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ARGO N. 4_Mariagrazia Maiorino: «Io zitto zitto m'imbarco»

Breve scritto sopra il diario di viaggio come modus itinerandi

 

Le montagne si scalano in un equilibrio che oscilla tra inquietudine e sfinimento. Poi, quando smetti di pensare alla meta,ogni passo non è soltanto un mezzo, ma un evento fine a se stesso. Questa foglia ha l’orlo frastagliato. Questa roccia è instabile. Da qui la neve è meno visibile, benché più vicina. Queste sono cose che dovresti notare comunque. Vivere soltanto in funzione di una meta futura è sciocco. E’ sui fianchi della montagna, e non sulla cima, che si sviluppa la vita.

(Robert M. Pirsig, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta)

Viaggio. Il nome per me continua ad evocare – in tempi in cui si sperimenta ormai ogni mezzo di trasporto, possibile e impossibile, e viaggiare sempre più s’identifica con la sfida estrema o lo spostamento senza stupore da una parte all’altra del mondo – un cammino fatto a piedi.
Mi lascio suggestionare dalla parola per ripensare il significato del mettersi per via – l’On the road di Kerouac, divenuto emblematico per la nostra generazione – misurando il cammino con il corpo, al ritmo lento dei passi… Portando il proprio passo dentro qualsiasi esperienza di allontanamento dal quotidiano, reale o metaforico non fa differenza. L’importante è avere consapevolezza di una percezione personale delle cose, ricercarla continuamente e proteggerla da ogni rischio di conformismo.

Quando si parte? L’incipit di Moby Dick, da cui ho tratto il titolo di queste riflessioni, è diventato per me déjà-vu di tante vigilie di partenze e nostalgia di mille viaggi non fatti. Di malesseri vissuti forzatamente a terra: senza il potere di mettere distanza tra sé e la propria inquietudine, racchiuso in quel lapidario «io zitto zitto m’imbarco». Ismaele prende la via dell’oceano, e non un’altra, perché l’acqua è il simbolo per eccellenza del viaggiare, entrando in un altro elemento, staccando dal consueto. Ma forse in ogni viaggio dello spirito il paesaggio ha iridescenze e imprevisti, vastità e spaesamenti, paragonabili a quelli del mare.

Un libro, un amore, un diario. Sono viaggio nel viaggio, compagni ideali, amplificano le nostre sensazioni e a loro volta ne sono amplificati, assorbono umori e profumi di terre lontane, conoscono stanchezze e ammaccature, pioggia e vento, contribuiscono alla scoperta e alla memoria. Scegliere un grande viaggiatore del passato, come compagno di viaggio, non significa solo compiere un’ulteriore esplorazione nel tempo, ma recuperare profondità dimenticate, incanti ancora possibili. Se porteremo con noi in un’avventura montana, ad esempio, Il preludio di William Wordsworth, vivremo la meraviglia di valicare a piedi le Alpi, raccontata in versi memorabili. Ritroveremo lo splendore di una natura potente, capace di rivelare il mondo invisibile e di farci sentire, pur nella radicata presenza dell’hic et nunc, che «Il nostro destino, la nostra natura e dimora / è nell’infinito, in esso soltanto / è nella speranza, la speranza che non muore, / nello sforzo, l’aspettativa e il desiderio, / e in qualcosa che sempre è da venire».
Ci sono poi itinerari che nascono da itinerari già sperimentati dalla fantasia di uno scrittore, di un poeta, di un pittore. Essi a volte somigliano a ritorni: dai luoghi conosciuti nella pagina ai luoghi reali. Potenziano uno degli stati d’animo più belli del viaggiatore: quello di sentirsi a casa negli angoli più remoti e sconosciuti del mondo. Forse essere nomadi ed avere familiarità con i luoghi attraversati è il desiderio nascosto di ognuno di noi. Andare leggeri, con una sacca come casa. Abitando, in verità, solo dentro se stessi, senza bisogno di alcun legame e protezione materiali…

Ogni sosta un viaggio e ogni viaggio una sosta. L’esercizio del paradosso facilita l’abbandono al fluire delle sensazioni, senza aspettative, senza rigidità. L’essere presenti nell’hic et nunc, lasciando che la meta arrivi quando deve arrivare…

* * *

Dal mio secondo diario norvegese:

29 luglio 1993

«Un luogo dove ritornare e ritornare… Quel sentiero lungo la cascata racchiudeva tutte le visioni d’acqua scrosciante della mia seconda Norvegia.
Da lontano si assomigliano, sono chiome candide e luccicanti al sole, arrovesciate, sparse sui roccioni scuri delle montagne, quasi si potrebbero confondere con le lingue della neve non ancora sciolta che biancheggia ovunque lungo fiordi e laghi. Poi quando ti avvicini ti si rivelano nella loro particolare identità, che forse è data soprattutto da “come puoi vederle”, dal punto di vista che la natura – e insieme tempo, coraggio, conoscenza del posto – ti concedono. E ancora dal momento, dalla presenza o meno del sole a inargentare, a far brillare veli e apparire arcobaleni… Quando ti avvicini le senti. Le senti nelle orecchie e sulla pelle, ne sei intimidito, ammaliato, è un’acqua dalla forza animalesca che ti coinvolge, ti fa entrare in contatto. È un movimento calamitante, una forza che ti fa sentire piccolo, inerme, passeggero.
Il sentiero è largo tra gli alberi, è una strada che si può percorrere in macchina all’inizio, oltrepassando uno stretto ponte di legno. La cascata da qui si lascia raggiungere facilmente, e attraversare, nella solitudine del bosco. È già bellissima così, nell’armonia rimasta intatta del paesaggio naturale. Un’altra meta raggiunta, un’altra promessa mantenuta dalla valle del Saltdal. Ma questa volta non è tutto: C’è una sorpresa per noi al di là della passerella, dove siamo fermi a guardare e a fotografare. Appena una traccia di sentiero sale lungo il fianco sinistro del monte, un sentiero morbido di erbe e di muschi, fitto di fiorellini bianchi e neri, simili a occhi che si stendono a tappeto sui sassi, accogliente. Un andare protetti a fianco del gigante. Non c’è la paura di quando mi ero accostata dall’alto alla Woringfoss e mi ero tirata subito indietro, ma rimane l’impressione di qualcosa di insolitamente grandioso, potente, come se stessi spiando da vicino le mosse sinuose di una belva. Come è possibile che io mi trovi qui e tutto sia così facile? Che la cascata si lasci avvicinare e accarezzare con lo sguardo, che non ci sia pericolo né distanza tra il sentiero-cuscino e lo scrosciare travolgente? Mi sono fermata ad un certo punto, sazia. Mi sono distesa sulle erbe… Lì avrei voluto scrivere dell’acqua.

Il cielo che rimaneva sempre chiaro, tingendosi appena di rosa, fu la cosa più sorprendente della mia prima Norvegia, ora è l’acqua in movimento, il suono, l’energia, la forza, la bellezza dell’acqua, insieme all’accessibilità di tutto questo. Come se la natura fosse così supremamente regina da non dover nascondere i suoi tesori, da poterli distendere a piene mani dovunque, senza timore che vengano sciupati o rubati. Nella mia immaginazione la montagna da noi è più lontana, difficile, separata dal mare, mentre qui acqua e montagna si mescolano dappertutto e viaggi nell’acqua pur andando tra i monti; vedi paesaggi alpini che si distendono con l’ampiezza e la trasparenza di paesaggi marini, insulari. In una trasparenza di cieli, luce e nuvole, che non appartengono né alla montagna né al mare, ma al Nord, al mattino, all’inizio, al risveglio».

         

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