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ARGO N.4_Francesco Manetto: «Erasmus da Tours»

Lettera

I treni di notte mi sono sempre piaciuti; attraversare i corridoi stretti tra nordafricani in attesa, scolaresche emozionate, professoresse nervose, parenti che tornano e vanno e ritornano; cercare un angolo per fumare; guadagnare le precarie comodità delle cuccette per due, tre ore.
Mi è sempre piaciuto partire.
Bologna-Parigi (dodici ore, più o meno, e all’alba mi ricordo le parole di mio padre che a sedici anni scappò da casa per un concerto di Miles Davis all’Olympia). Mentre saluto Francesca al Café della Gare de Lyon, febbraio 2001, Paola e Chiara irrompono dall’etere, nel Paese che fu della ghigliottina, come terroriste in bikini.
Rettifica: mi è sempre piaciuto partire, un po’ meno arrivare…
Ci sono le linee della metropolitana che si illuminano, le linee luminose del métro di Parigi che Lavagetto ha ricordato per introdurre i concetti di sapere e velocità nella narrazione di Balzac… Ma dalla Gare Montparnasse a Tours è un’ora di alta velocità.
Quando arrivi in una città puoi decidere di salire su uno di quei trenini che percorrono il centro storico ed ascoltare la guida filodiffusa in compagnia di sorrisi giapponesi; oppure puoi fermarti a cercare il senso ultimo del tuo viaggio e poi telefonare ad uno psicanalista. Una volta arrivato, io non ho fatto altro che camminare e leggere, sotto una pioggia paranoica e in una stanza tre per tre vista campo da basket. È bastato qualche giorno, poi, (davvero qualche giorno fatto di bonjour e bonsoir) per precipitare in una realtà già routinaria eppure così difficilmente leggibile.
«Voglio dire, non sono partito per uno scavo in Oman; sono capitato a Tours, Europa, capoluogo di provincia, città di Balzac e Poulenc. Alla burocrazia dovrei essere abituato e d’altro canto sono già stato in Francia, ho studiato francese e posso comunicare decorosamente…». Questi, più o meno, erano i pensieri, ma, passo passo ho avvertito allontanarsi tutti i paradigmi di riferimento (paradigmi fragili, di bambù, ne convengo) che avevo portato di là dalle Alpi.
Non si trattava certo di cominciare un viaggio di formazione e, tuttavia, un’assenza fisica, affettiva ed intellettuale stimolava una ricerca, un pur piccolo movimento. In questo senso è iniziata piuttosto una ricognizione, un guardarsi attorno.
La lingua, prima e soprattutto. La prima cosa a cadere è stata la mia lingua, l’italiano, la possibilità di parlare e comunicare con sfumature ed un poco di profondità. Non pretendo di riassumere alcun processo psicolinguistico, ma, soprattutto all’inizio, non frequentando studenti italiani era proprio inevitabile parlare di cose, di eventi concreti, fino al paradosso in cui era la lingua, il basculante dominio della lingua francese a condizionare gran parte dei pensieri. Si è trattato ovviamente più di un problema di espressione affettiva che di comprensione o di comunicazione quotidiana all’Università, in tutti gli uffici concepiti dall’amministrazione francese o al bar.
Sono cadute poi le abitudini (ma questa forse era l’unica cosa che cercavo prima di partire), alcune insicurezze per lasciare spazio ad altre, alcuni affetti; ci sono state incomprensioni e altri topoi della lontananza…
All’Università i corsi di Lettere poggiano su una specie di mistero della Trinità. Una mistica dell’argomentazione tripartita (fino ai limiti della perversione, del tipo: preparate questa dissertazione su Kafka ma, mi raccomando, seguite le regole e non scrivete per più di tre ore) permea davvero «l’esercizio e la pratica delle scienze umane» (la formula è di una gentile ma in fondo ineffabile professoressa). Aristotele e Tommaso a parte, ed ammesso che come per l’Economia ed il Commercio le regole sono fondamentali, l’impressione generale è quella di una triste e remissiva omologazione del pensiero. Voglio dire, se dici a cento persone di fare una cosa seguendo un percorso preciso e determinate regole, è inevitabile che i risultati dell’attività si assomiglino tutti. È un procedimento che va bene per la scienza, ma, oltre certi limiti, lo trovo abbastanza inquietante per la cosiddetta produzione intellettuale. Un sistema certosino di norme retoriche e redazionali, la pianificazione di ogni pensiero ed intervento (se vuoi parlare, ad esempio, è consigliabile annunciare in tre punti il senso ed il fine dell’intervento…), un percorso quasi obbligatorio di riferimenti culturali e citazioni che finiscono inevitabilmente per limitare libertà ed eterogeneità del pensiero.
È chiaro comunque che essere deistituzionalizzati e vivere un poco di precarietà sia uno stimolo. È chiaro che, nel momento in cui si accetta il viaggio, cadano o vengano progressivamente integrati i paradigmi di comprensione delle cose. È chiaro che un viaggio, o un soggiorno vicino alla natura del viaggio e della scoperta, sia, almeno un poco, vicino alla conoscenza. Almeno nella misura in cui la conoscenza (non importa in che forma) integra e talora sostituisce i paradigmi venuti meno.

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