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ARGO N. 3_«Introduzione»

Residui di Carnevale

Ovvero: il carnevalesco nella società contemporanea

… Ecco è fuggito
il dì festivo, e al festivo il giorno
volgar succede, e se ne porta il tempo
ogni umano accidente. Or dov’è il suono
di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido
dei nostri avi famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
il mondo, e più di lor non si ragiona
.

Giacomo Leopardi, La sera del dì di festa

Noi avvertiamo (noi in quanto moderni, intendo, noi ancor più in quanto, se volete, postmoderni, ma anche noi, perché no, reduci dall’ultimo carnevale trascorso), noi avvertiamo ripensando alla festa del mondo rovesciato, non si può proprio fare a meno di notarlo, una sensazione simile a quella espressa da Leopardi in quei suoi mirabili versi. In quanto reduci dall’ultimo carnevale, dal più lungo «dì festivo» dell’anno, per noi la sua fine non equivale forse alla fine di una delle ultime illusioni rimasteci? In generale sembra che all’attesa di un evento prodigioso, magico, divino, propria dell’uomo di spirito o di un romantico, sia subentrata, nell’anima dell’uomo disilluso, l’unica, o quasi, attesa trepidante possibile, quella del divertimento ebbro e gaudioso. A cosa guarda oggi l’uomo comune come l’eccentrico esteta, con trepidazione? Non più alla realtà piena di miracolose, meravigliose, mirabolanti sorprese. Ma alla serata di festa (in tutte le sue molteplici manifestazioni, pubblicitari giri in berlina e rave inclusi), che di solito apre ed insieme esaurisce il «dì festivo» contemporaneo. Allora per l’uomo comune (il contadino, il borghese, il cittadino) come per il poeta disilluso, il giorno seguente la festa dello spirito e del corpo sarà ugualmente terribile: «al festivo il giorno / volgar succede». Solo residuo: un «solitario canto» stanco, da dopo-sollazzi, che svanisce e, come ogni cosa al mondo «quasi orma non lascia» (un po’ come alcune prepasquali canzonette di Sanremo negli orecchi degli aficionados). Così è anche nel caso specifico del carnevale. Dove sono più quei grandiosi cortei mascherati, roboanti come quelli delle discoteche on the road, pieni di ebbrezza e forza vitale, a cui, in questo contesto, viene fatto di accostare la grande marcia dell’impero romano? «Tutto è pace e silenzio, e tutto posa / il mondo, e più di lor non si ragiona», di già.
La stessa cosa però possiamo dire della fine del carnevale storico, del Carnevale come «seconda natura», del Carnevale medioevale e rinascimentale, vero e proprio fragorio panmediterraneo, realtà parallela, anticanonica, a quella ufficiale, rigidamente regolata dal canone etico religioso imperante. E medesima sarà allora anche la sensazione dell’uomo moderno, dell’uomo che nasce dopo il XVIII secolo, il secolo della fine di questo tipo di carnevale, il secolo della piena affermazione della borghesia al potere.
Ci rendiamo conto che per comprendere però questa seconda concezione del carnevale e la corrispondente sensazione, non basta l’esperienza personale; bisogna necessariamente far riferimento alla storia, al folclore, alla letteratura. E dunque al loro più grande studioso novecentesco allo stracitato, al pluririconosciuto, al farmacologicamente testato e somministrato Michail Bachtin. È lui precipuamente a sostenere che il Carnevale, con la C maiuscola, finisce nel Settecento (e l’articolo di Capaci sarà ricco di particolari a tal proposito), è lui a fornircene l’idea storico culturale ancora vigente, almeno tra gli strati sociali più scolarizzati, e a cui sarà giocoforza attenersi1 (ma un’interpretazione para etimologica del termine e dell’evento, indipendente in parte coincidente in parte dissonante con quella bachtiniana , si potrà trovare nell’intervento di Cavagna).
Con il cuore che «fieramente ci si stringe», addentriamoci dunque in questo desolato territorio abbandonato dal Carnevale. Ritenendo indispensabile, tuttavia, non perdere il senso di ciò che è stato, proveremo innanzi tutto a richiamare alcuni aspetti dell’autentico Carnevale (per quelli storici si veda l’articolo di Fuà, per gli aspetti letterari il contributo di Frezzotti) e della sua settecentesca fine. Dopo questa rievocazione iniziatica, percorreremo il territorio in due direzioni: da una parte cercheremo di rintracciare i nuclei di resistenza del carnevalesco (vedi soprattutto i racconti e, non trattate in questo numero, certe frange della letteratura contemporanea e del fronte di lotta anti-globalizzazione), dall’altra proveremo a denunciare, in alcuni fenomeni contemporanei (sociali e letterari), il suo addomesticamento o la sua falsificazione (cfr. i contributi di Blesio, di Carlo e Piero Schiavo e la lettera di Saccà).
Dando uno sguardo al mondo contemporaneo possiamo comunque costatare sin d’ora che se il Carnevale è scomparso per sempre, il suo spettro, la sua istanza di rovesciamento, e di apertura di nuove possibilità, si può dire ormai che sia stata assunta dal sistema economico capitalista: il rovesciamento è divenuto funzionale all’introduzione di sempre nuove merci. Basti pensare al sistema Moda, uno dei settori più produttivi dell’industria, ma anche alla new economy, al mercato delle nuove tecnologie. L’industria culturale (cinema, musica, letteratura, ecc.), da parte sua, tiene il mondo in regime di metamorfosi, proprio per lasciare costantemente spazio ai nuovi prodotti. Il principio rigenerativo del Carnevale è divenuto principio costitutivo della Società dello spettacolo e dei consumi, tanto che potremmo parlare di Società pantagruelica. Con tutta la nostra nostalgia per l’antica Utopia letteraria.

Valerio Cuccaroni

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