Press "Enter" to skip to content

Argo N. 4 / Oscar Fuà: «Argo: il mito del viaggio»

Breve saggio sul mito degli Argonauti

Omero in Odissea 12,70 ricorda Argo pasimelousa (‘rinomata’, ‘che sta a cuore a tutti’): il poeta, designando in tal modo la mitica nave degli Argonauti, istituisce un implicito confronto tra il viaggio di Giasone e quello di Odisseo. Così, una delle leggende più antiche di cui resta conoscenza, avvertita già da Omero come appartenente al passato, è il racconto di un viaggio, tema che ricoprirà un posto privilegiato all’interno della letteratura di ogni tempo, non solo antica: Odisseo, con il suo viaggio di ritorno da Troia ad Itaca durato dieci anni, è diventato una specie di archetipo mitico e culturale che proietta la sua ombra su tanta letteratura successiva anche grazie a quel senso di mistero che suscita continue, nuove interpretazioni;[1] Enea in Virgilio compie un itinerario tormentato e problematico verso la nuova patria indicata dai fati; un grandioso viaggio simbolico è quello che Dante affronta nella Divina commedia. La fortuna del tema-viaggio risiede nel gran numero delle componenti, spesso fascinose, che esso porta con sé: richiamo dell’avventura, capacità di sopportare disagi e sofferenze, superamento delle insidie, conoscenza di ciò che è lontano ed esotico, raggiungimento della gloria, nostalgia degli affetti familiari e conseguente anelito al ritorno in patria. Tali motivi, inoltre, si ritrovano anche nel romanzo antico, che utilizza di frequente la struttura del viaggio; oltre ai numerosi testi greci databili fra I e IV sec. d.C., si pensi agli unici due romanzi latini che ci rimangono, assai diversi tra loro: il Satyricon di Petronio e le Metamorfosi di Apuleio. Queste due opere, pur nella complessità dei loro rispettivi problemi di interpretazione, sono accomunate proprio dalla struttura fondamentale di «viaggio» che possiedono.[2]

È nota la trama del mito argonautico, anche se numerose e spesso complicate varianti appaiono negli autori che ne hanno scritto (si sa, d’altronde, che caratteristica generale del mito antico è quella di non essere uniforme, né sempre logico e coerente, ma multiforme e fantasioso per il fatto di riflettere una grande quantità di interessi e preoccupazioni che variano da una generazione all’altra; non si dimentichi peraltro che mythos ha per antagonista logos, la ragione, e che proprio la Grecia mitica ha saputo indicare le metafore di base della condizione umana, mentre al giorno d’oggi, purtroppo, ci sovrastano altre mitologie, assai più “povere” benché facciano capo al dio-denaro e al dio-successo):[3] un tiranno, Pelia, per impedire che il nipote Giasone lo privi del regno di Tessaglia, gli impone – secondo una tipologia ricorrente in varie età e in molti generi letterari, ma specialmente nella favolistica – un’impresa rischiosa, la conquista del vello d’oro, specie di emblema solare, che è sorvegliato in Colchide da un drago; dopo numerose avventure e peripezie gli Argonauti riescono nell’impresa aiutati dalle arti magiche di Medea, figlia del re della Colchide Eeta, la quale, innamoratasi di Giasone, decide di partire con lui per la Grecia. Altrettanto pieno di avventure è il viaggio di ritorno della nave Argo attraverso l’Istro (odierno Danubio), l’Eridano (odierno Po) e l’intero Mediterraneo fino al luogo di partenza. Conosciamo tale storia, oltre che dalle trattazioni dei mitografi antichi, Apollodoro soprattutto, anche dalle pagine di due poemi epici: il primo di Apollonio Rodio in età ellenistica; il secondo (incompleto, in quanto si interrompe, per motivi che non conosciamo, all’imbarco di Medea e Giasone per il ritorno in Grecia) di Valerio Flacco, epico latino di età flavia, che gareggia con il suo predecessore ellenistico.[4] Nell’ opera di Valerio l’avventura della nave si carica anche di un significato ideologico e simbolico: viaggio inteso come inizio di una migrazione di imperi, orientata inevitabilmente verso Roma, con una conseguente accentuazione, rispetto ad Apollonio, di Giasone quale capo indiscusso della spedizione,[5] quasi un dux romano che sia al comando di una flotta partita alla conquista di terre lontane e ininesplorate.[6] Argo, secondo una tradizione piuttosto accreditata, ed enfatizzata specialmente da Valerio Flacco, è la prima nave a solcare il mare[7] , compiendo in tal modo qualcosa che inizialmente viene sentito come un nefas,[8] o, per lo meno, se non si vuole seguire questa tradizione, è la prima nave a spingersi tanto in profondità verso oriente, cioè lungo una direttrice che per il mondo greco avrà interesse via via crescente (si pensi alla colonizzazione nei luoghi che si affacciano sul Mar Nero). E il mare, fattore che unifica le stirpi greche, altrimenti arroccate in una sorta di isolamento cantonale, è l’elemento “naturale” degli spostamenti dell’uomo greco antico; è sufficiente scorrere velocemente la carta geografica della Grecia peninsulare per rendersi conto delle difficoltà dei collegamenti per via terrestre a causa delle poche strade esistenti e delle barriere, quasi insormontabili, rappresentate da rilievi per lo più aspri e privi di agevoli passaggi. Non desta quindi meraviglia che proprio il mare risvegli la fantasia di chi vi abita attorno (sia detto per inciso, nell’antichità il mare ha fornito ispirazione poetica agli scrittori assai più di quanto abbia fatto la montagna, il cui fascino verrà sentito solo a partire dall’età cristiana) e costituisca il vero elemento di congiunzione della Grecia con le isole, con le coste dell’Asia minore e anche fra le diverse zone della Grecia stessa: non è casuale che la radice di uno dei termini che nella lingua greca designa il “mare”, pontos (cfr. lt. pons, pontis), presente già in Omero, abbia il significato-base di “cammino, sentiero, passaggio”. A questo punto si scorge chiaro il significato fondamentale del mito argonautico, con tutto il suo corredo di avventure e pericoli: esso rappresenta la tensione dei Greci (e dell’uomo sempre, potremmo aggiungere) ad esplorare lo sconosciuto, ad approdare in un mondo assai diverso per usi e costumi, oltre i margini della civiltà.

