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ARGO N. 4_Valerio Cuccaroni: «La condizione dell'erranza per il poeta esule»

Gëzim Hajdari, vita e poetica di uno sradicato

Premessa
Abbiamo conosciuto Gëzim Hajdari a Bologna, il 28 aprile del 1998, durante una pausa o forse alla fine del Convegno Internazionale L’Europa dei poeti. Aveva appena letto alcune poesie… Questa è una storia lunga, quindi se non vi interessa… be’, saltate direttamente alle affermazioni virgolettate del poeta. Non vi preoccupate, non ci offendiamo…
Al momento di fare la sua conoscenza, con me c’era Maria Grazia Maiorino.[1]  Siccome non facciamo panegirici apologie e quant’altro di celebrativo abbia saputo generare la storiografia e la critica letteraria, racconterò innanzitutto chi è Gëzim rispetto a chi l’ha conosciuto.
Grazia era venuta da Ancona, con il treno, per assistere a quell’evento straordinario. Roboante e suggestivo, quant’altri mai. Da anni, e pensiamo per anni, non si vedeva, e pensiamo non si vedrà, nulla del genere, per lo meno a Bologna.[2]  Grazia era venuta assieme a Marinella, la sua amica del cuore.
Marinella, una delle tante insegnanti di italiano alle Scuole Medie Statali, una di quelle che insegnano italiano in provincia, con tanta passione e tanto ardore ma relegate dal fato nel deserto, aveva una marcia in più rispetto alle sue colleghe, ché seguiva la sua pazza amica scrittrice ovunque ci fosse una conferenza o una lettura di poesie. A quei tempi era tutta pimpante e vogliosa di fare la conoscenza di scrittori e critici da lei, fino a quel momento, sentiti soltanto nominare… Ma questa è un’altra storia.

Vita e poetica di uno sradicato
Gëzim aveva subito colpito tutti e tre, me e le mie due amiche-mamme, durante il suo intervento, e a tal punto da spingerci a vincere l’imbarazzo per fare la sua conoscenza. A colpirci erano state le sue affermazioni risentite verso l’«Europa delle banche e dei denari»;[3]  la sua forte consapevolezza della marginalità della poesia;[4]  la concezione profetica del poeta;[5]  oltre che le sue poesie, estremamente essenziali, scarnificate come il corpo del loro autore.[6] 
Insomma ci era sembrato di aver finalmente trovato un poeta che valeva la pena conoscere, al di là dei suoi versi. La sua estrema affabilità ci ha fatto stringere subito amicizia, e il suo e il nostro entusiasmo ci ha permesso di progettare e in seguito realizzare incontri e collaborazioni.
Gëzim Hajdari è un esule albanese, rifugiatosi in Italia nel 1992, dopo aver per anni denunciato, quale esponente politico e giornalista d’opposizione, crimini e abusi della vecchia nomenklatura e il regime di Berisha. Questa sua condizione di esule fa naturalmente venire in mente altre grandi figure di intellettuali esuli, da Ovidio a Dante, da Foscolo a Brodskij. E tale libera associazione non è immotivata, dato che anche egli, come i suoi illustri predecessori, è riuscito a sublimare attraverso l’arte la sua condizione di sradicamento e separazione, donandocene alcune intense espressioni, per noi indimenticabili…

Resterò io
(ombra di cane o erbamara)
tirando sassi contro il vento
nelle notti straniere

assediato dall’edera invadente
e dai brividi umidi
della stanza sgombra

immobile
come il nero delle montagne
frustato dalla pioggia

anche il mio corpo resterà
solo
con il tuo nome di carne
e di buio
nelle mani fredde
e con parole assurde sulle labbra.[7] 

Egli però a differenza per esempio del lamentoso Ovidio o dell’orgoglioso Dante, ha fatto suo lo status sociale, ma soprattutto spirituale, del migrante, rinunciando definitivamente alla patria d’origine, per farsi abitatore di «confine».
Per illustrare meglio come Gëzim intende la condizione dell’erranza sarà bene ricorrere direttamente alle sue parole.
In un’intervista,[8]  a proposito del tema della patria perduta, Gëzim afferma:

Non vivo nessun conflitto tra il mito della mia nazione e il mito d’Europa. Io sono, al tempo stesso, Albania e Europa. Accetto il mio nomadismo. I confini li perdo e li ritrovo, anzi distruggo i confini; sono distruttore di confini. A volte rivendicare i propri confini, le proprie bandiere, le proprie culture, le proprie radici, non sempre unisce […]. Gëzim è la mia identità e il mio corpo è la mia patria; anzi io creo ogni giorno una nuova patria in cui muoio e rinasco.  

