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ARGO N. 3_Carlo Schiavo: «L'impossibilità del carnevalesco nel corpo pulp»

Il tema del corpo è uno degli argomenti centrali della ricognizione analitica compiuta da Bachtin sul carnevale nella cultura popolare. A questo riguardo, la trattazione dello studioso russo s’incardina sull’istanza fondamentale della rappresentazione della materialità del corpo, che egli sviluppa poi su due assi: quello di una rispondenza tra l’espressione sul piano pratico e culturale del carnevalesco e lo spirito universale proprio del Medioevo; quello della corporeità vista sull’orizzonte, ancora afferente al carnevale, del principio di sconsacrazione e rinnovamento, nell’eterno susseguirsi cosmico di morte e rinascita.

Premesso questo, con una tripla capovolta storica ed ideologica (e storico ideologica), il nostro articolo si proporrà di vagliare il tema del corpo nella letteratura contemporanea cosiddetta pulp, al fine di verificare come in essa la materialità della carne abbia perso la sua funzione di fulcro o aiuto per abbattere e ricostruire. Disporremo dunque il lavoro in stadi successivi: partiremo cioè dal tentativo di inserire la discussione entro una sovrastruttura di riferimento generale, e in seguito passeremo ad esaminare motivi ed eventi particolari e fenomenici.
Risulta tuttavia inevitabile che l’accenno ad un excursus nella storia delle idee dal Medioevo ad oggi venga svolto solo per sommi capi, e limitatamente alla materia che qui ci interessa. Fondamentale risulta a tal proposito ricordare che il tramonto del succitato universalismo iniziò in parte nel Rinascimento (quando si verificò una sorta di prolifica convivenza coll’individualismo), e fu poi istituzionalizzato coll’ingresso nell’epoca moderna. Avvenne allora la sostituzione di esso con detta concezione strettamente individualista, pressoché opposta tanto nella mentalità quanto nella sua manifestazione a livello corporale. In seguito, con la crisi del romanticismo, con la psicanalisi e il pensiero relativista, si è venuta a perdere anche l’unità del soggetto. Quest’ultimo, così, è stato sottoposto ad una frammentazione, avvenuta di nuovo su entrambi i livelli, psichico e materiale. Vedremo quindi quali conseguenze porta adesso la nuova situazione cosiddetta postmoderna.
Nel contesto ora tratteggiato, si dovrà tenere ben presente la coordinata strutturale che pone in ogni epoca il corpo umano quale specchio riflettente, a tutti i livelli, della realtà esterna. Vedremo allora anche come il pulp, in tale senso, s’inserisca nel solco della riscoperta letteraria (ed extraletteraria) del corpo, che ha avuto come un’impennata negli ultimi vent’anni del Novecento.

Tralasciando, a questo proposito, tutti i discorsi concernenti le strategie commerciali ed editoriali, palesiamo subito la detta istanza generale di riferimento contestuale. E dunque, le mutazioni epistemologiche intervenute nei passati cinque secoli hanno agito nel senso di una quasi completa ridefinizione di contenuti e referenti. Pertanto, lo stravolgimento totale proprio del carnevalesco, come era inteso nel Medioevo e nel Rinascimento («un secondo mondo e una seconda vita») [1], è diventato pressoché inattuabile. La negazione può oggi appuntarsi solo su «alcuni fenomeni particolari», senza cioè coinvolgere «tutta la struttura della vita (ivi compresa la verità dominante)» [2]. Inoltre, essa è appunto solo una negazione, mentre prima conviveva col polo positivo e affermativo di una realtà diversa. Questo avviene in accordo alla struttura della contemporanea realtà borghese, per cui il rinnovamento si può verificare solo «all’interno dei suoi meccanismi configurativi», secondo un processo di ingerenza e fagocitazione che nullifica ogni reale spinta sovversiva, lasciandone in vita solo un illusorio simulacro. Cosicché, anche l’uso letterario, apparentemente anticanonico, che il pulp fa del tema del corpo non ha affatto gli scopi e gli effetti del medesimo anticanone medievale e rinascimentale. L’imperfezione, lo smembramento, la descrizione dall’interno, non portano assolutamente alla sconsacrazione e al rinnovamento che abbiamo precedentemente indicato quali caratteristiche basilari dell’ambito carnevalesco. Già lo stesso Bachtin aveva parlato, per le apparenti o parziali sopravvivenze, di un semplice mantenimento dell’«involucro esteriore», mentre «ci si lascia sfuggire il loro significato interiore». Più avanti aveva inoltre aggiunto che «nella maggior parte dei casi, sono delle immagini grottesche che hanno perduto o hanno indebolito il loro polo positivo, il loro legame con il tutto universale del mondo in divenire» [3].

