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ARGO N.4_Francesca Blesio: «Tracce d'Africa»

Appunti di viaggio

Questa è la storia di un viaggio, anzi di due viaggi. Agosto del 1997. Avevo appena concluso il liceo e non avevo ancora deciso quali studi avrei intrapreso finita l’estate. Partivo per l’Africa, e questa era l’unica certezza che avevo.

Qualche mese prima della maturità scientifica avevo fatto la conoscenza di don Tullio Contiero, cappellano della chiesa universitaria di Bologna. Un prete che dal 1968 ogni anno, nel mese di agosto, portava e tuttora porta gruppi di studenti universitari alla scoperta dell’Africa e dell’America Latina, con l’obiettivo di far loro conoscere il volto nascosto di questi continenti. Una lezione di vita per far capire a chi ha università, cibo, e tutte le sicurezze psicologiche, a partire da quelle igienico-sanitarie, e con un domani assicurato, qual è l’altra faccia della medaglia del benessere, questa era l’essenza del viaggio che mi apprestavo a compiere e ciò che stava impresso sui primi fogli scritti di suo pugno che lessi. Un incontro tra le menti in via di formazione dell’Ateneo bolognese e il Sud del mondo: era ed è il punto di partenza del progetto di Don Tullio. Conosci, ama e crea, questo in tre parole lo scopo del viaggio. Da anni Contiero investe ogni sua energia su questa idea. Forte è nel suo pensiero la convinzione che gli studenti universitari, una volta conosciute le forti realtà di questi paesi lontani, cerchino, con il bagaglio dei loro studi, di risultare utili alla causa africana o latino-americana. Agraria, Veterinaria, Medicina, ma anche Economia, Ingegneria, Scienze Politiche: tutti percorsi preziosi per il Sud del mondo. Dai partecipanti a questo viaggio Contiero si aspetta progetti indirizzati ad aiutare uomini e donne di questa patria della sofferenza. Non è con la carità che si cambiano le situazioni di una povertà cronica, ma con i fatti: insegnare a costruire pozzi per l’acqua, a coltivare le piante che una terra tanto arida può generare, insegnare le elementari norme igieniche, istruire sulla prevenzione delle più diffuse malattie e soprattutto insegnare a insegnare… Rendere gli uomini di quei villaggi persi nella savana liberi di costruirsi un futuro con le proprie mani. Questa è la sua originale strada per aiutare i paesi dimenticati dall’economia del Nord.

La mia destinazione era l’Africa. L’itinerario prevedeva di toccare l’Egitto, la Tanzania e il Kenya. Percorrere le strade dell’Africa per conoscere gli africani e il loro paese. Ci era stato spiegato che avremmo incontrato medici, giornalisti, professori e missionari che ci avrebbero raccontato il continente dall’interno, filtrato dalle loro esperienze di testimoni. I miei compagni di strada li avevo più o meno conosciuti nei mesi precedenti alla partenza, durante alcuni incontri relativi al viaggio organizzati da Contiero.

Una cartina ormai logora dell’Africa orientale appoggiata su pile di quotidiani e riviste di date lontane, nella casa-ufficio di Don Tullio. Quella è stata la mia prima volta con il Continente Nero.
La prima volta che ho visto l’Africa, ne ero già innamorata. Ne sono sicura. Sono passati ormai quattro anni da allora ma le immagini di quell’estate sono sempre vivide nella stanza dei miei ricordi più cari.

Quelli che leggerete sono stralci delle pagine del diario di quel viaggio che in origine non avevano la pretesa di essere né lette né tanto meno pubblicate. Il diario è lungo, eterno. Lascio alla vostra lettura solo alcune righe di quei fogli. È la storia di un percorso, io vi lascio le mie orme. Tracce d’Africa, per l’appunto.

