Press "Enter" to skip to content

ARGO N. 2_Introduzione

Per quattro secoli è stata la letteratura a creare il mondo. Il borghese, come già il nobile a sua volta, ha innalzato il libro a mezzo magico per ottenere potere, considerazione sociale. Dal mercante del Quattrocento, al libertino, al dottore dell’Ottocento, come dal barone o dal principe, aver letto libri veniva considerato sinonimo di elevazione sociale. Nel Settecento e nell’Ottocento ci si identificava negli eroi dei romanzi, come prima in quelli delle commedie e delle tragedie, se ne discuteva, li si prendeva a modello per giudicare il mondo contemporaneo. Nel Novecento qualcosa è cambiato. Il Novecento stesso era qualcosa che cambiava. Cinema e televisione hanno rivoluzionato il teatro del mondo. E la letteratura, suo malgrado, ha dovuto lasciare posto nella cabina di regia. Venerare un dio spodestato è ridicolo – non rimane a chi ancora lo ama che tradirlo. Se hai un dio perché non cinque o dieci? La divinizzazione della letteratura, compiuta dal Romanticismo, fa di questi scherzi, specialmente all’adolescente sognatore. Ma se si volesse negare il potere di trasformazione del reale proprio del linguaggio, allora anche cinema, televisione, radio e rete sarebbero nient’altro che ponti sospesi in un teatro da abbandonare. E non resterebbero che l’irriducibile realtà e le favole che consolano gli inconsolabili. A ciascuno il suo. Nel Secondo Territorio a cui «Argo» è approdata tutto è gioco di specchi. Potreste entrarvi come in un Luna Park e ritrovarvi all’improvviso in un immenso tempio in festa, oppure sempre e comunque nel Grande Teatro del Mondo. Riflettere per giocare. È l’unica regola.

Valerio Cuccaroni

         

Condividi