazione: l’immagine, che ognuno mostra di sé, abbiamo detto, definisce l’individuo agli occhi dell’altro, per cui, per farci sentire adeguati alle circostanze, in alcune situazioni, il nostro vestire deve essere ben leggibile dall’esterno, rispondere cioè in qualche modo a un criterio di selezione decodificabile.

Anche il trucco è sempre stato ritenuto un mezzo importante per comunicare. Inizialmente i riceventi del messaggio cosmetico erano gli dei, ed esso si esprimeva attraverso una simbologia religiosa. Col tempo il trucco divenne un vero e proprio linguaggio estetico nel rapporto con se stessi e con gli altri. Perfino nell’arte rupestre troviamo traccia di forme particolari di cosmesi: abbiamo figure di uomini con il volto e il corpo dipinti durante funzioni religiose e riti propiziatori di carattere magico. L’uso di colorare viso, mani, piedi e di ungersi e profumarsi i capelli per assicurarsi la benevolenza degli dei, durante le cerimonie era anche espressione di elevazione spirituale. La cosmesi ebbe un’importanza particolare, in Europa, nel XVII secolo. Le esigenze della corte diedero origine, nel Seicento, ad una grande messa in scena, nella quale apparire era essenziale; alla cura del corpo venivano dedicati tempo e denaro, e il momento della toilette divenne una cerimonia della massima mondanità. In questo periodo tornò in voga l’antica moda dei nei già nota all’epoca di Marziale e Ovidio; essere ornati da nei era segno di estrema eleganza, soprattutto in occasioni mondane. Tondi, a mezzaluna, a stella e a fiore, i nei avevano per ogni punto del viso un significato specifico: passione, se il neo era vicino all’occhio, galante – sulla guancia, sfrontato – nell’angolo del naso, tirabaci – vicino alla bocca, ladro – se serviva a nascondere qualche imperfezione, discreto – se veniva applicato nella piega del mento. Durante gli anni del Romanticismo nelle abitudini cosmetiche si scelse la naturalezza e, per le donne, avere una pelle diafana divenne una regola assoluta. Il romanticismo poneva l’accento sul pallore delle sue eroine: esisteva un rapporto tra la sofferenza estetica e l’intensità dei sentimenti – come per Madame Bovary e Marguerite G. (La Signora delle Camelie). Baudelaire in Éloge du maquillage scriveva che «la donna […] in un certo qual modo compie una specie di dovere industriandosi di apparire magica e soprannaturale; bisogna che stupisca, che affascini; idolo, ella deve dorarsi per essere adorata».

Altra tecnica di manipolazione del proprio corpo, antica e ancora oggi in voga, è quella di dipingersi indelebilmente il corpo: il tatuaggio. In Francia sono stati trovati strumenti risalenti all’era Neolitica usati per tatuare; da allora questi segni sulla pelle sono continuati ad esistere anche se con significati e obiettivi molteplici. Una delle funzioni più frequenti è sempre stata quella di inviare un messaggio sociale. I Maori della Nuova Zelanda, ad esempio, hanno sul viso una sorta di curriculum della loro vita: la tribù d’appartenenza, il rango sociale, le imprese di guerra. Similmente ai suddetti indigeni, i militari dell’esercito romano si marchiavano sul braccio la sigla S.P.Q.R.. In altre zone geografiche e in altri tempi il tatuaggio ha svolto anche un ruolo magico – in Thailandia e Birmania i tatuaggi sono tuttora portafortuna – o terapeutico – in Egitto, con la speranza di curare mal di testa e malattie della vista, si eseguono disegni vicino agli occhi. Spesso però nella storia dei popoli il tatuaggio è stato un mezzo punitivo: in Russia, ad esempio, nel Settecento si marchiava sulla fronte dei criminali l’iniziale del delitto commesso. In Occidente il tatuaggio è stato per anni esclusivo degli emarginati: ladri, prostitute, marinai, soldati. Anche per via di questa particolare aura negativa, il tatuaggio è stato oggetto nei secoli di mode ricorrenti. I giovani, un po’ per differenziarsi tra loro e un po’ per prendere le distanze dalle generazioni precedenti, si avvicinano a quest’antica pratica anche oggi. Il marchiarsi la pelle è rimasto, in questi anni, significativamente legato alle origini, poiché riteniamo rappresenti (magari solamente a livello inconscio) ancora una sorta di cerimoniale d’iniziazione atto a segnare il passaggio dall’adolescenza all’età matura. Tornato a diffondersi e innalzatosi al rango di arte, il tatuaggio assume nella nostra cultura una serie di significati originali legati però, per lo più, alla storia individuale di chi sceglie questo segno indelebile come compagno di vita sulla propria pelle. Atavica tecnica corporale, il tatuaggio è arrivato sino a noi portando quindi avanti la sua funzione comunicativa.