Questa posizione nei confronti della propria esistenza di sradicato spinge Gëzim ad assumere tale condizione a principio di poetica, in una continua e produttiva confusione tra arte e vita:

Ogni poeta è un errante, appartiene ai mondi; è un uomo libero, uomo di confini. Appartiene a tutte le nazioni e a nessuna nazione. L’erranza è anche metafora del viaggio esistenziale verso l’ignoto […]. Accetto il mio nomadismo rinunciando al «genius loci». Abitare è un’erranza, un cammino e non un viaggio turistico. Nelle strade dei mondi io non porto che un sacco vuoto che riempio durante il viaggio […] In tibetano essere umano vuol dire «viandante» e per un arabo «abitatore» di tende. Non a caso i grandi poeti quali Rumi, Khayyam, Saadi, sono stati anche grandi viandanti.

Ma per lo scrittore migrante, anche quando abbia fatto sua la condizione dell’erranza, si pongono comunque alcuni problemi pratici, tra cui quello della lingua in cui scrivere. Gëzim da parte sua non ha dubbi:

Sento di far parte di coloro i quali contribuiscono attivamente alla mediterraneità. Attraverso la mia opera io insegno a tutti a essere stranieri e migranti. Scrivo in albanese e in italiano.

E pensa che la letteratura dei migranti in generale:

Porta sogni, immaginazione, vitalità e frescura. Perché la maggior parte della letteratura occidentale è gioco di parole, fredda e cerebrale. Oggi la letteratura viene costruita dai professori di cattedre [sic], dai professionisti, è un semplice esercizio. Attraverso la letteratura dei migranti l’Occidente conosce meglio se stesso. Essa è fecondatrice e annuncia, ancora una volta, l’alba di una nuova civiltà, basata sulla tolleranza, come virtù e molteplicità di pensieri e di verità. Perché la letteratura per me è anche vita, non solo sensazione e oscurità alchemica.

Queste parole suonano ancor più vere nell’attuale momento storico.
Tutti ormai siamo consapevoli di ciò che sta accadendo nel mondo: i forti flussi migratori verso l’Europa provenienti dai paesi meno sviluppati, in special modo, nel caso dell’Italia, da quelli appartenenti al bacino del Mediterraneo, si stanno intensificando sempre di più. Le guerre, le guerriglie, gli atti d’intolleranza, i kamikaze, le bombe, assassine e intelligenti, non sono altro che effetti collaterali di un fenomeno ben più esteso e radicato, quello della migrazione. Fenomeno che per altro è sempre esistito ed ha sempre determinato rivolgimenti: morte e distruzione, così come rinascita e fecondazione.
Anche la letteratura di migrazione rappresenta, in questo caso, un effetto collaterale. Ma al contrario delle guerre e degli altri fenomeni di violenza e di reazione, la letteratura rappresenta un pacifico luogo di incontro e di scontro, dove le differenze tra le economie, le religioni e le culture, dopo aver amorevolmente combattuto si fondono e si sciolgono in un abbraccio senza fine, costrette come sono a coesistere nello spazio letterario (sia esso la pagina, il libro, la biblioteca, fisica o digitale).
Dunque le ultime parole di Gëzim riportate dovrebbero farci riflettere ed eventualmente indurci ad un nuovo modo di pensare e di agire in letteratura, se non proprio nella vita quotidiana, pubblica e privata. Non è retorica. E se si ha paura dell’angoscia o di soffrire inutilmente per un mondo che va dove lo porta il soldo (altro che l’ideal Va dove ti porta il cuore!), ricordare quelle parole, e i versi che riporteremo più sotto. Ci servirà forse a non lasciarci andare e a continuare a combattere, a resistere, ciascuno nel nostro piccolo, ciascuno con il proprio piccolo apporto, senza mai perdere la speranza, sempre sapendo che c’è qualcuno che sta peggio di noi e che nonostante tutto continua a combattere (sempre e solo, da solo, contro i mulini angoscianti a vento):

Tu esisti di fronte all’inverno
come una ferita. Immobile forestiera
in uno spazio imperfetto, mai ospitale
aspettando che il silenzio uniforme
della sabbia
ti parli del segreto. Non ti stordire
dei fiumi vaganti e dei nuovi alberi
che prima non c’erano. Dintorno
continuerà la caducità delle cose
la scomparsa dei poeti che legano
il cielo con la terra.
È detto che moriremo nelle terre opposte.
I miei anni: fuga nell’ignoto e
risvegli spaventati nelle notti.