Cairo (Egitto)

Nel percorso in pullman dall’École de Saint Vincent alle Piramidi (una delle rare tappe “turistiche” di questo viaggio) si sono susseguite, dai finestrini, immagini di donne, uomini e bambini, virate seppia, suggestive. Il giallo ocra – dominante tra i colori – rendeva lo spettacolo umano rappresentato sotto i nostri occhi piuttosto omertoso: come se la realtà fosse nascosta sotto un velo di sabbia. Come ci è stato spiegato l’islamismo qui è insito in ogni cosa, negli sguardi, nei movimenti, negli abiti… La mia impressione forse è dovuta a ciò?

Cairo – Sinai (Egitto)

Siamo ancora una volta sul pullman. All’orizzonte si estende solo uno sconfinato deserto. Se il paesaggio è quanto ci può essere di più arido, lo stesso non si può dire delle persone che vivono qui. Sembra esserci un rapporto direttamente proporzionale tra aridità dello scenario che intravedo dal finestrino e la fertilità dei sentimenti della gente che ho incontrato qui finora. Poco fa ci siamo fermati in un’oasi dove, ci è stato spiegato, nell’Esodo è scritto che Mosè dissetò il popolo eletto trasformando l’acqua salata in dolce. Sembrava non ci fosse nessuno tra sabbia e palme, e invece sono bastati pochi istanti e siamo stati assaliti da un nugolo di bambini. Capelli mossi e arsi dal sole, pelle olivastra, occhi enormi e sguardo intenso. Sono beduini. Ci hanno accompagnato per la breve via da noi percorsa per raggiungere l’acqua limpida e calda di quell’oasi. Chiedevano caramelle.

Morogoro (Tanzania)

Contiero ci ha parlato oggi di Alex Zanotelli, comboniano, per sei anni direttore di «Nigrizia». Attendo con ansia il giorno del nostro incontro. Sento che sarà importante. Nel frattempo mi guardo intorno. Non devo assolutamente dimenticare la profondità degli occhi dei bambini, la magrezza dello loro gambe, i contorti intrecci dei loro capelli, non devo assolutamente dimenticare gli strappi ricuciti alla meglio dei loro vestiti, le scarpe distrutte dalla strada, i sorrisi bianchi rivelati tra il nero della loro pelle. Non devo perdere il ricordo degli spiccioli stretti nei loro pugni o nascosti nelle scarpe, i calzetti bicolore resi sempre uniformemente grigi dalla polvere.
I bambini della scuola di suor Teresa questa mattina erano seduti in un’ampia stanza. Si guardano intorno, sorridono, battono le mani e cantano. Una decina, in piedi davanti a noi, cantano e ballano, mentre le novizie scandiscono il ritmo con il suono di alcuni tamburelli.
Sto scattando una miriade di foto. Oggi mi sono soffermata sui piedi dei bambini. Alcuni si recano a scuola scalzi, altri possiedono un paio di scarpe, magari una diversa dall’altra. Un calzino sì e uno no. Bambine con le scarpe da donne. La maggioranza dei bambini portava ai piedi degli infradito di plastica colorati.
Contiero questa mattina mi ha voluto parlare. Mi ha domandato che facoltà avessi scelto e gli ho risposto che ero ancora incerta tra Lettere e Giurisprudenza. Mi ha consigliato di optare per la prima, in futuro, ha detto, potrei tornare qui per insegnare… «Diventare avvocato per difendere i ricchi, come fanno tutti gli avvocati, no», queste le sue parole. Da parte mia: grande confusione mentale.

Migoli (Tanzania)

Un giro per Migoli, paese di legno e fango. Il barbiere opera sotto l’albero, la parrucchiera lavora vicino ad una capanna intrecciando i capelli della cliente che nel frattempo, seduta su una sedia di legno, chiacchiera e ride con le amiche appoggiate al suolo. Bambini che giocano a calcio con una palla fatta di stracci, sportine di plastica e corda. Bambini che si divertono con una vecchia ruota d’automobile, bambine con i fratelli più piccoli sulle spalle. Sorrisi, polvere, bambini.

