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ARGO N. 4_Federico Pellizzi: «Il quotidiano originario lavoro dell'uomo: orientarsi nel Caos»

Riflessioni sulla mappa

 

Nell’interesse della sanità mentale, ricordate: «la carta topografica non è il territorio, la parola non è la cosa che descrive.

(Alfred A. Van Vogt, Non-A, 1945)

 

È stato detto spesso che la mappa non è il territorio, ma con l’avvento della realtà virtuale siamo di fronte a una mappa che diventa – o che si aspira a far diventare – qualcosa di molto simile a un territorio, una sorta di quasi-territorio.

(Tomás Maldonado, Corpo tecnologico e scienza, 1994)

 

La scrittura mappamondo

Forse è vero che, come dice il sociologo Zygmund Bauman, la prima mappa è il nostro corpo, e che, come ha affermato un’altro studioso, lo storico Witold Kula, fino a tempi relativamente recenti il corpo è stato la misura di tutte le cose. Ma è anche vero che quando il primo essere umano ha tracciato un segno, anche solo sulla sabbia, ha posto le basi della cartografia. In realtà fin dall’origine dell’umanità ogni costruzione umana, ogni manufatto, ogni rappresentazione, ogni scrittura proiettata all’esterno, dal graffito al totem, ha avuto un ruolo nell’orientare e nell’ordinare lo spazio intorno a noi. Ogni nostro atto, in fondo, è sintomo della nostra rappresentazione dello spazio sociale e fisico, e al tempo stesso diviene esso stesso strumento per muoversi, riconoscere e rimodellare quel medesimo spazio. È, in altre parole, un intervento più o meno consapevole sull’immagine che ognuno di noi si è formato. Se poi il nostro agire «lascia segno», produce qualcosa di riconoscibile e oggettivabile, non è difficile considerare questo intervento come una sorta di sublimazione o prolungamento della propensione biologica a «marcare il territorio», ossia, sostanzialmente, come un’operazione di mappatura. Non solo: estendendo ciò che Rudolf Arnheim ha scritto a proposito dell’opera d’arte, si potrebbe affermare che ogni opera umana, ogni frutto del lavoro umano è, in qualche misura, «una tesi circa qualche cosa». Quindi in un certo senso ogni segno è al tempo stesso un vettore e un giudizio, ha a che fare con il nostro corpo e con la ragione, è pienamente e indissolubilmente significante e significato.
Ogni epoca e ogni cultura ha avuto una diversa percezione della valenza simbolica di ciò che è prodotto dalla mano dell’uomo, e ne ha fatto diverso uso. Solo in età moderna, tuttavia, si è attribuita al segno una sua piena autonomia, ossia si è sancita l’oggettività della cultura, la sua visibilità, la sua equidistanza tra l’uomo e il mondo. In altre parole si è istituita una sorta di triangolarità, di separatezza e indipendenza del segno da colui che lo amministra e da ciò che esso designa, dall’interpretante e dal referente. Nell’ultimo secolo, infine, si è considerato il segno stesso come una piccola cosmologia, si è suddiviso in piani e se ne è fatto un modello, che è – manco a dirlo – un particolare tipo di mappa.
Questa autonomia e oggettività convenzionale del segno ha cominciato fin dall’inizio a dettare regole prescrittive, a divenire la pietra di paragone, esautorando il corpo da ogni conoscenza dei luoghi. Ha garantito però la possibilità di praticare ciò che serviva alla modernità, la distinzione e l’universalità.
Che si voglia vedere o no in questo aspetto oggettivante e astraente l’hybris della civiltà occidentale, il culmine della sua vocazione tecnologica, il suo destino, in un certo senso, di sottomissione al segno, oscillante a volte verso la sua polarità corporea, visibile (il significante), a volte verso la sua polarità invisibile, concettuale (il significato), è indubbio che la mappa è diventata la metafora del sapere in quanto tale, il vessillo della «certezza del rappresentare» di heideggeriana memoria. Non si fa che mappare: il sapere stesso, il codice genetico, il terrorismo, gli uragani, le migrazioni, il territorio, il buco dell’ozono, la natura e la storia. Sono in atto, in questa frenesia mappatoria, tutti gli elementi che Franco Farinelli ha indicato come essenziali alla logica cartografica: a) la convenzionalità (corrispondenza biunivoca tra cose e segni); b) il principio del tertium non datur (esclusione di ogni termine intermedio, assunzione di una logica binaria); c) la riduzione del reale a forma fenomenica (soppressione del soggetto e rimozione di ogni «risonanza ontologica» dall’oggettività piatta della rappresentazione). Si tratta di ridurre il reale a segno, in modo che esso si renda con ciò intelleggibile e percorribile. È la glorificazione al tempo stesso della misura e della visibilità, a scapito della memoria, l’invenzione dello spazio a scapito del luogo. L’autenticità dell’esperienza, come ha scritto Hans Blumenberg, si indebolisce. Il rischio di simile operazione è che il segno diventi il mondo, perda la sua fluidità strumentale, e sia per così dire «naturalizzato». Allora la convenzione può perdere la sua provvisorietà euristica e divenire dogma. La mappa non è più uno strumento di conquista di un territorio, di un dominio, di una conoscenza, ma di mantenimento sistematico di certe relazioni tra segni. Le istituzioni e le mappe, in questo caso, si rispecchiano le une nelle altre, confortandosi vicendevolmente, mentre molto del mondo comincia a rimanere fuori. Come ha affermato Simon Schama «tante delle nostre passioni moderne – impero, nazione, libertà, imprenditorialità, dittatura – si sono rivolte alla topografia per dare forma naturale alle loro idee dominanti».
