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ARGO N. 3_Francesca Blesio: «Trasgredire»

Da sempre significa varcare la soglia di un divieto. Se esiste un limite oltre al quale non è concesso andare, allora esiste anche una trasgressione ad esso congiunta. Tras-gredire. Gettando uno sguardo a ritroso negli anni, è evidente come ieri i passi vietati fossero di gran lunga superiori numericamente rispetto ad oggi. E qui è giusto il riferimento all’argomento centrale di questo numero della rivista: il Carnevale fino al Settecento, festa, sebbene, anzi proprio perché, limitata nel tempo, trasgressiva per eccellenza, «paese della Cuccagna» che appariva a gennaio e scompariva con l’inizio dei quaranta giorni di penitenza; una sessualità alla quale dare libero sfogo, cibo ad libitum e vino a fiumi; un temporaneo mondo alla rovescia insomma per riottenere la sicurezza dell’ordine; tanto più impregnato di trasgressività quanto più forte e universale era il sistema sociale, politico e culturale imperante. La fine del Carnevale nella modernità e ancor più nella contemporaneità allora sarà da leggere all’interno di una progressiva ineluttabile morte della trasgressione. 

Eccezion fatta per la moltitudine di leggi finalizzate al mantenimento dell’ordine sociale (vedi alla voce codice civile e penale), a tutt’oggi sembrano essersi volatilizzate nel nulla tutte quelle norme che, sebbene non ufficiali, regolavano il comune vivere quotidiano solo qualche anno fa. Non è nelle nostre intenzioni stimare se la valenza di questo cambiamento sia da considerarsi positiva o negativa; certamente però si può affermare che all’incirca dagli anni Settanta si è verificata una trasformazione nel regolamento del vivere sociale che ha investito anche permessi e divieti. Si sono allentate le catene delle interdizioni, del non-possibile. Non ovunque. Ma in Italia con certezza. La trasgressione ha motivo di esistere se c’è un limite da oltrepassare; se di frequente questo lo si aggira, o meglio viene lasciato che lo si aggiri, allora il limite in questione ha vita breve. E la trasgressione, ad esso legata, anche. Ciò che è trasgressivo oggi, lo è ancora per poco tempo: presto rientrerà nei ranghi del concesso. Ci si avvia, quindi, a celebrare il funerale della trasgressione e, se molteplici saranno le cause di questa dipartita, una salta particolarmente agli occhi, anche per la sua macroscopica evidenza: il Mercato, con il conseguente consenso assenso dei mass media. Una sola immagine. Le creste e gli abiti da buttare riassemblati dei Punk (rifiuto dell’ordine), i capelli lunghi per entrambi i sessi degli Hippy (rifiuto della convenzionale differenziazione di genere). Non sono stati forse recuperati, pubblicizzati, mercificati e quindi, di conseguenza, resi vuoti di contenuto comunicativo eversivo? L’industria dello spettacolo e quella della moda si sono appropriate delle sottoculture azzerandone il messaggio dissidente. Niente più trasgressione nel vestirsi con abiti logori o nell’utilizzare quotidianamente le calzature dei militari. Niente più limite. La trasgressione viene inglobata dalla spettacolarizzazione di ogni evento, dalla mercificazione di ogni cosa.
Rimane dunque una possibilità di trasgressione nella società dei consumi e dei mass-media? Forse. Se esiste un diktat della sorella televisione, e in generale dell’industria della comunicazione, allora esiste anche l’occasione per sovvertirlo; se ci rifacciamo alla regolamentazione subliminale che proviene dai mezzi di comunicazione di massa, abbiamo limiti da oltrepassare anche in questo caso. Oggi possiamo vivere la trasgressione deviando dall’imposizione pervasiva del messaggio televisivo, individuando e infrangendo la logica dell’assenso legato ad esso. Un esempio scontato? Proprio una carnascialesca, luculliana, cena con carboidrati e proteine a braccetto e vino in abbondanza, all’apertura della stagione delle diete…

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