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ARGO N. 3_Piero Schiavo: «Il gioco del Carnevale»

L’uomo gioca soltanto se è uomo nel pieno significato della parola
ed è completamente uomo solamente se gioca.

F. Schiller, Educazione estetica


Ne L’entrata del Cristo a Bruxelles (1888) di James Ensor è rappresentato l’ingresso (trionfale?) di Gesù in una città piena di colori e vestita a festa. La figura del figlio di Dio occupa il centro del quadro ed è totalmente circondata da una schiera di maschere umane, colte in una varietà di atteggiamenti più o meno consoni alla situazione. Eppure, la centralità spaziale del protagonista dell’evento non ne risalta l’importanza morale e non riflette affatto un’analoga gerarchia dal punto di vista dei valori: l’attenzione dell’osservatore, non si concentra su quella figura dal capo cinto da un’aureola dorata, ma si smarrisce tra la folla di maschere assurde e grottesche che la accerchia, e che assurge quindi a vera protagonista principale della raffigurazione. Non la santità del Cristo, ma la trivialità di personaggi che da un balcone vomitano sulla massa sottostante; non la spiritualità divina, ma la mera materialità di figure grasse e rubiconde che palesano l’eccessivo attaccamento a piaceri sensuali: più che una celebrazione sacra, siamo di fronte ad una festa in maschera, a un vero e proprio carnevale a tutti gli effetti. Non tanto per quegli aspetti tipicamente popolari che Bachtin individua nelle mostruose escrescenze (si vedano i nasi di certe maschere), o nell’esagerazione delle dimensioni corporee; il vero comun denominatore col mondo carnascialesco è dato dal rovesciamento di ruoli e valori, per il quale si crea una vera e propria realtà altra da quella abituale e quotidiana. Il vertice supremo della gerarchia del creato diviene una macchietta smarrita in mezzo a una folla di maschere aventi medesima dignità, a sottolineare il ribaltamento con il quale la fisicità viene a prendere il sopravvento sulla spiritualità e sul sacro. Il caos, l’irrazionale e il brutto scavalcano l’ordine razionale e armonioso della vita quotidiana, creando una dimensione diversa e contrapposta ad essa.
Così definito, il carnevale rientra in quella categoria di gioco che J. Huizinga definisce nell’opera intitolata Homo ludens. Il gioco infatti, stando a quanto ci viene detto, è sempre un atto libero, non imposto da alcuna necessità né da alcun obbligo morale, e disinteressato, avendo fine in se stesso e rimanendo estraneo ad ogni scopo utilitaristico o d’altro genere. Ma, soprattutto, è una finzione consapevole e limitata nel tempo e nello spazio: col gioco si esce dalla dimensione ordinaria e dalle sue norme per entrare in una realtà nuova, trasfigurata, avente un suo ordine e regole sue proprie, per via delle quali ci si sottrae alle norme abituali e si creano rapporti sociali diversi dalle normali gerarchie. La realtà quotidiana è temporaneamente sospesa e si afferma quella mascherata della finzione ludica: si sa di far finta, ma senza con questo togliere nulla alla serietà con cui si partecipa al gioco. La serietà esclude il gioco, ma il gioco può includere la serietà.
Accanto all’homo oeconomicus, pertanto, scopriamo un homo ludens che è espressione dell’aspetto irrazionale, disinteressato e gratuito che da sempre caratterizza ogni individuo.
Studiando le civiltà primitive, Durkheim ha osservato come nella vita sociale i momenti di «effervescenza», vale a dire i momenti in cui si dà libero respiro al carattere giocoso e irrazionale di ognuno (ad esempio in occasione di cerimonie sacre o festività pubbliche) siano addirittura considerati di importanza vitale per la sopravvivenza della comunità stessa. È soltanto in essi, infatti, che si rinsaldano i rapporti sociali e si creano nuove intimità tra gli individui, dal momento che viene annullata la mentalità «atomistica» dell’interesse privato, la quale induce l’uomo a chiudersi nella prigione della propria individualità e a considerare i legami con l’altro unicamente come rapporti di compra-vendita.
L’uomo, ci dice Bataille, è in tal modo reificato, degradato a una cosa, a un mero strumento utilizzabile da altri e perciò valutato solo in relazione a ciò che produce e non a ciò che è.
Non solo. Sempre nella logica utilitaristica, l’uomo risulta incapace di godere del presente e perciò asservito inevitabilmente al futuro, per via del continuo calcolo del profitto ricavabile da azioni presenti, che lo proietta sempre al di là dell’istante attuale.
Soltanto nella gratuità del gioco è possibile recuperare la propria sovranità, la capacità cioè di disporre della realtà senza più esserle asservito; e solo nella dimensione ludica si recupera la propria identità di soggetto, cessando di essere un oggetto tra gli oggetti, un semplice mezzo-per. Nel gioco, le energie e le ricchezze accumulate vengono non più investite per ulteriori profitti, ma consumate in modo improduttivo, sprecate se non addirittura distrutte. Eppure, è solo attraverso tale dissipazione gratuita («dono» direbbe M. Mauss) che è possibile ristabilire un rapporto «spirituale», e non più materiale, con l’altro.
Nei potlach (feste primitive in cui si gareggiava appunto nello spreco di ricchezze e di risorse, arrivando a dissipare ogni proprio avere o a distruggerlo letteralmente), colui che più perdeva in beni materiali, più acquistava in prestigio e in onore spirituali, contrariamente alla mentalità borghese che assegna rango e dignità maggiori a chi più possiede (ma che, in verità, è posseduto dalle cose).
La gratuità del gioco è perciò temuta dalla mentalità utilitaristica borghese, in quanto intesa come minaccia all’ordine costituito. Nel breve racconto Il colpo al portone, Kafka viene appunto punito dalle autorità per avere forse soltanto sfiorato col dito, durante una passeggiata, il portone di una casa, così, per gioco.
Tuttavia, al giorno d’oggi le cose sembrano cambiate. Il gioco non riesce più a creare una dignità e un prestigio spirituali come nel potlach, né tantomeno ha più la forza di proporre una valida alternativa alla mentalità dominante del profitto-ad-ogni-costo. Ciò che è cambiato è, a mio avviso, la serietà (se pure nel fare finta) con cui i giochi erano giocati. Oggi si oscilla tra casi di serietà estrema, come ad esempio nelle competizioni sportive, in cui il profitto e la frequente violenza hanno contaminato la spontaneità fanciullesca e disinteressata del gioco; e casi di totale mancanza di serietà, per cui nulla è più preso sul serio, nemmeno le norme del gioco e l’ordine che con esso si viene a creare. Non si crede più nella realtà altra in cui ci si proietta nei momenti di effervescenza ludica, o ci si crede troppo, al punto però di voler trarre profitto materiale anche da essa, vanificando quella gratuità che la caratterizza.
Il carnevale, oggi, non è che scherzo per lo scherzo, una semplice parata di maschere prive di ogni forza sovversiva e incapaci di trasfigurare, se pure temporaneamente, la realtà quotidiana e i suoi valori codificati. Tutto resta immutato, ogni cosa rimane al suo posto, se pure ammantata da qualche veste più variopinta che può confondere lo sguardo: alla realtà alternativa del gioco, con la sua funzione spirituale e sociale di cui si è detto, si è sostituita la ricerca di un divertimento vuoto, inteso come puro svago ingenuo e privo di qualsiasi valore spirituale positivo.

         

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