La conoscenza e la descrizione del territorio sono sempre state legate al potere, e la forma in cui si esprimono tali descrizioni e conoscenze rivela molto della forma di tale potere e della scienza su cui esso si fonda. Già l’economista e precursore degli studi sulla comunicazione Harold Innis mostrava come diverse combinazioni potere-scrittura-territorio fossero caratteristici di sistemi economici e politici differenti.
Guardandoci in giro, tuttavia, ci viene qualche dubbio sul fatto che l’eredità lasciataci da una presunta modernità sia proprio questa. Mai come oggi questa riduzione ci appare spuria, e la convenzionalità si rivela sempre di nuovo aperta e da ripostulare, in una pluralità di combinazioni e di strati. Il nostro immaginario cartografico è vario e fa uso di una particolare figura retorica di nuovo conio: la sineddoche ontologica. Che non procede più dal meno al più o dal più al meno, ma mostra l’esistenza di un livello di realtà, ed è una modalità di osservazione di un tutto più che una sua parte. Abbiamo cartine dei flussi, fisiche, economiche aeree, meteorologiche, ecc. ecc. Pochi anni fa ci sembravano riconducibili a una forma logica unica: è il metodo quello che conta. Ma ora ci accorgiamo appunto che, essendo il metodo quello che conta, sono le teorie e le discipline che cercano di costruirsi le proprie mappe, approfittando della duttilità degli strumenti digitali. E le morfologie, le funzioni, le modalità di funzionamento sono le più varie. Vediamo oggi mappe che si muovono sotto i nostri occhi, che leggono ed elaborano flussi di dati che abbiamo deciso di configurare in un certo modo. Gli strumenti più realistici vengono usati per scopi artistici, assiduamente. La fotografia aerea si mostra fonte di apprezzamento estetico, nel tentativo di recuperare un contatto con le cose. Questo mondo di simulazioni, che si è sostituito al mondo delle rappresentazioni, è qualcosa che si sostituisce al territorio? No, ci sembra piuttosto la costruzione di molti altri territori. Si dice spesso «mondo digitale»: è questa la prova che, invece, la conclusione di tutto questo percorso sarà di pensare digitale? O, addirittura, di essere, alla Negroponte, digitali? Vorrà dire che il mondo digitale sarà supposto essere il mondo? Certamente un biologo che riuscisse ad agire sulla mappa di un gruppo di geni come se fossero i geni stessi, simulandone i processi, potendo misurarne l’interazione, non si porrebbe questi problemi. Noi dovremmo esserne preoccupati? Si può uccidere con tecnologie antichissime, ma ciò che decide dell’uso di uno strumento è la cultura che se ne serve, non lo strumento stesso. Questa perversione del ragionamento, che attribuisce alla tecnologia una necessità, finisce per essere un alibi. Quanto all’idea della sostituzione del reale con una nuova oggettività vincolante, forse la stessa «modernità» ha provveduto a mettere la pulce nell’orecchio. Un sistema topografico, una teoria scientifica o il linguaggio stesso hanno una forte componente storica, una forte componente di convenzionalità sociale. Dalla teoria dell’indeterminazione di Heisenberg all’incommensurabilità di Kuhn e Feyerabend si è preparata un’interpretazione più pragmatica di questa oggettività. Interpretazione anch’essa storica, s’intende. Ma noi in quale storia viviamo? Non è quella che ci serve?
Alla fine, in ogni caso, ci accorgiamo che la nostra idea di mappatura è più ampia di quella a cui ci educato la cosiddetta modernità: non corrisponde al concetto di carta topografica. Constatiamo anche che, in realtà, non c’è una differenza sostanziale tra il contrassegnare il territorio e farne una proiezione cartografica: come abbiamo accennato, c’è una continuità tra marcatura-mappa-modello. Tra la corporeità e l’astrazione ritroviamo qualche legame, qualche analogia. Una continuità che possiamo cogliere, se vogliamo, perché abbiamo portato ai limiti la sostituzione dell’artificiale al naturale, della mappa al territorio. C’è qualcosa di irreversibile in questo esperimento, in termini di acquisizioni tecno-cognitive, che paradossalmente ci permette un cammino a ritroso, per prendere in considerazione altri sentieri non del tutto percorsi. Anche perché c’è sempre un rapporto con il nostro fare. Sta avvenendo, forse, che mappa e modello tendono a coincidere. E il modello perde del suo carattere di astrattezza per acquisire qualcosa di corporeo e di pragmatico.