Dopo queste brevi considerazioni sul mito antico, è giunto il momento di dire qualcosa dei giovani Argonauti odierni, un pugno di volenterosi e appassionati studenti della facoltà di Lettere di Bologna che, scegliendo il nome Argo per la loro rivista, dimostrano programmaticamente una decisa volontà di mettersi alla prova, cioè “in viaggio”. E – si faccia attenzione – il progetto del viaggio antico per il recupero del vello d’oro non apparteneva agli Argonauti, essendo stato loro imposto da un tiranno, mentre l’avventuroso itinerario della rivista Argo è una libera scelta, meditata e non priva di fatica. Il periodico ha avuto felice avvio nell’autunno del 2000 e, se anche il suo varo non è stato accompagnato da quei prodigi verificatisi alla partenza della nave Argo (Apollonio Rodio racconta in 1,524-27 che lanciarono un grido sia il porto di Pagase sia la nave stessa), esso promette ancora di più per il futuro, quando pure vi saranno inevitabili difficoltà, analoghe alle tante incontrate dagli antichi compagni di Giasone; e il pensiero corre subito alle minacciose rocce Simplegadi che, davanti al Bosforo, stringendosi fra loro, facevano a pezzi chiunque o qualsiasi cosa tentasse di passare. Auguriamo alla rivista Argo di superare felicemente tali “scogli” come riuscì all’antica progenitrice.

Note

[1] L’interesse per la figura di Odisseo attraversa, come un filo continuo, gran parte delle letterature successive; tra gli autori che più hanno prolungato il suo cono d’ombra basti ricordare, oltre a Dante naturalmente, Tasso, Coleridge, Tennyson, Conrad, Pascoli, D’Annunzio, Saba, Joyce, Pessoa. Un bel libro per chi voglia approfondire l’argomento è stato scritto da Piero Boitani, L’ombra di Ulisse, Bologna, Il Mulino, 1992: lo studioso, partendo dalle tante incarnazioni di Odisseo, propone numerosi percorsi tematici che hanno il merito di accendere la curiosità e la riflessione del lettore. La fortuna dell’eroe omerico non accenna dunque a diminuire, come testimonia anche il recentissimo convegno svoltosi a Roma presso l’Accademia nazionale dei Lincei, intitolato Ulisse. L’etica del viandante: un’etica, quella del viandante, segnalata per la prima volta da Ulisse, che è strettamente funzionale ad affrontare e, possibilmente, risolvere le problematiche infinite che si pongono all’uomo di oggi nell’età della tecnica e delle scienze (si legga anche la presentazione del convegno, apparsa su «la Repubblica» del 30 maggio 2001, ad opera di Umberto Galimberti).


[2] Per quanto riguarda il romanzo petroniano, ben accertato è l’effetto parodico di modelli letterari importanti; così, tutta la storia di Encolpio è stata vista anche come parodia dell’Odissea, con Encolpio perseguitato da Priapo come Odisseo lo è da Posidone. Di sicuro, in generale, possiamo ritenere che l’epos odissiaco, con tutto il suo contenuto avventuroso, sia stato una specie di archetipo del genere romanzesco. Utili pagine sulle strutture narrative di Petronio, con particolare attenzione al tema del viaggio e ai rapporti con il modello Omero, sono quelle di P. Fedeli: tra i suoi contributi ricordiamo Petronio: il viaggio, il labirinto, «MD» n. 6 (1981), pp. 91-117; La degradazione del modello (Circe e Polieno in Petronio vs. Circe e Odisseo in Omero), «Lexis» 1988, pp. 67-80; Encolpio-Polieno, «MD» nn. 20-21 (1988), pp. 9-32.