Dodoma (Tanzania)

Oggi ci hanno portati a visitare la missione gestita da Suor Rosaria. Ci hanno mostrato la scuola di cucito, la falegnameria, l’asilo e il cimitero. La scuola di cucito è frequentata da ragazze povere dotate d’intelligenza (così ci è stato spiegato); per entrare debbono infatti superare un test d’ingresso. Alla fine degli studi, che durano tre anni, assieme al diploma viene loro consegnata una macchina da cucire, con lo scopo di inserirle direttamente nel mondo del lavoro. Queste ragazze dormono quasi tutte all’interno della missione, mangiano, vengono fornite di libri e di vestiti per la cifra di circa quarantamila lire l’anno. Vengono abituate a tenere dietro alla cucina, alla pulizia degli ambienti, al lavoro dei campi, tutto ciò per permettere loro di uscire dalla scuola con un buon bagaglio di competenze. Lo stesso avviene, con le dovute differenze, per i ragazzi che frequentano la scuola di falegnameria.

Nairobi (Kenya)

Giornata difficile. Siamo saliti sopra ad un autobus pubblico che ci portava dalla nostra sistemazione a Korogocho, una bidonville della capitale del Kenya. Ci siamo seduti in fondo. Ad una fermata sono saliti dei ragazzini sui dodici anni assieme ad uno di sedici circa. Due di loro li avevo già visti ieri che rovistavano per strada nel pattume, li avevo riconosciuti dai vestiti che indossavano. Avevano tutti nascosti, chi in tasca chi sotto la giacca, dei barattolini di plastica che avvicinavano ripetutamente al volto. All’interno si intravedeva una sostanza giallo-arancione, che mi è stato poi spiegato essere una colla; essa emana sostanze acide che, annusate, permettono di evadere dalla realtà, quindi cancellano momentaneamente fame e disperazione. A quell’età , mi è stato anche raccontato, i ragazzi non sono più adatti a chiedere offerte per strada e così gestiscono l’elemosina dei bambini più piccoli riscuotendo parte dei loro guadagni e in cambio promettono protezione. Si cibano dei rifiuti di ristoranti e alberghi. Sono i ragazzi di strada di Nairobi, molto probabilmente maltrattati o senza genitori.
L’impatto con la realtà di Korogocho è stato violento. Niente a che vedere con il paesino più povero della Tanzania. Odore sgradevole, vie fatte di rifiuti, case di lamiera e cartone (lontane da quelle – più naturali – di bastoni e fango viste per tutto il resto del viaggio) una appoggiata all’altra. Bambini che giocavano con i rifiuti, che bevevano dai rigagnoli d’acqua che si insinuavano tra essi. Si avvicinavano, ti porgevano la mano per salutarti e ti chiedevano col sorriso «How are you?» e, senza nemmeno aspettare la risposta, correvano via per poi riapparire e ricominciare. Abbiamo incontrato Zanotelli, nella sua casa di fango e legno, posta proprio all’interno di questa bidonville. Non ha parlato molto e in quei pochi minuti ha criticato la chiesa piuttosto duramente.

Korogocho (Kenya)

Parla Alex Zanotelli. Miei appunti.
Ha studiato negli Stati Uniti, ha assorbito la cultura americana. È stato spedito ad insegnare in Sudan, lì si dedica ai Nuba e viene espulso. A Nigrizia scopre una Chiesa sconcertata davanti alla parola chiara del Vangelo, il cui pensiero può essere così semplificato: Il Vangelo è il Vangelo e i soldi sono soldi. Si rende conto che la Chiesa italiana è latitante su molti problemi. Capisce la connessione tra fame e armi, e la denuncia. Tradimento della Chiesa italiana: dicotomia tra i fatti e la Parola. Lascia Nigrizia. Riscopre Dio nel volto dei poveri di Korogocho. «Fare il missionario non vuol dire solamente dare ma anche ricevere, ovvero cambiare dentro. Mettersi a contatto con la povertà e la sofferenza, camminare con chi soffre». La Chiesa è santa e prostituta allo stesso tempo. Oggi ritorno alla spiritualità, alla religione perché soffocati dal materialismo, dal consumo… Il sistema economico oggi prevede che il 20% della popolazione mondiale viva da nababbo a spese del rimanente 80%. Bisogna legare il personale al sociale, convertire se stessi perché non sia il sistema a farlo. La libertà sta nello scegliere. Boicottaggio, commercio equo-solidale, ecc.: potere immenso nelle nostre mani. L’Africa ha un umanesimo e una ricchezza in chiave culturale enormi. Ma la gente d’Africa ora sta respirando la violenza del Capitalismo.

