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Argo N.2 _Valerio Cuccaroni: «L’uomo che vive sopra le piazze»

Mi hai chiesto di raccontarti la storia del mio «naufragio», come lo chiami tu. Ma io sono un giornalista, non racconto storie. Se avessi voluto raccontare storie avrei scritto un romanzo o un libro di racconti. Per me sono i fatti che contano e per scoprire come sono andati veramente, i racconti, anche se provenissero da testimoni oculari o meglio ancora dai protagonisti, non bastano. E non voglio che sul mio fallimento – un fatto – vengano raccontate delle storie. Per di più tu non hai modo di verificare un bel niente e in sostanza, avresti soltanto la mia versione dei fatti. Allora sai cosa dovresti fare se ti interessa tanto questa vicenda? Dovresti intervistarmi. Pensaci. Se ti decidessi in tal senso, te lo dico per esperienza, prima di tutto dovresti domandarmi: parlaci del tuo antico sogno… no, no, «antico sogno» è troppo letterario, meglio «vecchia idea»: parlaci della tua vecchia idea di aprire una redazione della rivista a Bologna. Ecco, questa dovrebbe essere assolutamente la tua prima domanda. Però, a pensarci bene, che ne sa il lettore di me e del mio giornale? Dovresti, sì dovresti prima parlargliene, dovresti fornirgli qualche informazione in più sul mio lavoro e sulla rivista. Allora ti converrebbe fare così: un breve cappello introduttivo nel quale spieghi chi sono e cosa faccio per vivere, cioè, oltre a qualche lavoretto come free-lance, essenzialmente la rivista; quando è stata fondata, da chi e perché. A quel punto il lettore dovrebbe avere tutti gli elementi per capire il resto. Saprebbe che sono un giornalista professionista; che nel 199* ho perso il mio lavoro alla Gazzetta di *** che ha chiuso perché il proprietario è stato incriminato; che allora assieme ad altri due miei colleghi anch’essi disoccupati ho deciso di fondare un mensile per i giovani a distribuzione gratuita, finanziato da alcuni fidati sponsor (soprattutto osterie, hotel e istituzioni locali); che il mensile porta avanti, a forza di inchieste, delle battaglie, nella città ma non solo, per l’eliminazione delle discriminazioni e dei pregiudizi sugli immigrati, per esempio, oppure sui carcerati, sui malati di mente, sui senza-dimora, eccetera; che allo stesso tempo parla di musica, di letteratura, di teatro e del terzo mondo; il lettore saprebbe anche che il mensile, trasportato dai viaggiatori, è arrivato in altre città e dovunque ha suscitato interesse e che per questo pensavo che Bologna fosse la città ideale per fondare un’altra redazione, piena di studenti e viaggiatori com’è e per altri motivi che poi avrei elencato nella risposta. A quel punto infatti scattava la domanda: parlaci di questo… ehm… di questa tua vecchia idea di aprire una redazione della rivista a Bologna. Dunque non mi rimarrebbe altro che parlare di questa mia vecchia idea, di quest’impresa che è naufragata nell’indifferenza più totale. 

Allora risponderei così: innanzitutto dovrei fare una precisazione. È vero che da diversi anni pensavo a questo progetto, ne parlavo spesso con Livia e Umberto, due nostri fedeli collaboratori che studiavano a Bologna, ma non se n’è fatto mai niente. Finché un altro redattore, un ragazzo che collaborava con noi da un anno e mezzo, anche lui studente fuori sede a Bologna, non ha avuto la mia stessa idea. Me ne ha parlato un giorno di ottobre di tre anni fa. Gli avevo appena dato qualche copia del giornale da distribuire nelle facoltà bolognesi, lui mi guarda e dice: «Sarebbe stato interessante fare la stessa inchiesta a Bologna: extracomunitari e lavoro nero… è il problema del giorno là quello degli extracomunitari … perché nel prossimo numero non facciamo una pagina interamente dedicata a Bologna?». Il 13 novembre del 1997 venne occupata la basilica di San Petronio, il numero di quel mese del giornale uscì per la prima volta in due edizioni, in quella bolognese l’ultima pagina si apriva con una grande foto di piazza Maggiore piena di manifestanti e camionette della polizia.
