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ARGO N. 4_Mattia Cavagna: «Iter ad inferos»

Breve scritto sui visionari viaggi agli inferi

Sia dal punto di vista fisico, sia da quello mentale, artistico, religioso e letterario, il viaggio ha innanzitutto, lo sappiamo tutti, una funzione conoscitiva nel senso più ampio del termine: a partire dalle esplorazioni geografiche dell’antichità per arrivare al viaggio nel subconscio prescritto a Zeno dal dottor S., chi viaggia cerca delle risposte. Prendiamo ad esempio due personaggi che da molti punti di vista possono essere considerati opposti: l’eroe epico e quello romantico. Il primo è spesso protagonista di avventure ed esplorazioni di terre lontane: il mito stesso è strumento di conoscenza e il viaggio ne è uno dei veicoli privilegiati. Il secondo è spinto da un’insoddisfazione, da un desiderio di completezza per cui si mette in viaggio, verso una meta fumosa, alla ricerca di utopiche alternative. La differenza è che il viaggio mitologico viene portato immancabilmente a compimento: la meta di Odisseo è raggiunta ancora prima della sua partenza (il suo ritorno a Itaca è stabilito dal concilio degli dei all’inizio del I libro); il viaggio romantico non potrà mai avere la fine sperata: il completamento di sé è ormai irrealizzabile e l’eroe sarà costretto a vagare di gente in gente o sarà spinto a cercare la morte (il suicidio del giovane Werther).
In entrambi i casi, tuttavia, il viaggio dà il suo risultato: nel primo la conoscenza mitica di una realtà perfettamente conoscibile; nel secondo la presa di coscienza di una lacerazione insanabile, la perdita delle illusioni.

Il viaggio come strumento mitico di conoscenza trova la sua espressione più compiuta nel viaggio all’oltretomba, il luogo per eccellenza altro e misterioso. A partire dall’epopea di Gilgameš per arrivare alle avventure di Orfeo, Odisseo ed Enea, molti eroi delle mitologie antiche si sono avventurati almeno una volta nel regno dei morti. Ciò che vanno cercando è appunto una risposta, un oracolo, una profezia: le «case ammuffite di Ade» racchiudono i segreti di tutti gli uomini (nel caso di Odisseo ne è custode l’indovino Tiresia).

Alcuni secoli più tardi ritroviamo il medesimo schema nella tradizione patristica cristiana: diverse Vitae Sanctorum sono costituite da veri e propri racconti di viaggi fantastici intrapresi da monaci alla ricerca di un santo eremita (San Paolo di Tebe o San Macario) depositario della sapienza, che vive alle porte del mitico Paradiso Terrestre.
L’elemento fondamentale che accomuna questi viaggi, mitologici e cristiani, è la credenza in un possibile, effettivo contatto tra il mondo terreno e quello ultraterreno, che racchiude arcani segreti e la cui porta d’ingresso è rintracciabile alle estremità del globo terrestre. È infatti evidente che allontanandosi dai confini geografici noti, il limite che separa i due mondi viene scomparendo del tutto, l’uscita dal ristretto spazio geografico dell’orbe conosciuto comporta un’uscita dal mondo stesso degli esseri viventi e l’entrata in una dimensione diversa, ubi coelum terrae se coniungit.

Sempre in ambito religioso c’è poi un’altra importante corrente letteraria in cui l’oggetto di conoscenza diviene lo stesso mondo ultraterreno: a partire dal II secolo a.C. nasce il genere dell’apocalittica (dal greco apokàlypsis = ‘rivelazione’), i cui testi mirano a fornire delle informazioni sulla sorte delle anime dopo la morte del corpo. Questo tipo di testi ha poi un grande successo nel Medioevo che vede la produzione delle visiones animarum, dei racconti di viaggi estatici dell’anima nei mondi ultraterreni, di cui la Divina Commedia può essere considerata il massimo degli esiti raggiunti. Tra i testi apocalittici e le visiones medievali c’è però una differenza fondamentale: mentre i primi hanno il carattere contemplativo e statico di una rivelazione, le visiones sono delle vere e proprie avventure ultraterrene con la dinamica di un viaggio. Abbandonata una concezione spirituale, l’anima del visionario viene rappresentata come un’entità fisica, come un essere che affronta un viaggio in cui – esattamente come il personaggio Dante – deve camminare per sentieri, scalare montagne, attraversare fiumi, ponti, valli e ogni genere di ostacoli.

Una visione del XII secolo narra dell’estasi di un certo Godescalco che viene condotto da due angeli presso un tiglio dal quale pendono dei calzari; dietro l’albero c’è una vasta distesa ricoperta da durissime spine: i giusti ricevono i calzari per attraversarla, i peccatori sono costretti a transitare a piedi nudi. Questa immagine, apparentemente curiosa ed insolita, trova invece un ampio riscontro nell’usanza precristiana di inserire nelle tombe un paio di calzari, usanza conservatasi in molti luoghi anche durante tutto il Medioevo.
Anche il momento del Giudizio è affidato a un elemento coerente con la simbologia del viaggio: mentre in pittura questo tema è rappresentato da San Michele arcangelo con in mano una bilancia che soppesa le azioni dei buoni e dei malvagi, in letteratura le visioni rappresentano un ponte, un passaggio su un fiume di zolfo incandescente che si allarga per far transitare i giusti e si restringe per precipitare i malvagi.

Da questi brevi esempi si può comprendere come, attraverso i secoli, il tema del viaggio rimane un nucleo narrativo di portata straordinaria, e come si adatta perfettamente agli aspetti più disparati della letteratura e della cultura in generale. Come abbiamo visto, anche il passaggio per eccellenza, quello dalla vita alla morte, è concepito e rappresentato come l’inizio di un viaggio: sia per una morte apparente, sia per il vero decesso, l’anima dell’uomo è chiamata a percorrere un lungo itinerario verso i luoghi ultraterreni. Ancora ai nostri giorni, nella tradizione cattolica, la Comunione somministrata al fedele in punto di morte è chiamata «Viatico»: servirà alla sua anima per avventurarsi su un cammino – l’unico, oramai – che conserva pressoché intatto il suo mistero.

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