Il nostro compito era quello di dare voce a chi non aveva avuto la possibilità, se non attraverso i suoi versi, di dire a chi vorrà ascoltarlo ciò che pensa dello sradicamento, della letteratura e in particolare della letteratura di migrazione (grande risorsa e non genere minore come qualcuno vorrebbe farla apparire)…

Note

[1] Scrittrice nota ai lettori di Argo: è presente un suo articolo (Chiedetelo ai fiori) con una breve nota bio-blibliografia nel secondo territorio. Nel presente, vd. «E io zitto zitto m’imbarco».


[2] La sua realizzazione era stata possibile infatti per l’interessamento congiunto dell’Università e del Centro di Poesia Contemporanea di Bologna, a quel tempo diretto da Davide Rondoni. Forse non molti di voi conosceranno le Mirabolanti Disavventure del Centro di Poesia Contemporanea, ma vi basti sapere (tutta la storia è stata pubblicata su Cronoca Locale, ed. Repubblica e Resto del Carlino, giugno 2000, fate un salto in Emeroteca, vale la pena) che oggi Rondoni non è più il direttore del Centro e che come è usanza della città di Bologna il bene comune (servizi funzionanti, occasioni di lavoro, eventi straordinari e decisivi, ecc.) è stato sacrificato in nome di mere schermaglie politiche. L’Europa dei poeti è stato dunque solo il canonico fumo di paglia, o meglio il fumo di un canonico calumet della pace.


[3] Insolite com’erano in sedi ultra-sedate (oltre che ultra-sessantenni) come quella.


[4] In margine a un drappello di Poeti, vogliosi di essere, al contrario, anche solo per un attimo, al centro della scena


[5] Tra nichilisti e mezzo-fondisti del verso.


[6] Non ci ha sorpreso scoprirle premiate col Montale Inediti 1997, tanto apparivano sentite e curate.


[7] Da Corpo presente, Tirana, Dritëro, 1999, trad. dall’albanese dell’autore, testo a fronte: Do të mbes unë / (hije qeni o barihidhur) / duke qëlluar me gurë kundër erës / netëve të huaja // rrethaur nga dredhka pushtuese / e lagështira rrëqethese / e dhomës së zbrazur // i palëvizshëm / si e zeza e maleve / rrahur nga shiu // dhe trupi im do të mbes / i vetëm / me emrin tënd prej mishi / dhe errësire / në duart e ftohta / e me fjalë absurde në buzë.


[8] Al momento della stesura di questo articolo, l’intervista risultava di prossima pubblicazione, e di essa ci era stato gentilmente concesso di riprodurre qualche stralcio dal professor Bettini dell’Università La Sapienza di Roma. Filippo Bettini, docente di Teoria della Letteratura, è presidente dell’Associazione culturale Allegorein, la quale, assieme all’Università di Roma, a quella di Malta e ad altre istituzioni nazionali e internazionali, si è fatta promotrice di un «Centro permanente di promozione e di sviluppo dell’arte, della cultura e della scienza di tutti i paesi del Mediterraneo», di cui lo stesso Bettini è responsabile. Il Centro si sta costituendo nella città di Malta, ma è già stato battezzato nel novembre del 2000, proprio a Malta, in occasione dell’inaugurazione del Premio Letterario Intercontinentale del Mediterraneo, sua prima iniziativa ufficiale. Esso si inquadra in una politica culturale perseguita, dal professor Bettini e dalla sua Associazione, in campo europeo ed internazionale. Su questa linea sono già stati raggiunti alcuni traguardi importanti, come la costituzione di una sezione «Riconoscimento speciale ad un autore straniero» all’interno dell’ormai affermato «Premio Feronia-città di Fiano»; l’organizzazione del «Premio Tivoli Europa Giovani» giunto quest’anno alla sua quarta edizione e le due manifestazioni poetiche internazionali svoltesi nel 1997 e nel 1999 nella piazza del Campidoglio. Il Premio Letterario Intercontinentale del Mediterraneo si inquadra dunque in un ampio disegno strategico per la costruzione progressiva di un’«Europa Mediterranea» (contemporaneamente europea, asiatica e africana).

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