Ora però sarebbe necessaria un’altra domanda (le risposte non devono essere troppo lunghe, altrimenti si rischia di stancare il lettore)… Dovresti chiedermi: quali difficoltà avete dovuto superare per attuare il progetto? Io ti spiegherei che in quanto a collaboratori non c’erano stati particolari problemi a trovarne: il ragazzo a cui era venuta la mia stessa idea aveva assoldato tutti i suoi compagni di Università che s’erano mostrati sensibili all’idea. Le difficoltà a questo proposito riguardavano altre questioni: il modo di scrivere innanzitutto. La prima preoccupazione per un direttore che non è solo un direttore ma anche un allenatore di una palestra di giornalismo come sin dall’inizio volevo fosse la rivista; la sua prima preoccupazione, dicevo, è correggere i pezzi dei suoi inesperti collaboratori. In questo caso ho avuto seri problemi, per esempio, a far accettare ad un ragazzo il titolo che avevo deciso di mettere al suo articolo. Spesso capita che debba cambiare un titolo perché lo trovo poco incisivo. Ci vuole sempre un titolo a effetto per attirare il lettore. Non che io badi solo alla forma, ma bisogna invogliare il lettore se gli si vogliono sottoporre dei contenuti. Comunque. Non ti dico quanto se l’è presa, sembrava che l’avessi violentato! Poi però ha lasciato perdere e la volta dopo mi ha consegnato l’articolo senza il titolo. Succede quasi sempre così. Un altro ragazzo invece aveva scritto un elzeviro indiavolato contro il razzismo quando invece si era impegnato a descrivere semplicemente l’operato di un’associazione di volontariato. Ha riscritto il pezzo tre volte prima che potessi pubblicarlo senza rischiare una denuncia dal Comune di Bologna. Devo dire però che dopo il primo numero problemi di scrittura non ce ne sono più stati. Ma quell’antirazzista convinto. Forse è stato proprio lui la mia prima grossa delusione o dovrei dire il primo presentimento del naufragio. La prima volta che sono andato a Bologna a conoscere la redazione di persona (prima ci sentivamo solo per telefono), lui ha avuto il coraggio di chiedermi i soldi dei fax che mi aveva mandato. E qui dovrei spiegare che la collaborazione al mensile è volontaria e non retribuita, perché il giornale è autogestito, io ne sono editore, direttore e tutto il resto; le uniche entrate che abbiamo, sono quelle degli sponsor occasionali, che servono a rendere possibile la pubblicazione del giornale e secondariamente al mio sostentamento. Il tempo che dedico a quest’attività mi priva di altre possibilità di guadagno. Ma la risposta diventerebbe troppo lunga. Potresti però adottare il buon vecchio metodo di spezzarla con una domanda posticcia, da inserire subito dopo «ha avuto il coraggio di chiedermi i soldi ecc.», del tipo: ma come, i vostri collaboratori non sono retribuiti? Io comincerei così: devi sapere… e poi tutto il resto, pari pari, salvo aggiungere alla fine: comunque solitamente rimborso sempre le piccole spese che i collaboratori sono costretti ad accollarsi; in questo caso però mi ha dato molto fastidio il modo in cui mi è stato chiesto il tutto, come se quella fosse la cosa più importante per il ragazzo. Ma forse c’erano altre ragioni dietro quel gesto, una sorta di astio o di risentimento che però non ho voluto raccogliere; ho pensato di non meritarmelo e basta. Con questa risposta la curiosità del lettore su questa vicenda sarebbe placata; gli resterebbe un’altra e ben più ansiosa curiosità e il giornalista dovrebbe coglierla: hai parlato di primo presentimento, quali sono stati gli altri indizi dell’imminente naufragio? Io a quel punto riprenderei il discorso sulle modalità di sostentamento mie e del giornale. Direi che imbarcarmi in quell’impresa (sarai contento di quest’espressione) era stata una scelta improvvisa e presa sull’onda dell’entusiasmo, ma presto dovetti ricordarmi che c’erano delle spese di stampa da sostenere. Il ragazzo che aveva avuto la mia stessa idea mi aveva sin dall’inizio tranquillizzato a tal proposito (avevano già trovato tre o quattro sponsor per i primi numeri) ma io conoscevo bene i rischi che si possono correre con gli sponsor. Alla peggio non pagano e nel migliore dei casi pagano in ritardo. Perciò insistetti molto su questo punto non solo con lui ma con tutti i ragazzi, quando li incontrai. A dire il vero mi aveva pregato di farlo proprio il ragazzo che aveva avuto la mia stessa idea, perché diceva che l’aveva ripetuto più volte ma tutti si schermivano dicendo che non erano capaci, che si vergognavano, che appena chiedevano soldi li cacciavano in malo modo. Insomma avevo già capito che sarebbe stato difficile in futuro riuscire a trovare i finanziamenti necessari. Tanto più che l’argomento mi sembra abbia sempre scoraggiato i miei aspiranti giornalisti. L’autofinanziamento però è il primo principio dell’autonomia e dell’autogestione di uno spazio e di un’attività, nessuno lo può ignorare. È che quando un’impresa si sviluppa, si espande, nuove persone si aggiungono e non tutte riescono ad entrare nella sua logica fondante, non se ne sentono protagonisti e presto si stancano e abbandonano tutto. E così infatti è stato. Sapevo benissimo che, per evitare che ciò accada, bisogna sempre motivare e rimotivare le persone, tenere acceso il fuoco, imbarcarne… coinvolgerne altre. Ma io ero lontano e non ho potuto fare niente. Piano piano altri fattori si sono poi uniti ai primi contribuendo ad affondarci lentamente.
