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Argo N.2 _Marco Benedettelli: «Il paese del silenzio»

Stamattina camminavo sul lungo mare, il vento aveva lasciato onde di sabbia sull’asfalto c’era un sole pallido e le serrande erano chiuse. È estate ma è così freddo che si gira con le mani in tasca. Non so che cosa sia stato. Iniziò che tutti erano un po’ nervosi, le facce erano gialle e i capelli fragili. Due amici parlavano e si capiva, c’era ancora un sospetto strozzato che non si poteva dire perché poi sarebbe stato tutto diverso e allora si pensava che fosse solo un’emozione cattiva, un frutto notturno della mente.

 

Poi i più deboli cominciarono a fare cose strane. Parlavano e ridevano da soli e camminavano per le strade senza fermarsi mai, muovendo le braccia e i muscoli della faccia in espressioni scomposte. Allora si iniziò a bisbigliare, a fare ammicchi. Tanti persero la parola, stavano zitti in piedi in mezzo alle piazze e guardavano un punto indefinito con gli occhi vuoti e la bocca un poco aperta. C’era anche chi andava sicuro e deplorava questi omuncoli senza fibra senza decoro e chi invece un po’ dispiaciuto si lamentava che i suoi amici e conoscenti fossero diventati meditabondi e tristolotti e che nei locali a far serata si fosse ormai in pochi, non più come prima, tanti adesso rimanevano a casa a guardare il soffitto. La televisione mandava film muti con signorine in altalena colonnelli marinai vestiti d’un eleganza andata o telegiornali di giorni insignificanti ormai trascorsi. Qualcuno si lamentò che la TV non facesse più il suo dovere ma presto lasciarono stare ché stranamente capirono che arrabbiarsi era solo un diversivo a ciò che intorno si stava disfacendo.

 

Cammino sulla spiaggia, è un’estate senza ombrelloni, il mare è grigio e calmo, verso sera il mare è stato sempre calmo con i cani che giocavano saltavano e poi tornavano alla voce del padrone, i giovani scalzi a tirar calci a un pallone di gomma e gli innamorati a fare passeggiate innamorate. Ora non c’è più nessuno, solo dei gabbiani che stridono su una carcassa di pesce morto, dei gusci di conchiglia mischiati alla plastica e all’immondizia restituita dal mare inquieto a nostra madre terra. C’è un vento sottile e freddo che spiana la sabbia e mi dà fastidio agli occhi, le mie orecchie ghiacciate potrebbero essere paonazze. Cammino e ho tutto il tempo che voglio, non c’è più nessuno, sono rimasto da solo. Guardo il sole pallido che brucia dietro le nuvole.

 

Tutti continuavano a rimanere muti anche se ormai la faccenda con l’andar del tempo s’era fatta chiara anche alle anime innocenti. Solo i bambini continuavano i giochi di sempre ma poi le madri magre e bianche in volto con i capelli arruffati venivano a prenderli nei cortili e in silenzio li portavano a casa ché non era più tempo di stare in giro. Qualcuno voleva pure dire fare qualcosa, ma si era tutti così stanchi ormai che non venivano le idee in testa, e le parole era un pezzo che si erano fatte vuote e inutili, ma questo già da tanto che forse fu uno dei primi segnali annunciatori, quando si parlava assai ma niente si diceva e se qualcuno intuiva e si sforzava a dire qualcosa che sentiva suo, tutti lo guardavano come un povero coglione, ma poi smisero anche questi perché avevano paura di non esser più voluti e alla fine non era facile sopportare il peso degli spettri.

 

Sul viale deserto gli alberi si torcono al cielo, la città senza automobili e luci è immemore e le case si susseguono rigide nei loro angoli retti. Mi siedo su una panchina di metallo e incrocio le mani dietro la testa. C’è un negozio di giocattoli, la saracinesca è abbassata e qualcuno l’ha imbrattata di cazzi giganti, entro dentro, andando via non l’hanno chiusa col lucchetto perché forse sapevano che non sarebbero più tornati. Gli scaffali sono tutti pieni di giochi verdi, rossi, blu. Là nell’angolo c’è un cavalluccio a dondolo. Chiuse nei loro graziosi cappelli le bambole mi guardano coi loro occhi di vetro. Forse potrei mettermi a giocare, a far correre le macchinine sul pavimento, costruire palazzi colorati, ma vado via che questi pupazzi hanno un non so che di folle.

 

C’era un posto là giù in fondo alla pineta dove d’estate si andava quando era caldo e la sera si rimaneva lì dorati dal sole del giorno a sorridere e bisbigliare e a fumare sigarette, nel buio profumato del mare. Inconsapevoli guardavamo le capriole delle rondini e a volte stavamo tutti zitti quando era notte che la luce della luna faceva morbide le ragazze, ma poi quelle ragazze nei giorni sono andate lontane che ora non so più cosa ci legi, se una parola, un brandello di luce condiviso o forse niente.

 

Io sono rimasto qui, in queste strade vuote, questo luogo è freddo, la vernice dai pali di legno si stacca come pelle morta e il vento ha squarciato le tende rosse che sbattono. Il pavimento è coperto dalla sabbia e lascio delle impronte.

 

Solo la memoria d’argento m’è rimasta ora, che tutti sono partiti, questa mattina mi sono svegliato e non c’era più nessuno, ieri mi addormentai nel mio letto stropicciato, fuori c’era confusione, passi, corse, risate folli, ma io ero stanco m’ero perso in un ricordo dolce e non avevo voglia di scendere nelle strade a schiamazzare. Nei sogni notturni ho parlato con degli amici morti, ci siamo abbracciati. Mi sono svegliato e non c’era più nessuno, il silenzio è entrato nella stanza, ma io non ho avuto paura che sapevo tutto da tempo che la luce di crepuscolo negli occhi della gente non poteva durare per sempre e tutti sono scomparsi.

         

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