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ARGO N. 4_Raffaele Mirai Shonen Conan: «Narod»

Racconto. Colonna sonora: The sound of silence

KEYFRAMES, ovvero qualche coordinata
Per chi sia seriamente intenzionato a seguirmi tra queste righe: innanzitutto, materia e tempo non sono presenti, per cui le prime quattro dimensioni (x, y, z e s/t) sono inconsistenti, e da parte di chi legge vanno allontanate, cancellate e sentite come un ricordo lontanissimo. Il racconto infatti si configura come rappresentazione ambientata in un tempo remotissimo, ciononostante da me assimilato alla dimensione esistenziale contemporanea, in cui gli uomini sono di carne ed ossa e vivono nel mondo così come lo conosciamo, o pensiamo di conoscerlo.
La vita è qui formata di essenze – spiriti, anime? – che furono, come dicevo, umane e che vivono da tempi lontanissimi; tra queste essenze ormai non vi è (quasi) sperequazione, disparità cioè, basata sull’intelligenza cosciente, per cui l’unica differenza – o forse l’unica immediatamente percepibile – è data dalla memoria e dalla sua accumulazione, scambio e perdita.
Il fattore memoria risulta perciò qui fondamentale, dato che è anche l’unico mezzo per spostarsi, muoversi, posizionarsi: il medium è dato dallo spettro del visibile, cioè dalla gamma (infinita) di colori che l’uomo corporeo vedeva ad occhio nudo, utilizzata per trovarsi ovunque all’interno di un’infinita serie di non-luoghi.
O.K.!, ora che le categorie e le coordinate sono date, accomodatevi…

IL BLU
Al banco!
Ed era appunto là che si stava dirigendo, solo che per ben tre volte aveva già fallito.
Sì, è certo che se lo ricordava quel blu, solo che non riusciva a figurarselo veramente. Era lì, affiorava, poi nulla. Gli ultimi scambi, e più ancora di quelli le ultime acquisizioni lo stavano mettendo decisamente fuori pista. E quest’ultima perdita gli stava rendendo la vita estremamente difficile.
E che diamine! Se non poteva neppure recarsi al banco tanto valeva farla finita, perdersi completamente in questa sinfonia di blu, così simili tra loro da dilatare la percezione sul possibile. Se solo fosse nato compositore qualche tempo prima…
Ma sì! L’acqua che ribolle al distacco dell’iceberg… era sulla buona strada… l’accendino della donna delle pulizie… il cielo della scorsa eclissi!
Era al banco.

LA POSIZIONE
Formulò la richiesta per la porzione impegnata qualche tempo prima. Volendo richiamare la tonalità satura e ributtante dell’ultimo abisso, chiede la chiave di codice di una matrice immaginaria e scende così dolcemente in quel vecchio abisso di nazioni odi razze così fatato per la (sua?) mente da sogguardarlo con tenerezza, accarezzandone le ripe scoscese e le molli concavità. Per la prima volta non si diverte a ridisegnare, a stupirsi della sua maestria nella capacità di stupire. Segue i contorni, percepisce le distanze e l’ampiezza delle superfici, intuisce impercettibili mutamenti e adora sì adora questo inebriante accavallarsi di sensazioni. Incupito e inebriato si sposta barcollando, ubriaco e saturo (mai sazio) di questo suggere da una come da tante realtà contigue e distanti, sincretiche appena quanto basta per non cedere alla schizofrenia. Si sente come se, appoggiato sulla piuma d’un albatro, accarezzando sbuffi di nuvole venisse sballottato dalle raffiche di quota. Questo vorrebbe ricordare, da ogni luogo o impercettibile non-spazio inserirsi nel flusso indiavolato di questa risacca di sensazioni… effimere certo, è una delle prime regole che gli hanno insegnato, non è possibile cercare quella posizione e, nel caso, una volta entrati non si avrebbe nessuna mappatura o coordinate per uscirne…
E se questo giochicchiare col mondo, con i mondi, questo scivolare dolcemente per clivi valli e piani l’avesse nauseato? Queste sensazioni, come gli altri spettri del sensibile, potevano annoiarlo, anche angosciarlo per la mancanza di una via di fuga… un tenue fulgore cremisi si impadronì di lui: era a casa.

Forse gli sarebbe anche piaciuto, di tanto in tanto, avere qualche segno d’interpunzione in questo flusso continuo, in questo continuum di materia pensiero spazio idee, strabordamenti discontinui in un discontinuo presente.
… la memoria segnava la differenza tra le essenze, dall’istante in cui era stato raggiunto il punto di non ritorno…
l’immortalità aveva preso il sopravvento sull’effimero andamento per pause riflessi contraccolpi e reazioni ad azioni mai perfettamente maturate…
La risposta definitiva era stata l’immortalità, ma ora che il concetto di tempo perdeva importanza anche il ricordo dell’(istante?) precedente acquisiva una vacuità di eterna foglia per metà verde e per metà secca, come quando – ancora le stagioni non erano state declassate a mero spettacolino di varietà – l’estate stava per cedere il passo all’autunno, come in un balletto di galanterie, e sui viali delle città (se le ricordava ancora le città?) gli (ippocastani?) imbrunivano in toni ramati.

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