[3] Sull’argomento si sono espressi alcuni semiologi, tra i quali Paolo Fabbri, noto docente dell’ Università di Bologna. Egli, in un’intervista pubblicata su «Musica» (luglio 1998, a cura di Filippo Bianchi), intitolata La rivincita di Dioniso, sosteneva che l’epoca in cui viviamo è «l’era di Dioniso e della Medusa», perché «la qualità di Dioniso è doppia, e contraddittoria: può determinare tanto l’effervescenza che la paralisi, portandoci dritti in braccio a Medusa»; piuttosto che l’epoca di Ermes, cioè della comunicazione e dell’informazione, come invece – egli dice – tutti sostengono. Il ricorso alle antiche mitologie, è sottolineato dallo stesso Bianchi, serve a Fabbri per fornirci possibili chiavi d’interpretazione del presente. Ma a noi, visto che assistiamo ormai da decenni al trionfo incontrastato del Mercato, viene più spontanea la scelta di trovarci d’accordo con tutti quelli che dicono essere la nostra l’epoca di Ermes. Non dimentichiamo, infatti, che Ermes era anche protettore dei mercanti e dei ladri, oltre che messaggero degli dèi, e dunque, per antonomasia, dio della comunicazione.


[4] Ma il tema argonautico ebbe grande successo in diverse età e interessò, ad esempio, anche la sensibilità dei neoteroi: sappiamo infatti che Varrone Atacino scrisse una rielaborazione del poema apolloniano, purtroppo non pervenutaci se non per scarsi frammenti.


[5] La presenza nell’impresa argonautica di tanti eroi ricolmi di gloria doveva inevitabilmente creare problemi di leadership: si pensi solo che dell’equipaggio di Argo faceva parte addirittura Ercole, un semidio; sul problema cf. la lucida analisi di J. Adamietz, Jason und Hercules in den Epen des Apollonios Rhodios und Valerius Flaccus, «A&A» n. 16 (1970), pp. 29-38, mentre sulla figura di Ercole nella poesia latina del I sec., sorta di prototipo dell’eroe stoico che si conquista il cielo per i suoi meriti verso l’umanità, si veda M. Piot, Hercule chez les poètes du Ier siècle ap. C., «REL» n. 43 (1965), pp. 342-58.


[6] La connotazione del comandante esploratore, attirato da tutto ciò che è lontano e ignoto, è individuata e approfondita da E. Pollini, Il motivo della visendi cupido nel Giasone di Valerio Flacco, «Maia» n. 36 (1984), pp. 51-61. A Roma, d’altronde, fin dall’età giulio-claudia era vivissimo il richiamo dell’avventura in paesi e mari sconosciuti, dell’esplorazione che porta alla conquista, come attesta il documentato lavoro di Vincenzo Tandoi, Albinovano Pedone e la retorica giulio-claudia delle conquiste, «SIFC», n. 36 (1964), pp. 129-68; n. 39 (1967), pp. 5-66; e proprio del lessico tipico di tale retorica sembrano risentire alcune espressioni valeriane, riferite al mare reso accessibile o domato, quali domito…ponto (1,75);pelagus…aperimus (1,169); domitis…undis (5,299).


[7] Come ricorda anche Dante: nel canto XXXIII del Paradiso, volendo dare l’idea di quanto sia difficile per lui ricordare l’attimo della visione di Dio, egli scrive: «Un punto solo m’è maggior letargo / che venticinque secoli a la ‘mpresa / che fé Nettuno ammirar l’ombra d’ Argo» (vv. 94-96). I «venticinque secoli» si spiegano con il fatto che i cronisti medievali collocavano l’impresa, dalla quale spesso facevano iniziare la storia umana, nel 1223 a. C. E Nettuno, dio del mare, si meraviglia proprio perché gli Argonauti furono i primi a solcarne le acque. Ma l’impresa degli Argonauti per Dante non è solo antica e gloriosa, bensì tale da essere presa a termine di paragone per l’intero suo viaggio nel terzo regno. In procinto di alzarsi in volo dal Paradiso terrestre, egli nel II canto dice infatti: «Que’ glorïosi che passaro al Colco / non s’ammiraron come voi farete, / quando Iasón vider fatto bifolco» (vv. 16-18), alludendo, con queste ultime parole, all’episodio in cui Giasone, per ottenere il vello d’oro, è costretto ad arare un campo con buoi che dalle narici spiravano fuoco, seminare denti di drago e sconfiggere poi i guerrieri che ne sarebbero nati. «Nel segno della “meraviglia” [e di Argo, n.d.r.] si apre insomma e si chiude l’ultima ascesa» (così Emilio Pasquini in DanteCommediaParadiso, a cura di Emilio Pasquini e A. Quaglio, Milano, Garzanti, 1986, p. 26).


[8] Quello della colpa insita nella navigazione, sentita quasi come atto di hybris verso le divinità, è un topos della poesia latina: cfr. l’articolo di M.A. Davis, Ratis audax: Valerius Flaccus’ Bold Ship, in «Ramus» n. 18 (1989), pp. 46-73. All’interno del teatro tragico latino, un esame della fabula argonautica, in cui Giasone ha infranto i sacrosancta foedera mundi, è stato fatto da Giuseppe Gilberto Biondi, Il nefas argonautico. Mythos e logos nella Medea di Seneca, Bologna, Pàtron, 1984.

Condividi