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ARGO N. 3_Mattia Cavagna: «Currus navalis»

Il carnevale è come una nave senza capitano né timoniere, tutta piena di personaggi travestiti, che piangono di nascosto dietro le maschere variopinte, e navigano verso Oriente, oltre le Colonne d’Ercole, che però sono dalla parte opposta, in cerca del «Paradiso Perduto».

Un’immagine bizzarra, che può sembrare un tentativo di catturare la simpatia del lettore, o di entrare in sintonia con il carattere beffardo e scanzonato della rivista intiera; in realtà è scaturita dall’accostamento degli elementi fondamentali di questa mia breve ricerca.
Innanzitutto la figura della nave nasce da una delle due spiegazioni etimologiche del termine «carnevale»: accanto alla più diffusa carnem levare (l’abbandono della carne, l’astinenza che seguirà la festa, nel periodo della quaresima), troviamo il currus navalis, da cui car naval, che si riferisce alla cosiddetta Narrenchiff, la «nave dei folli», un antico rito di origine celtica. Si tratta di un rito iniziatico coerente con la concezione eroica dei popoli nordici: alcuni temerari salivano su imbarcazioni prive di timone, trovandosi completamente in balia del mare, sfidando la sorte e le forze della natura. Questa affascinante ipotesi etimologica, sostenuta soprattutto dalla scuola tedesca, a partire dallo storico Jakob Burckhardt [1], trova riscontro nell’uso odierno di sfilare per le strade delle città su carri mascherati. La nave è inoltre un elemento carico di implicazioni simboliche, prima di tutto quelle del viaggio e della ricerca.
Il secondo dei fattori che stanno all’origine della festa, è appunto costituito da un elemento di interpretazione schiettamente romantica: quello dello streben, della tensione verso qualcosa di lontano e irraggiungibile. È questa la spiegazione antropologica del nucleo più tipico e caratteristico del carnevale: il topos dell’adynaton, del «mondo alla rovescia». Il capovolgimento dei rapporti sociali e dei normali comportamenti umani risale infatti a tempi antichissimi, ed è la manifestazione di un archetipo comune a tutte le civiltà della storia: la nostalgia per un’ideale «età dell’oro», un luogo o un tempo idilliaco, che vede il sovvertimento delle normali leggi sociali e naturali [2].

Le letterature antiche più vicine alla nostra, quella latina e greca, presentano numerose descrizioni di tali luoghi idilliaci, situati o in un passato remoto, o in luoghi lontani, identificati con le mitiche Isole Fortunate, situate di là dalle Colonne d’Ercole. Questi paradisi perduti sono caratterizzati appunto da un’incredibile armonia tra uomini, dei ed animali di ogni genere. A partire da Esiodo, per arrivare a Catullo, Ovidio e Virgilio, troviamo descrizioni di un mondo capovolto, dove uomini e dei siedono alla stessa tavola imbandita, dove gli animali hanno il dono della parola e assieme agli esseri umani si dedicano a giochi e divertimenti spensierati.
La cultura cristiana fa proprie queste descrizioni risemantizzandole in chiave escatologica, e facendole coincidere con il concetto di Eden, il mitico Paradiso Terrestre. Anche quest’ultimo è situato ai confini del mondo, sia a livello temporale (era la sede dei primi uomini, dopo la Creazione; sarà la sede dei beati, dopo il giorno del Giudizio), sia a livello spaziale: a partire dall’alto Medioevo si diffonde la credenza in un hortus deliciarum, un giardino di delizie situato ai confini del mondo, all’estremo oriente, in corrispondenza della nascita del sole (da qui l’etimologia di hortus da horior ‘nascere, sorgere’). Numerose immagini e proiezioni di questo paradiso compaiono nei racconti di viaggi reali o fantastici, in terre lontane; esso viene gradualmente trasformato in una sorta di «paese della Cuccagna»: quest’ultimo presenta alberi fruttiferi, fiumi di latte e miele, erbe, fiori ed animali di tutte le specie [3].

Il concetto del paradiso terrestre segue in questa prospettiva un’evoluzione analoga a quella del carnevale stesso: nato come elemento mitico, di carattere puramente simbolico e religioso, si carica di attributi esteriori, che interessano la sfera fisica e alimentare. Dietro al suo carattere ludico apparentemente superficiale, il carnevale viene così a configurarsi come una festa dal profondo significato rituale: l’evasione dalla quotidianità e il sovvertimento di ogni ordine, rappresentano una tensione di carattere metafisico, verso uno spazio mitico e sacrale. L’occultamento del quotidiano rappresenta un freno al divenire storico, e permette il passaggio ad un tempo ciclico, in un meccanismo di eterno ritorno. L’uomo, travestito, si abbandona al gioco sfrenato, ad una trasgressione che non è affatto fine a se stessa: la maschera, spesso grottesca e deformante, è una delle prerogative esclusivamente rituali, una specie di abito magico che permette il ritorno simbolico a quella sfera ideale ed utopica, che l’uomo ha perduto per sempre.
Si spiegano così le origini e le fattezze di molti travestimenti estremamente diffusi: i costumi animaleschi rappresentano da un lato il sovvertimento delle leggi naturali, dall’altro evocano una partecipazione ai misteri della natura: l’animale è tradizionalmente considerato come il depositario dei segreti della vita terrena e dell’aldilà, e come tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti [4].

Un’altra funzione della maschera è di carattere apotropaico, anche qui con un preciso significato di comunicazione con una sfera ultraterrena: lo stregone incarnava la bruttezza, il male, con la convinzione di poterlo allontanare.
L’esaltazione della sfera materiale, del principio corporeo della vita, della sfera alimentare e sessuale, dell’elemento comico e parodico, non sono che una conseguenza, un esito puramente superficiale del vero nucleo carnevalesco. Il riso, la parodia, pur investendo anche la sfera religiosa, non hanno un intento dissacratorio, bensì evocativo: rappresentano l’ideale, utopica condizione umana in armonia con i suoi simili e con tutto il creato.

 

Note

[1] Jakob Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia, Firenze, Sansoni, 1952.

[2] Fra i popoli antichi le immagini di un mondo capovolto sono spesso la proiezione di verità religiose, o rappresentano degli atti di fede. La prima di queste testimonianze risale alla civiltà sumerica: nelle tombe di Ur sono state ritrovate rappresentazioni di orchestre di animali, tra cui un asino che suona la lira.

[3] Il Paradiso Terrestre ha rappresentato per molti secoli una delle massime attrattive per i viaggi di ricerca e di esplorazione del pianeta, basti pensare che l’ultima delle spedizioni alla ricerca dell’Eden giunge fino al 1722.

[4] Mi riferisco al tema dell’animale guida, estremamente diffuso nel patrimonio culturale di un gran numero di civiltà antiche.

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