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ARGO N.4_Pietro Fara e Chiara Frezzotti: «Il viaggio del migrante»

Dall’opinione pubblica l’idea del viaggio è considerata positivamente (almeno fino all’undici settembre scorso). Si pensa al viaggio come percorso, crescita, svago. Esiste però anche un’altra tipologia di viaggio, legata a fenomeni di sradicamento, esilio, migrazione forzata. Per quello che riguarda i paesi sviluppati, abbondano testimonianze e documenti relativi a entrambe queste tipologie. Mentre sappiamo poco o niente di come gli stessi fenomeni siano vissuti da uomini e donne provenienti dai paesi poveri. 

Spinti da queste considerazioni abbiamo deciso di raccogliere una serie di testimonianze di immigrati provenienti da diverse zone del mondo (Eritrea, Marocco, Senegal, Filippine, Romania) e di italiani che lavorano quotidianamente con loro. Dopo esserci recati in due luoghi molto frequentati dai migranti, come il Centro Immigrati della CGIL ed il centro Caritas San Petronio, abbiamo sottoposto le testimonianze raccolte all’attenzione del professor Alberto Burgio, il quale oltre ad insegnare Storia della Filosofia Moderna presso l’Università di Bologna, si occupa attivamente dei problemi legati ai fenomeni migratori,[1]  per discutere assieme a lui alcune delle affermazioni più ricorrenti nelle interviste rilasciateci.

Una delle prime peculiarità emerse nel nostro dialogo è la difficoltà per gli emigrati di esprimere la ragione profonda che li ha spinti a partire, difficoltà che solo in parte è dovuta a problemi linguistici. Maria, filippina: «Con esattezza non saprei dirti perché ho deciso di partire, molti dalle mie parti decidono di farlo, ed ancora prima di rendersi conto del perché si ritrovano qua». Haile, eritreo: «Non è facile spiegare perché si parte, perché si decide improvvisamente che è arrivato il momento di lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare da capo in un altro posto». È quindi molto difficile trovare una motivazione univoca per il viaggio, più spesso si tratta di una serie di motivazioni non del tutto chiare nemmeno ai migranti stessi. Si può partire per scappare dalla guerra, come Haile; per scappare dalla miseria, come Adrian, rumeno: «Dopo la caduta del regime emigrare è diventata un esigenza per molti miei connazionali… da noi la situazione è drammatica»; c’è anche chi come Babou, senegalese, parte per provare una nuova esperienza di vita dopo essere stato lasciato dalla fidanzata. Al di là della motivazione ufficiale ne esistono altre sotterranee che è difficoltoso portare in superficie, Maria: «Ovviamente è per migliorare le proprie condizioni di vita che si parte, ma ci sono anche ragioni più profonde che faccio fatica a spiegare».

Un’altra delle caratteristiche comuni è quella di avere un punto d’appoggio nel Paese d’arrivo che permetta di superare le prime difficoltà, soprattutto di tipo materiale (casa, lavoro, permessi di soggiorno). Il punto d’appoggio può essere un familiare, un amico o la comunità stessa dei connazionali. Questo comporta un impatto meno traumatico con il paese d’accoglienza, anche se ha come conseguenza una sorta di isolamento nella rete dei propri connazionali. In tutti gli immigrati c’è la tendenza a formare comunità in base alla loro nazionalità, ed una delle cose che Burgio sottolinea è il fatto che non emerga dalle interviste la contraddizione tra comunità e sfruttamento. La propria comunità è vista come baluardo dell’appartenenza e strumento di difesa dall’esterno, ma spesso è proprio all’interno della comunità stessa che si consumano abusi e sfruttamenti. Ovviamente esistono notevoli differenze tra comunità chiuse, come quella dei cinesi, e comunità più aperte, come quella dei senegalesi, ma è possibile riscontrare degli elementi comuni, come per esempio l’affermazione della rettitudine dei propri connazionali rispetto agli altri immigrati. A mancare è la consapevolezza di uno status di immigrato che sia universale, mentre emerge lostatus particolare di immigrato pakistano, immigrato albanese e via dicendo. Questo comporta che ai nostri occhi vi sia una quasi automatica divisione degli immigrati in buoni e cattivi in base alla nazionalità d’appartenenza. Quest’ultima considerazione è particolarmente valida per le persone provenienti dall’Est Europa. Pur essendo quelli più vicini a noi fenotipicamente e geograficamente, sono considerati anche quelli più pericolosi. Burgio fa risalire questa tendenza molto indietro nel tempo, all’epoca della divisione tra greci e barbari, quando «barbaro» era colui che non parlava il greco, che apparteneva ad una massa informe dominata da un tiranno. Il concetto di «barbaro» contiene in sé anche il concetto di «animale» («barbaro» è una parola onomatopeica che richiama all’uso di un linguaggio gutturale), di «infedele» e di «amorale».

Le difficoltà materiali incontrate dagli immigrati e rilevate nei colloqui sono di diverso tipo. Molto sentite sono le incombenze burocratiche, odissee incredibili nei meandri delle leggi italiane, avvertite come inadeguate e spesso incomprensibili. Chi come Adrian ha avuto un esperienza anche in un altro paese (Germania) sottolinea le differenze esistenti: «In Germania è tutto molto più organizzato e per certi versi più facile, qui non c’è ancora una cultura dell’accoglienza verso gli immigrati. Sia dal punto di vista dell’organizzazione burocratica sia da quello dell’organizzazione sociale l’Italia è molto indietro […] i tedeschi sono molto più freddi nei rapporti personali ma in un certo senso più disponibili ed attrezzati nei confronti dello straniero». Burgio a tal proposito rileva che organizzazione non significa affatto chiusura, al contrario spesso è proprio la disorganizzazione a generare violenza, come per esempio nel caso delle guerre coloniali italiane in Africa, le quali essendo appunto meno pianificate rispetto a quelle degli altri paesi, sfociavano spesso in atti di brutalità gratuita.

Quando si parla di lavoro ci sono infine delle evidenti resistenze da parte degli intervistati a parlare di abusi; Adrian però racconta: «Molti datori di lavoro mettono a disposizione dei lavoratori stranieri delle case (più spesso delle stanze) per le quali fanno pagare degli affitti esagerati detratti direttamente dallo stipendio. In questo modo lo straniero si trova doppiamente legato al lavoro che svolge, perché cambiarlo significherebbe anche perdere la casa e ritrovarsi sulla strada».
Non ci resterebbe che trarre delle conclusioni su quanto riportato finora. Ma crediamo che a questo punto ognuno possa farlo da solo.

Note

[1] Vd. Alberto Burgio, L’invenzione delle razze, Roma, Manifestolibri, 1998.

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