Il corpo bussola

Se il segno è un dispositivo tecnologico esterno, che non appartiene agli esseri umani ma si aggiunge al loro mondo vitale come prodotto e come rappresentazione, la mano è un dispositivo tecnologico interno, proprio dell’uomo.
Esistono grossomodo due teorie della tecnologia: la prima è compensatoria, e vede la tecnologia come strumento per supplire alle deficienze dell’uomo. L’essere umano è percepito, in questa prima prospettiva, da Platone a Gehlen, come essenzialmente manchevole: nudo e indifeso. La seconda prospettiva, da Aristotele a Popitz, si potrebbe definire «potenziale», e concepisce l’uomo come originariamente tecnologico. Lo strumento principale attraverso cui gli esseri umani esprimono, o meglio esercitano, questa loro potenzialità è propriamente la mano, organo estremamente duttile perché non specializzato.
Ecco dunque che possiamo tornare al corpo da cui siamo partiti. E, in particolare, a una parte del corpo che al massimo grado ci permette di agire sul mondo, di modificarlo, e al tempo stesso di esplorarlo, di entrare in contatto con esso, letteralmente di tastarlo: la mano. La mano è il nostro primo tramite dell’intenzione, e del rapporto con gli oggetti, ma il suo uso è anche, come ha mostrato Leroi-Gourhan, neurologicamente legato all’uso del linguaggio. Inoltre l’area cerebrale coinvolta nell’articolazione della mano è pari per ampiezza e complessità solo a quella interessata dai muscoli del volto, delle labbra, dell’occhio e della lingua. E le tecniche complesse che già l’Homo abilis usava nella costruzione di utensili comportavano una trasmissioine verbale, e non soltanto imitativa delle competenze. Linguaggio e produzione di utensili vano di pari passo, influenzandosi a vicenda. Mano, cervello e occhio si regolano e arricchiscono l’un l’altro, in un coordinamento che non è di tipo esclusivamente logico, ma anche, in misura massima, sensibile.
La mano, nei suoi movimenti essenziali, offre un repertorio dei nostri possibili rapporti attivi con lo spazio, o meglio, dei rapporti che un soggetto può intrattenere con altri corpi e con altri soggetti nello spazio. La mano è anche, a suo modo, un cosmo dinamico, nelle sue posture e azioni principali. Secondo l’antropologo Heinrich Popitz la non-specializzazione della mano dona all’uomo uno strumento tecnologico straordinariamente flessibile. La mano assume la funzione di segnale (indica), di relazione (contatto con altri corpi), e di contatto con gli oggetti. Quest’ultima funzione si può esprimere con alcuni verbi che esprimono alcune azioni essenziali che la mano può compiere: tasta, afferra, plasma, percuote, getta. Probabilmente quest’ultima modalità del contatto con gli oggetti, il gettare, ha il ruolo più importante nello sviluppo dell’attività simbolica, perché comporta il controllo della separazione dall’oggetto, l’invenzione della distanza, e quindi in fondo sta alla base di quel «lasciare segno» di cui si è già parlato.
Tuttavia, come si accennava, la mano può essere considerata come lo schema essenziale di una geografia complessa anche per altre ragioni, che riconducono per altra via, non neurologica o sociocomunicativa, bensì semantica, al linguaggio.