Avrai già capito quale dovrebbe essere la tua domanda a questo punto: quali altri fattori? Vedi, risponderei, per attirare altre persone, oltre che naturalmente il maggior numero possibile di lettori, l’impresa dev’essere conosciuta. La diffusione gratuita del giornale senz’altro aiuta ma bisogna anche cercare di rendersi visibili con altri mezzi di comunicazione di massa. A Bologna, data la nostra natura, cercammo subito di instaurare dei rapporti di scambio di pubblicità con alcune radio indipendenti, figlie delle radio libere degli anni Settanta, e con una piccola fanzine di fumetti underground, finanziata dagli sponsor e piena oltre che di disegni e caricature, di articoli di vario genere, recensioni eccetera – proprio come noi! Non ci sarebbe stato alcun problema: tra fratelli ci sia aiuta, no? E invece da questo tentativo di approccio derivò forse il colpo più duro, quello che minacciò definitivamente la riuscita dell’impresa. Ebbene quelli della fanzine si rifiutarono di collaborare e per vie traverse alla fine ci osteggiarono apertamente, considerandoci loro concorrenti! A dire la verità all’inizio ci avevano semplicemente snobbato dicendoci che avevano visto mille imprese del genere naufragare… sì, hanno detto proprio naufragare, naufragare nel nulla… uhmm, avranno detto veramente così? …forse mi sto lasciando trascinare troppo… comunque sia… a quel punto, abbiano detto o no «naufragare nel nulla», sorgerebbe spontanea l’ultima domanda: e come è andata a finire? Io concluderei dicendoti che il ragazzo che aveva avuto la mia stessa idea fu molto demoralizzato da questa vicenda. D’altra parte non riusciva più a sostenere le obiezioni agnostiche dei suoi compagni d’università, la loro volontà di scrivere quello che gli pareva, il loro disinteresse per la politica, il loro scarso amore per l’attualità, per il mondo attuale, tanto più che anche lui lo stava perdendo. Aveva sperato nei più politicizzati, alla fine decise di abbandonare. Un giorno andò a presentare il giornale a una delle radio più vicine alla fanzine. Un suo redattore collaborava con il nostro giornale, avevano programmato di fare una presentazione all’uscita di ogni nuovo numero. Aspettò per due ore poi gli fu detto che il giornale lo avevano già presentato una volta e gli argomenti di quel numero lì erano già stati ampiamente trattati dalla radio durante la settimana. Capì tutto. L’impresa fallì.
Credo che queste domande che ti ho suggerito siano sufficienti a chiarire la faccenda. Allora che dici? Ti va bene un’intervista? Se sei ancora curioso, se vuoi sapere che fine abbiano fatto quegli apprendisti reporter, te lo riferirò a parte, perché non c’entra con il mio «naufragio»: il ragazzo che aveva avuto la mia stessa idea diceva che volevano scrivere quello che volevano, be’ credo che volessero fondare una rivista per conto loro e so che alla fine ci sono riusciti. Se invece ancora insisti perché ti racconti una storia, no mi dispiace, io non racconto storie…

         

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