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ARGO N. 3_Chiara Frezzotti: «Angiolieri e la parodia ovvero una profanazione dello Stilnovo»

Il termine «parodia» (dal gr. parà e ode, ‘cosa che somiglia al canto’), nel senso più generale, indica qualsiasi composizione che si rifà ad un altro scritto ma, nell’apparente ed intenzionale imitazione della struttura, ne stravolge i valori ed i significati per mettere in risalto il distacco dal modello e il suo rovesciamento critico. Tale rovesciamento può essere sia aggressivo e polemico che giocoso e scherzoso tuttavia l’immagine della realtà offerta dal testo originale è opposta rispetto al risultato parodico. In termini linguistici, inoltre, la parodia comporta sempre una trascodificazione.

Secondo Michail Bachtin, la parodia implica la creazione di un «sosia» che detronizza l’eroe principale con la conseguente affermazione di un mondo alla rovescia; essa risale al comico carnevalesco nel quale ogni valore gerarchico tradizionale è dissacrato, deriso e ribaltato. In questo processo si unificano elementi eterogenei e ci si libera dal punto di vista dominante con la conseguente possibilità di guardare il mondo sotto un’altra ottica. Nel Carnevale, dunque, la parodia trova larghissimo utilizzo: è una delle sue strutture portanti e si inserisce all’interno di una comunicazione giocosa che però solo in rari casi tende a distruggere l’autorità del testo o del valore ufficiale.
La parodia discende direttamente dal realismo grottesco nel quale troviamo un fortissimo abbassamento di ciò che è alto ossia «il trasferimento di tutto ciò che è alto, spirituale, ideale ed astratto, sul piano materiale e corporeo, sul piano della terra e del corpo nella loro indissolubile unità» [1], ma tale abbassamento è un principio estremamente positivo poiché è da intendersi in un senso rigorosamente topografico: il basso non è nient’altro che la terra (contrapposta all’alto che è il cielo) ed essa rappresenta sia l’assorbimento che la rinascita e la resurrezione. La terra rappresenta una sorta di ambivalenza ciclica di morte-rinascita ed il «basso», quindi, diventa simbolo di rinascita. Si deve fare una distinzione, come già nota Bachtin, fra la parodia medievale e quella letteraria moderna: quest’ultima pur mantenendo il suo carattere di «abbassamento» non porta ad un basso positivo e produttivo ma bensì ad un valore esclusivamente negativo, «privo di ambivalenza rigeneratrice» [2]. L’ambivalenza, inoltre, è evidente nei casi in cui la parodia non tende a distruggere l’autorità ufficiale, bensì, indirettamente, a consacrarne il valore (rigenerato). Da notare è il carattere costitutivo che il rapporto con il tempo ha nell’immagine grottesca in quanto «l’immagine grottesca caratterizza il fenomeno nel suo cambiamento, nello stadio di morte e nascita, di crescita e di divenire» [3].
In campo letterario, tutta la parodia medievale è basata sulla concezione grottesca del corpo, un corpo aperto e non completo, cosmico, che incarna l’intero mondo materiale sempre secondo il principio di morte (dissacrazione)-rinascita. Lo stesso vale per le implicazioni blasfeme, le quali possiedono anch’esse una forte ambivalenza: abbassare e mortificare e, nel contempo, rigenerare e rinnovare.

È in quest’ottica che possiamo inserire l’opera di Cecco Angiolieri il cui canzoniere è compattamente intonato, se si escludono le rare liriche amorose di eco siculo-toscano, sul registro comico realista e ancorato a posizioni antistilnovistiche (si trovano richiami di parodia della Vita Nuova). Cecco sviluppa i temi già presenti nella produzione realistica precedente, soprattutto goliardica, secondo una prospettiva più ampia, mantenendo la carica più trasgressiva ma adeguandone la dimensione cosmopolita alla sua realtà comunale. Egli, in antitesi al mondo ideale espresso dagli stilnovisti, con i loro valori di Amore, Cortesia, Gentilezza espressi in un linguaggio misurato e puro, si vota agli aspetti più scoperti e realistici della vita: sensualità grossolana, temi come il denaro, il gioco, il vino. Il suo linguaggio, ricco di volgarità ed imprecazioni, si lega al gusto popolareggiante della smisuratezza attraverso un largo uso di iperboli ed esagerazioni. Evidente è quindi il verso fatto ai componimenti “di desiderio” degli stilnovisti e soprattutto vitanovistici, dove amante e amata intrecciano sguardi paradisiaci e tremori, silenzi sublimi e sospiri, rispetto a quelli che possiamo definire i sonetti dialogati: – Becchina mia! – Cecco nol ti confesso, – Becchin’amor – Che vuò, falso tradito? oppure Il cuore in corpo mi sento tremare.