Nella mano si esprime una cosmologia che corrisponde alle preposizioni fondamentali: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra. 1) la mano è sempre di qualcuno, in questa continuità con il corpo si esprime la sua specificazione (di); 2) la mano getta (a); 3) la mano contiene (in); 4) la mano prende (da); 5) la mano lavora insieme all’altra mano (con); 6) la mano sostiene (su); la mano è il mezzo per eccellenza (per1), la mano e ciò che consegna, affida, dona (per2); la mano permette di opporre il pollice alle altre dita (tra); la mano lascia scorrere la sabbia fra le dita (fra). Noi non abbiamo una parola specifica che corrisponda all’inglese among, o al francese parmi (mentre i tedeschi usano significativamente unter, sotto): ogni «tra» può essere tra due o tra molti. In ogni caso la mano è anche una pluralità, una comunità di dita che vive intorno a una piazza, quella della famosa storiella-dramma della lepre pazza (un piccolo condensato di commedia-tragedia e cuccagna carnevalesca, o favola morale, a seconda di chi si mangi la lepre, se il mignolo o il pollice). La mano è, quindi, un luogo, l’essenza del luogo: un centro riconosciuto da individui che ivi convergono, il terreno segnato da rughe, solchi d’aratro che lo rendono unico, individuale. E gli abitanti altrettanto unici, col volto filigranato, allampanati o tozzi, storti o mozzi, curati o strapazzati come siamo tutti.
Questo luogo ce lo portiamo in giro. Non sta in nessun luogo. È con noi. È la nostra piccola mappa portatile, che aderisce alle cose. Corpo che sente altri corpi per contatto-distacco. Sente il fuori, l’estraneo, stabilisce la soglia ultima, quella che lo sguardo non conosce. Le mani: «dotate di una natura energica e libera», diceva Henri Focillon. Anzi, aggiungeva, la mano è come un paesaggio: «con i suoi monti, la grande depressione centrale, le strette valli scavate dai fiumi, a volte intersecate da screpolature incidentali, curve e intrecci, a volte intatte e sottili come una scrittura». Le dita: fronde, germoglio, numero. Filtrano e auscultano il mondo. Fra le dita avvengono molte cose: il mondo diventa un altro mondo. La creta prende forma perché la mano le dà materia, supporto e sostanza. La mano nutre la mente di concretezza e di finitezza, pesa e circoscrive le cose.
Soprattutto, la mano sa cose che nessun altro sa. Sa che un oggetto può essere separato dallo sfondo. Come avevano capito Adolf von Hildebrand e Alois Riegl la mano permette la «visione da vicino» e, con ciò, complica la «visione da lontano». Ora noi la mano ricominciamo a usarla per una motilità minuta e simbolica: spostiamo oggetti sullo schermo, facciamo slittare piani di lettura, configuriamo complessi di testi. È come se ricominciassimo a usare la mano nella sua piena funzionalità, anche se, in parte, virtuale. La mano ricomincia a essere in ogni caso il tramite per fare qualcosa che riguarda il nostro orientamento nel mondo. Spostiamo oggetti che costituiscono il nostro sapere. Spostiamo, elaboriamo, disponiamo mappe di mappe. Sembra di poter dire che di fianco a simile riabilitazione minima della mano si assista anche a un cambiamento di funzione dello sguardo (aderente, non rappresentativo, supporto all’azione). La mappa come l’abbiamo concepita fino a un certo punto era la quintessenza dell'”epoca dell’immagine del mondo” (Heidegger): ha preparato l’avvento della prospettiva, ne è stata consolidata, portava con sé l’idea dell’oggettività del veduto. La mano riconquista la prospettiva recuperando la distanza, permettendosi di tastarne gli anfratti, scoprendone le sconnessioni.