La capigliatura infine, quale elemento più visibile del corpo – i capelli sono il primo dettaglio che si nota di una persona distante e ci permette di identificarla già in lontananza -, ha un’importanza particolare nel linguaggio del corpo. Essendo così evidenti, dai capelli si possono trarre, più che da altre parti del corpo, alcuni elementi biologici e culturali caratterizzanti il singolo uomo: zona di provenienza, sesso, età, condizione sociale, stato fisico e psicologico. Lunghi o corti, naturali o tinti, sciolti o legati, curati o rovinati i capelli parlano; essendo plasmabile, la capigliatura si può trasformare in svariati modi divenendo, per noi, uno strumento comunicativo straordinario. La funzione comunicativa dei capelli è legata ai contenuti che ogni società assegna al loro linguaggio; ciò significa che ogni decisione presa sulla capigliatura assume un senso vero e proprio all’interno di un determinato contesto sociale, nel quale i capelli vengono interpretati. Nel Sud America andino, ad esempio, i capelli lisci sono associati ad uno status socio-culturale inferiore; mentre negli Stati Uniti si verifica l’esatto contrario. I capelli giocano un ruolo importante anche nella sfera della comunicazione sessuale: essi, richiamando il pelo pubico, indicano implicitamente il rapporto che ognuno ha con la riproduzione e la sessualità, soprattutto per via della capacità di demarcare la differenza dei sessi; infatti in quasi tutte le culture, come sostiene Desmond Morris, «gli uomini e le donne si acconciano i capelli secondo stili maschili e femminili». Esistono regole estetiche (legate ai capelli) che distinguono coloro che appartengono ad una determinata società e si adeguano ad essa, da altri che non ne seguono i precetti: queste regole sono solitamente legate alla sfera sessuale. Si pensi alle donne mussulmane che non possono mostrare i capelli se non al marito; o alle monache cristiane che si tagliano i capelli al momento di prendere i voti e poi li continuano a tenere coperti e corti. Da questi soli due esempi possiamo già intuire il legame strettissimo che ancora oggi – ma nelle società primitive era senz’altro più forte – interessa capelli e comunicazione sessuale. Pensiamo alla raffigurazione di Maddalena e di Maria nella tradizione iconografica: capelli lunghissimi e sciolti per la peccatrice sessuale, velo sulla testa per la Vergine. Se richiamiamo alla mente Giovanna D’Arco (accusata di portare i capelli come un ragazzo) ci accorgiamo come alcuni postulati etico-estetici siano sopravvissuti al tempo: in alcune società i capelli corti su una ragazza vengono ancora letti come un’esplicita emulazione dell’uomo e perciò considerati una colpa. Anche i capelli quindi parlano, tanto che il loro racconto può rappresentare una vera e propria biografia dell’individuo.

Abiti, gioielli, capelli intrecciati, orecchie forate, pelle tatuata, volto dipinto: da queste e da altre modificazioni del corpo, presenti ad ogni latitudine e in tutte le epoche, possiamo leggere e conoscere l’Uomo e la Società di appartenenza. Il nostro passato, le nostre passioni, i nostri desideri sono sotto gli occhi di tutti: sta a noi scegliere di mostrare o nascondere noi stessi.

BIBLIOGRAFIA

Callari Galli, Matilde, Lo spazio dell’incontro, Roma, Meltemi editore, 1999.
Galimberti, Umberto, Il corpo, Milano, Feltrinelli, 2000.
Mambri, Sandro, Cosmesi, Firenze, Loggia de’ Lanzi, 1995.
Pandolfi, Mariella (a cura di), Perché il corpo, Maltemi editore, Roma, 1996.
Volli, Ugo, Block Modes, Milano, Lupetti-Editori di comunicazione, 1998.
Volli, Ugo, Il libro della comunicazione, Milano, il Saggiatore, 1994.

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