Nel primo dei sonetti elencati assistiamo ad una commedia amorosa interpretata da una figura femminile che rappresenta la caricatura della Beatrice dantesca; Becchina è una donna avida di denaro e dai costumi un po’ dissoluti. Evidentissima nel brano è la deformazione degli ideali stilnovistici a favore del terreno e del plebeo; Cecco rinnova le forme tradizionali del contrasto e vivacizza la tecnica del sonetto dialogato inserendo il suo acceso realismo. Nelle battute iniziali troviamo l’Angiolieri nelle vesti del traditore che tenta di recuperare l’amore della donna prima con il linguaggio cortese dell’innamorato: «Merzè, per Deo!», «E verrò sempre [molto gecchito]»; per poi passare ai mezzi più vivaci delle insinuazioni («Vuo’ pur ch’i’ muoia?»), delle scuse e delle domande lusinghevoli. L’«amata», invece, risponde prontamente: « In che fallai? , Tu sai ch’i’ l’abbo udito », lo deride « Ed io morrò! , Omè, che tu m’inganni » ed impietosa non cede alle mille moine.

La donna angelicata degli stilnovisti è, al contrario della figura di Becchina, umile («benignamente d’umiltà vestuta»), gentile ed onesta («tanto gentile e tanto onesta pare»). Gli stilnovisti descrivono donne pudiche e rispettose, che si avvicinano all’uomo solo tramite un saluto o un sorriso: «Lo vostro bel saluto e il gentil sguardo / che fate quando v’encontro, m’ancide: Amor m’assale» provocando nell’innamorato sentimenti, tremori e puri desideri.
Nel sonetto Il cuore in corpo mi sento tremare, l’Angiolieri sviluppa parodisticamente una canonica situazione stilnovista: la visione della donna che fa tremare ed ammutolire che egli rappresenta secondo i modi comici e realistici. «Tremare», verbo topico dello stilnovismo, nel quale è usato per indicare stupore e meraviglia, nella poesia di Cecco si trasforma per divenire addirittura incapacità di reggersi in piedi: «Mi tengo in una gran ventura / quand’i’ mi posso pur su’ piei fidare».
La donna descritta dal poeta senese risponde animatamente alle provocazioni ed alle domande del suo amante: i due rappresentano un amore completamente plebeo, terreno, cui si confà anche la fisicità, che non si basa su sguardi e sorrisi ma arriva ad una conclusione concreta. Becchina, pur essendo una figura grossolana e popolare, rende benissimo l’idea di una donna emancipata, schietta e non sottomessa, anzi, per l’epoca, irrispettosa nei confronti dell’uomo e della posizione generalmente riservata alla donna. Si è tentati ad affezionarsi alla vivace figura di questa donna che sa farsi valere a discapito delle tante Beatrici o donne angelicate, signore nobili e dame che, attraverso l’ottica profanatrice assunta dall’Angiolieri nei confronti del Dolce Stilnovo, mantengono le distanze o fanno le preziose facendo gli occhi da triglia ad innamorati svenevoli. Il rovesciamento del sacro è stato attuato, al canone si contrappone un anticanone alla cui base stanno dei personaggi più popolari.

Concludendo sottolineiamo la voluta e compiaciuta esasperazione delle immagini, della parodia e della caricatura, nell’intento di sbalordire il pubblico; tuttavia l’insofferenza verso i valori cortesi e stilnovistici è prettamente negativa: manca, infatti, la creazione di nuovi ideali, per quanto di matrice popolare, che si possano contrapporre a quelli appena abbattuti.

Note

[1] Michail Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, Einaudi, 1979.

[2] Ivi.

[3] Ivi.

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