L’arte del pilota

Nel mito cosmogonico di Alcmane Tékmor (Segnale) e Póros (Tragitto) intervengono per sottrarre la condizione primordiale alle tenebre e al caos, aprendo una via, orientando la rotta, scegliendo punti di riferimento, rendendo visibili i segnali degli astri e degli dei. Rappresentano la fondazione della mappa nel secondo senso, come strategia mobile, come esplorazione e come adattamento sperimentale al reale.
Anassimandro di Mileto, che nel VI secolo a.C. “per primo ebbe l’audacia di inscrivere la terra abitata su una tavoletta” è l’inizio della mappa del primo tipo: proiezione, geometria, proporzione. Poi, come ha mostrato Christian Jacob, la carta “da modello astratto e a priori” diviene strumento storico e antropologico, diviene ricerca sul terreno, accoglie oggetti e assolve funzioni conoscitive e pratiche al tempo stesso. Assume per esempio una funzione mnemotecnica, di inventario di luoghi. Erodoto ride delle prime carte geometriche, ma non si potrebbe negare che tutte le carte successive si rifanno a quel gráphein originario, che è disegnare e scrivere insieme, e che acquista presto, oltre alla funzione contemplativa, di stabilimento di un ordine razionale, anche la funzione di calcolo, di misurazione delle distanze. La carta di Eratostene è la prima ad essere suddivisa in paralleli e meridiani, griglia che la predispone a una logica tanto visiva quanto matematica. La carta, dunque, dice qualcosa sui soggetti (i Greci, i Barbari), rammenta il conoscibile addensandolo e riducendolo, permette di muoversi sul luogo con una visione d’insieme, ma si presta anche a una funzione conoscitiva e logica: ponendo certe distanze tra luoghi conosciuti, stabilendo posizioni, abbiamo la possibilità di considerare i luoghi nel loro rapporto reciproco, postulare posizioni di altri elementi sconosciuti, ecc. Così si può scorgere nella storia stessa della cartografia un dispiegarsi di quelle tre funzioni, la rappresentativa, la pragmatica e la conoscitiva che costituiscono il concetto stesso di mappa. Spesso se ne privilegia una, e si subordinano le altre, perché, per quanto potente, la capacità sinottica della carta è limitata da molti fattori: la bidimensionalità, la necessità di non congestionare i segni. Ora più che mai questi concetti ritrovano una loro possibile rivitalizzazione nel mondo digitale. Non solo abbondano le mappe in rete, ma la rete stessa è una metafora di un nuovo tipo di mappa. Una mappa legata al fare: marcatura e modello insieme, luogo di conoscenza esplorativa e di perdita. I tre principali browser in uso sulla rete sono portatori di tre metafore differenti: Internet Explorer, il più diffuso, fa riferimento all’esplorazione conoscitiva in generale; Netscape Navigator, dal canto suo, esprime una metafora di navigazione al tempo stesso più incerta (affidata al caso) e più esperta (timoniere). Opera, infine, si rifà alla metafora teatrale, all’azione drammatica. Sembra che le mappe siano state perdute, e che si debbano cercare: certo, perché la mappa siamo noi.

         

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