L’altra grande differenza concettuale, che va ad incidere sulla impossibilità per il pulp di entrare nell’ambito del carnevalesco, riguarda proprio l’appena accennato passaggio dall’universalismo all’individualismo (di cui avevamo anche in precedenza fatto menzione). In tale alveo, le parti materiali dal corpo smembrato assumono una «funzione caratterologica ed individualizzante, […] senza alcun legame con la vita della società e con i fini universali» [4]. Permanendo nella concezione postmoderna (e pulp) la validità sovrastrutturale dell’assunto individualistico, lo smembramento corporeo viene a configurare una perdita e una negazione senza rinascita. L’uomo, insomma, muore come individuo, e la sua morte è la fine di tutto. Egli allora non contribuisce più, come invece faceva in passato, al continuo progresso e all’evoluzione di tutto il suo genere. Non si tratta, per chiarire, della trita e in parte fuorviante formula della «fine della storia», propria di certe frange del pensiero postmodernista. Ma è abbastanza lecito pensare ad una sorta di immobilismo, ossia l’esatto contrario della percezione carnevalesca, caratterizzata da un’incessante ed inarrestabile mobilità. Da esso deriva un atteggiamento «essenzialista», che la società borghese, dopo avere lei stessa fondato e promosso, spaccia per «naturale» (secondo i procedimenti acutamente messi in luce da Roland Barthes) [5].
In realtà, un certo tipo (corrotto) di rinnovamento è ancora possibile per l’umanità contemporanea, ma si materializza nelle vesti della figura simbolo dello zombie. In accordo con lo statuto caratterizzante di questo essere, più che di una rinascita si tratta dunque di un ritorno ad una condizione definitiva di non-vita, protesa però alla nostalgica ricerca di una perduta pienezza. Quella che prima si definiva come «anima» è stata infatti sostituita dal vuoto e dall’assenza di pensiero e sentimenti, i quali vengono rimpiazzati da una (tele)comandata unidirezionalità verso il conformismo. Allo stesso tempo, lo zombie rappresenta poi, col suo corpo devastato, il «retropensiero» oscuro dell’esasperazione per il continuo miglioramento del corpo. Questo essere mostruoso incarna allora l’incubo dell’opposto all’anelito alla perfezione, in una sorta di parodia (non carnevalesca!) dell’immortalità. La testarda ricerca di una indefinita quanto improbabile prosecuzione della vita del singolo è infatti l’unica risposta possibile all’angoscia della morte in seno al pensiero individualista. Per questo fine, il corpo umano viene allora sottoposto a continue modificazioni e tentativi di potenziamento, dietro la guida di una scienza medica intenta a frammentarlo e parcellizzarlo, e ad aggiungergli appendici ed escrescenze tramite innesti tecnologici [6].
È importante, per il discorso che seguirà, sottolineare esattamente questa modifica del corpo, da naturale ad artificiale. In passato, infatti, le dette escrescenze erano incontestabilmente e necessariamente fisiologiche (ad esempio, un naso sproporzionato, un pene enorme, ecc.), e servivano a mettere in contatto l’uomo con gli altri uomini ed esseri animati ed inanimati: col tutto universale, in una parola. Oggi, invece, essendo quelle parti create mediante la tecnologia (dopo che il canone classico le aveva spianate o totalmente eliminate dalla rappresentazione del corpo), l’uomo si è trovato privo del contatto epidermico e naturalistico col mondo. Egli è quindi rimasto sempre più chiuso nel suo guscio, nonostante questo possa venire dotato di appendici meccaniche o elettroniche (sorvolando qui sul discorso ben più complesso dell’informatica) per tentare una comunicazione con un mondo esterno altrettanto innaturale.

