Press "Enter" to skip to content

ARGO N.4_Pierluigi Nocella: «Scusi, lei a che piano va?»

– Scusi, lei a che piano deve arrivare?
– Non. Non saprei, non ricordo nulla di ciò che era prima e
– Capisco, a tutti, ma il tempo cambia le cose, non ci farà più caso.

– A cosa?
– A questo squallido blocco di metallo a come si muove e come si ferma, ognuno ha il suo piano, chi prima, chi dopo, tutti si fermano.
– Non capisco.
– Nessuno, perché lei dovrebbe?
– Allucinante.
– Non so se è allucinante, è cosi e basta, che importa? È solo una fase.
– E se si entrasse in un altro blocco di questo tipo?
– Quando?
– Una volta fuori.
– Aspetteremo ancora, bisogna pazientare, ché già s’è annoiato? È questione d’abitudine.
– Sì, ma se avessimo qualcosa da fare invece di stare qui a vedere questo spazio che si muove e a
chiederci perché e per come.
– La mia compagnia la turba?
– Se è per questo neanche la sua mi diletta così tanto.
– Non si adiri, non volevo dire questo.
– M’è sembrato alludesse a ciò, comunque la saluto, devo andarmene.
– Così presto?
– Sono anni che me ne sto qui, arrivederla.
– A quando?

– Scusi, mi farebbe la cortesia di aiutarmi ad entrare?
– Perché dovrebbe farlo? Se ne stia fuori, non è una bellezza qui dentro.
– Fuori dove?
– Dove è lei ora.
– Ma io non sono fuori, è lei che è fuori.
– Comunque se ne stia lì.
– Ma non ci penso neppure, io me ne voglio andare, come è giusto che sia.
– E chi lo dice?
– Nessuno, quando si deve uscire, si deve uscire e basta.
– Mi sembra immorale.
– Si tenga pure la sua moralità per sé, qui non ce n’è bisogno. La vedo pallida, non si sente bene?
– No, è che mi fa paura.
– Cosa?
– Tutto.
– Oh, suvvia non si preoccupi, ci siamo organizzati sa, da tempo, ma lei non può sapere, è giovane.
– Veramente ho i miei cinquanta suonati.
– Oh suvvia, non dica sciocchezze.
– Guardi che ricordo bene, avevo una famiglia, un lavoro e me ne stavo all’aperto a godere dell’azzurro limpido.
– Molti se lo sognano, è pura fantasia, non esiste né quella che lei chiama famiglia né quell’azzurro, è solo una malattia tipica di alcune persone, sono depresse, stressate dalla monotonia di questo blocco che ascende Iddio sa dove e si creano una loro dimensione, una loro esistenza, che le posso assicurare è falsa.
– E chi le assicura che non sia questa un’invenzione, una bizzarra trovata della nostra mente giocherellona?
– Ma per il semplice fatto che non tutti hanno immaginato quel suo luogo idilliaco che è un evidente
desiderio di libertà, mentre questo tutti lo stanno vivendo.
– Forse tutti quelli che la sua mente ha creato.
– In ogni caso, siamo qui e proporrei di tralasciare quello che è stato.
– Scusi la mia perseveranza, ma perché non continuare a sognare, a vivere in una nostra dimensione che possiamo gestire a nostro piacimento?
– Perché le maschere, la codardia solo in apparenza c’estraniano dalla realtà, ma poi? Potremmo sopportare un sogno che con quanta facilità era sorto con altrettanta semplicità si disgrega? Ne dubito.
– Be’ lei stesso ha affermato che bisogna preoccuparsi solo del presente.
– Io ho semplicemente detto che non bisogna fossilizzarsi nel passato, ma il futuro è una diretta conseguenza del presente.
– E questo lo è del passato, se permette.
– In ogni modo non è importante.
– E cosa lo è?
– Forse nulla, perché non dare importanza al nulla quando in apparenza e forse in realtà ciò che ci circonda è nulla? E se non conosciamo il nulla non conosciamo ciò che ci circonda.
– A me sembra più evidente che non conosciamo ciò che ci circonda e quindi, come possiamo pretendere di conoscere il nulla?
– La questione non muta, non conosciamo né il nulla né ciò che ci circonda, e poi possiamo dire di conoscere noi stessi? Non credo.
– A proposito lei crede?
– A cosa?
– Ma, a qualcosa, ad un motore che muova questo spazio e al limite anche noi stessi.
– Io credo che potremmo benissimo essere noi a muoverci e questo luogo a stare fermo, voglio dire chi ci dice che non siamo noi a muovere questo spazio e a sceglierci i piani dove scendere? Un modo di fare che può portare a conseguenze drastiche, se noi siamo parte della vita, forse
sottovalutiamo la nostra conoscenza riguardo ad essa, forse la conosciamo al punto da poterla dominare e essere noi i burattinai di essa e non il contrario.
– Che idea! Io sinceramente questo lo chiamerei orgoglio.
– Ma niente affatto, anzi forse sto scaricando su di noi una colpa che non ci appartiene, voglio dire lei è orgoglioso d’aver combinato questo pasticcio, perché è un pasticcio, nient’altro. Io volevo solo dire che forse una mattina ci siamo svegliati in chissà che luogo e abbiamo costruito la nostra rovina, poi ci siamo addormentati e. Amnesia totale, nessuno ricorda più nulla.
– Ma allora perché ci siamo auto-condannati? Può darsi che siamo stati guidati da un ente estraneo.
– Non credo a niente di tutto ciò, è probabile che la destinazione di questo luogo fosse del tutto differente, e se così fosse, ben ci sta.
– A questo punto lo ammetto preferisco credere che tutta questa monotonia faccia parte semplicemente della natura.
– E le assicuro, è così, non badi alla mia fantasia sconfinata. Oh, guardi, sta rallentando, non c’è più tempo per fare filosofia.
– E ora a chi tocca scendere?
– Non saprei, vada a senso, lei è più tempo che è qui, penso proprio tocchi a lei, dunque suvvia, coraggio esca.
– A proposito, lei che può dirmelo, com’è fuori?
– Fuori dove?
– Fuori, dove era lei prima.
– Ma guardi che si sbaglia, io sono sempre stato qui, con lei, quando mi sono svegliato lei era qui ed abbiamo cominciato ad avanzare ipotesi.
– Che strano.
– Comunque sia, lei ora deve andare. Le auguro buona fortuna, che, ne sono certo, le ritornerà utile.

– Scusi, lei a che piano deve arrivare?
– Non. non saprei, non ricordo nulla di ciò che era prima e.
– Capisco, a tutti, ma il tempo cambia le cose, non ci farà più caso.

Epilogo

Fuori dal tempo e dallo spazio come da un incubo mi sveglio o forse m’addormento di nuovo, le immagini dapprima nitide vanno man mano offuscandosi e m’ottenebrano la mente o forse mi rendono onnisciente.
Perdo la mia corporalità e ciò che di me era materiale si diffonde nell’aria sciogliendosi in una fresca brezza nel calore estivo. Intorno un terreno arido, desertico, e per terra una colomba bianca morta stecchita. Sono entrato nella mente contorta o realista di un comune essere mortale o forse sto conoscendo la realtà spoglia di ogni finzione con cui l’abbiamo travestita.
Così continuo il mio eterno tragitto verso luoghi oscuri che una volta illuminati dalla fioca luce della conoscenza devono essere abbandonati per conoscerne di nuovi.

Condividi