Due viaggi, dicevo prima. Sono tornata nell’agosto 1998 in Tanzania con Contiero e il suo nuovo gruppo di ragazzi. Ho vissuto parte del viaggio assieme a loro toccando alcune tappe dello scorso anno, poi mi sono fermata da sola per una settimana presso la missione di Padre Salvatore, a Migoli.
La mia permanenza era finalizzata ad aiutare alcune ragazze che tenevano in piedi un orfanotrofio all’interno della missione. Una sorta di baby-sitting a tempo pieno a quasi una ventina di bambini, per lo più orfani o con problemi di salute dovuti a malattie e malnutrizione. Ogni giorno lavavamo in grandi tinozze di plastica i panni dei bimbi, li stendevamo e, una volta asciutti, li piegavamo. Questo lavoro ci rubava la maggior parte della giornata. Il resto del tempo a nostra disposizione lo impiegavamo nel lavare i bambini, nel vestirli, nel cambiare pannolini, nel dare il biberon ai più piccoli, nel giocare con tutti loro e nel farli addormentare. Sono stati giorni veramente eccezionali, da cineteca dei ricordi… Forse sono le sensazioni più dolci che raccolgo nella mia memoria. Ricopio qualche impressione che avevo appuntato sui bambini di Migoli, perché nei loro occhi e nei loro gesti c’era una luce speciale.

Migoli (Tanzania)

Quanto mi affascinano questi bambini! L’amore che nutrono l’uno per l’altro sin dai primi anni di vita è straordinario. Si sorridono, si fanno il solletico, si consolano vicendevolmente, si aiutano nel cambiarsi, nel mangiare, giocano insieme, cantano e danzano insieme, uno insegna all’altro le scoperte appena fatte. Bastano poi pochi mesi di differenza e il più grande si prende cura del più piccolo. Vederli mangiare, poi, è davvero un piacere: i più grandi consumano pranzo e cena in una stanzina riservata a loro nella quale alla fine lavano le loro stoviglie, i piccolini vengono imboccati da una ragazza africana che li serve in fila: un boccone a testa e ricomincia da capo. I neonati invece li nutriamo con il biberon. Dare da mangiare ai più piccoli è l’attività più speciale che svolgo qui. Non riesco a spiegarmi il perché ma riesce a rendermi più felice nutrire col biberon Dodo, Nema e Peter, che cullarli, cantargli le canzoni di De Andrè a mo’ di ninna nanna, giocare con tutti loro, e tutto il resto.

Migoli (Tanzania)

Sono ormai tre giorni che sono qui. Sono felice. Ciò che faccio mi riempie. Questi bambini sono fantastici: a loro basta un niente per regalarti un sorriso. Dodo, Rosana, Kulia e Dodo, Agnes, Willy, Ruben, Joseph, Agnes, Pelida, Maria, Happyness, Fransiskco e Boni. Sono questi i bambini che rendono piene queste mie giornate. Basta spalancare un po’ di più gli occhi, accennare un sorriso, fargli il solletico, farli girare veloci alti da terra, e loro ti dispensano un’espressione ricca di gioia. Sono giorni preziosi per me, giorni che evidenziano sempre di più quanto sia futile ciò che possediamo, quanto l’amore nel mio mondo sia soffocato dalla frenesia del nostro vivere quotidiano. C’è tanto amore nei loro gesti… forse perché nella solitudine si ama di più. Non lo so. So però per certo che noi nella moltitudine abbiamo paura di amare, non siamo capaci di stare da soli e siamo terrorizzati di perdere ciò che possediamo. Io in questo momento sono ricca di sorrisi ed espressioni dolci.

Le mie orme si fermano qui. Se vorrete seguirle buon viaggio.

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