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ARGO N. 3_Giuseppe Saccà: «Venezia rivelata»

Chiunque pensi al carnevale immagina un periodo durante il quale sia lecito infrangere, trasgredire certi doveri, usi e costumi solitamente accettati e/o rispettati. Un breve lasso di tempo (oramai per carnevale si intende il periodo che va da giovedì a martedì grasso) dedicato a giocare ambiguamente con la realtà. Gioco che spesso aiuta a vedere, decifrare o per lo meno intravedere, aspetti tra i più disparati celati, camuffati, mascherati nella “normalità”, nel vivere quotidiano. In questo senso il carnevale di Venezia è il periodo dell’anno durante il quale la città mostra a se stessa e ai suoi ospiti il suo vero volto. Il carnevale odierno ha ben poco a che vedere con il carnevale che si svolgeva per tutte le calli, fondamenta, salizade, campi e campielli di un tempo. Questo carnevale è stato riesumato, negli anni Settanta, all’interno di una logica di (dis)uso e (s)vendita della città perfettamente coerente con le scelte adottate dai veneziani per la città storica nel secondo dopoguerra.

Uno dei più fini conoscitori della storia veneziana degli ultimi decenni scrive:

La cosiddetta vocazione turistica […] ha ridotto la città a ricettacolo di attrazioni ad alti numeri, cui non viene offerto alcun legame intimo con il luogo, la storia, la bellezza […] Il supposto postmoderno del postindustriale ha frantumato ogni connessione con il territorio circostante, sia regionale che nazionale ed ancor di più internazionale, scollegando inevitabilmente produzione economica e reddito da censo, a dispetto di quanti sentenziano con supponenza che Venezia vale oramai per la sua dimensione cosmopolita, che però torna comoda soltanto per scenario o paravento di immagine. Venezia è ridotta a vivere di rendita fino all’esaurimento […] Non che siano mancati i calcoli: Venezia sede dell’expo 2000, il Mose [progetto di dighe mobili per contrastare l’acqua alta – n.d.A.], Venezia collegata con tubi sottomarini ecc. […] tutto viene sommerso: restano il carnevale artificialmente riesumato, i Pink Floyd, l’arrivo del Giro d’Italia in Piazza San Marco. Venezia contenitore che può essere riempito di ogni cianfrusaglia, purché vendibile e spendibile [1].

Durante il carnevale la città non prepara assolutamente niente. C’è qualche concerto di gruppi locali più o meno giovani, ma pensate che vengano organizzati spettacoli teatrali, incontri o simil più o meno trasgressivi peraltro conseguenti alla logica stessa che dovrebbe nascondersi/svelarsi dietro al carnevale? Niente. L’anno passato ogni sera vi era uno spettacolo itinerante attraverso i campi (piazze) al di fuori dei soliti assi turistici, incentrato su Le città invisibili di Italo Calvino. Scelta azzeccatissima visto il testo, l’autore e l’ambiguità che poteva scaturire da tutto ciò. Era parso ai più il segnale di un nuovo modo di vedere il carnevale, ossia un modo di non sottomettersi unicamente a logiche commerciali. Un tentativo di far dialogare anime diverse della città, un dialogo che dovrebbe permettere ai veneziani, certo di guadagnare, ma anche di dare la possibilità ai foresti (stranieri in senso lato, quindi anche agli italiani non-veneziani) di godere della storia cittadina, della storia cosmopolita della città e dei suoi frutti più o meno visibili. (Perché proprio durante il carnevale, ad esempio, non si pensano manifestazioni tese a far conoscere, svelare, rivelare angoli solitamente nascosti?). Invece assistiamo a manifestazioni all’insegna di scelte che gli abitanti di questa città stanno perseguendo cinicamente e che stanno conducendo Venezia ad essere niente più che un grande museo. Non a caso c’è chi propone di far pagare un prezzo d’ingresso all’arrivo. Sappiate che già oggi una corsa per foresti in vaporetto costa £6000 per i veneziani £1500. Discriminazioni del genere, più o meno legalizzate, ve ne sono molte (perfino nell’utilizzo dei bagni pubblici si applicano tariffe diverse). Sono consapevole che logiche di questo genere si stanno imponendo in molte città e luoghi, ma vorrei far presente gli effetti deleteri che hanno portato a Venezia, luogo battistrada in questo tipo di problematiche. Luogo, non più città (per lo meno per chi intende città come una unità organica, completa – vissuta ed abitata da un ampio raggio di popolazione con relative articolazioni sociali e territoriali). Venezia non è più capace di esprimere una qualsiasi identità. Per secoli all’interno della città si sono affrontate varie correnti di pensiero, sono nati miti, antimiti. Riflessioni interne che si sono mescolate, integrate, scontrate con idee d’origine esterna alla città quali quelle romantiche, che leggevano Venezia in chiave decadente-mortuale, ma anche visioni vitalistiche e imperialiste (ad esempio in D’Annunzio) [2]. Ora non esiste più nessuna immagine della città. Siamo di fronte all’annichilimento di una qualsiasi visione positiva o negativa, all’abbattimento di una qualsiasi idea. Si punta a conservare all’infinito – non importa a che prezzo -, ad ingessare, irrigidire, tutto per far pagare un biglietto come se ci si trovasse, appunto, in un museo. E vivere in un museo è tutt’altro che entusiasmante.

Note

[1] Maurizio Reberschak, Venezia nel secondo dopo guerra, Padova, Il Poligrafo, 1993, pp. 11-24.

[2] Cfr. Eduard Huttinger, Il mito di Venezia, in Venezia-Vienna, a cura di Giandomenico Romanelli, Milano, Electa, 1983, pp. 187-226 (con bibliografia); Giuseppe Galasso (a cura di),Storia d’Italia, Torino, Utet, 1979 (nelle parti dedicate a Venezia). Per un approfondimento della questione veneziana cfr. Wladimiro Dorigo, Una legge contro Venezia, Roma, Officina Edizioni, 1973 e dello stesso autore Venezia e il Veneto, in Il Veneto. Le regioni dall’unità d’Italia ad oggi, a cura di Silvio Lanaro, Torino, Einaudi, 1984, pp. 1039-1064.

         

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