La veloce menzione, giusto adesso rivolta, alla tecnologia, ci consente di arrivare a quegli aspetti più particolari che ci eravamo all’inizio ripromessi di toccare. Noteremo allora come gli elementi storici e sovrastrutturali di cui abbiamo parlato trovino una corrispondenza a livello testuale e concreto, a rimarcare gli impedimenti per l’esistenza del carnevalesco nelpulp.
Lo stato contemporaneo, come si è appena visto, appare dunque in continuo ed implacabile cammino da una condizione naturale e concreta ad un’altra che è in parte artificiale, e per altro tendente all’astrazione e all’immaterialità: si è in sostanza venuta a creare una vera e propria realtà al grado secondo. Pessimista ed immaginoso, ma assai lungimirante, Baudrillard descrisse nel 1991 tale situazione: «Dappertutto lo stesso effetto stereofonico, di prossimità assoluta del reale: lo stesso effetto di simulazione. Per definizione, questovanishing point, questo punto al di qua del quale c’era [la realtà] è irreperibile», e allo stesso tempo il suo superamento è «irreversibile. […] Non sapremo mai più cosa fossero tutte le cose prima di svanire nel compimento del loro modello» [7]. I modelli e i simulacri, insomma, prendono il posto della realtà.
Accade allora che la cultura, dal canto suo, si trova vieppiù a sostituire il mondo in sé col discorso sul mondo, concedendo ad esso la concreta garanzia d’esistenza sottratta al mondo naturale. Quest’ultimo, d’altronde, è andato passo passo perdendo la sua naturalità. Innanzitutto, gli elementi e gli oggetti appunto della natura hanno ceduto il posto a manufatti umani con un introiettato grado dell’elemento naturale sempre minore. L’ulteriore e al tempo stesso parallelo passaggio è poi verso il dominio dell’immaterialità, giacché il valore d’uso delle cose ha assunto l’importanza, e sta rimpiazzando, la loro materica consistenza. Questa invadenza dell’oggettuale e del merceologico interessa del resto non solo la dimensione inorganica, ma anche quella organica dell’essere umano. Svuotato, come si è ritrovato ad essere (e come abbiamo già visto), di certezze ideologiche e sentimentali, l’uomo ha infatti subíto egli stesso i medesimi processi occorsi al resto del mondo naturale. Per una verifica di quanto si sta affermando, si può provare a scorrere la casistica dei raccontini diWoobinda [8], espressa da Aldo Nove in maniera iper mimetica ed iper realista, al fine di schizzare dei frammentati brandelli, altamente esemplari, della nostra contemporaneità. Ma veramente, la convivenza di questi tre stati, naturale reificato e immateriale, non è affatto pacifica (né può esserlo). Il tema del corpo, anzi, per quanto la sua materialità possa essere soggetta a mercificazione, si configura anche come un tentativo di risposta alla perdita della sostanza tangibile. Una risposta che appare però solo un grido disperato e senza appigli ideologici o fattuali. Una protesta vana, che non fa che confermare ciò cui vorrebbe sottrarsi e negare, finendo dunque nel rassegnato adattamento: l’esatto contrario di ciò che comportava la fisicità carnevalesca.
L’approdo conclusivo è quindi ad un caos estremo, così nella realtà esterna come in quella individuale, sia mentale che corporea. Nel contesto moderno eravamo in presenza «di un corpo formato in un mondo esteriore parimenti formato», dove «le frontiere fra il corpo e il mondo non si indeboliscono affatto» [9]. Nel contesto postmoderno, invece, il corpo è de-formato e parcellizzato in un mondo esteriore ugualmente de-formato e parcellizzato. I loro frammenti si confondono, allora, nella caotica disposizione spaziale di una realtà piatta e bidimensionale. Ma anche se le frontiere individuali vanno scomparendo, l’universalizzazione fisiologica è tuttavia impossibile, proprio in quanto è la realtà naturale e potenzialmente universale a non esistere più. Può essere vero che il meccanismo d’assimilazione uomo mondo permanga idealmente nel suo funzionamento. Il risultato non è però una rigenerazione naturale, bensì una stasi artificiale nella piattezza collettiva.

Il pulp, dunque, con la sua ricerca della carnalità, finisce coll’essere l’ennesima dimostrazione dell’onnipotenza pervasiva della realtà contemporanea, borghese e postmoderna. Niente di più lontano dalla proposta della vita altra, capovolta ma possibile, del carnevale. Della cultura carnevalesca e popolare viene perciò negato persino il suo carattere utopico.
Si è verificato, a conti fatti, un autentico e radicale cambiamento di segno. In passato, il cosiddetto «realismo grottesco» promuoveva un anticanone che era simultaneamente del vissuto, ossia appartenente al piano pratico e concreto, e del culturale e letterario. Oggi, al contrario, il corpo umano manifesta la sua derivazione e l’impossibilità di evadere da una realtà onnicomprensiva, mentre l’impiego del suo tema in letteratura non è che un mero strumento al servizio della descrizione della realtà per come essa è. L’alterità e l’utopia nelpulp sono scomparse, e persino la potenziale denuncia ha lasciato il posto ad un iperrealismo che per lo più segnala una posizione distaccata ed onanistica da parte dei soggetti scriventi. Per finire, l’anticanone della concreta, fisiologica espressione di tutto ciò che concerne il «basso» corporeo è decaduto, svuotandosi in parte per l’abitudine, per così dire, al suo utilizzo, ma soprattutto per la mancanza di un referente ideologico, di un progetto sovrastrutturale che voglia e sappia sottenderlo.

Note

[1] Michail Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, Einaudi, 1979. Corsivi nel testo.

[2] Ivi.

[3] Ivi.

[4] Ivi.

[5] Cfr. Roland Barthes, Miti d’oggi, Torino, Einaudi, 1974.

[6] Per un approfondimento, cfr. Fulvio Pezzarossa, C’era una volta il pulp, Bologna, Clueb, 1999.

[7] Jean Baudrillard, L’illusione della fine, o Lo sciopero degli eventi, Milano, Anabasi, 1993. Corsivi nel testo.

[8] Aldo Nove, Woobinda, Roma, Castelvecchi, 1996.

[9] Michail Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, cit.

         

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