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ARGO N. 5_Alberto Grossi: «Che buon diavolo era Tobia»

Che buon diavolo era Tobia. Veniva a trovarmi ogni giorno, dieci minuti prima che finissi il mio turno di lavoro; cercava un angolo di muro per sedersi, la schiena dritta su una di quelle fredde colonne della stazione, e rimaneva lì, senza dire una parola, fissandomi con quei suoi due occhi testardi. Ogni giorno. Da quasi vent’anni. Qualche volta tirava fuori dalla tasca del giaccone una pallina di stagnola, accartocciata male, la faceva rotolare fino ai piedi, poi la riprendeva; dopo poco con la sinistra se la rimetteva nella tasca destra e aspettava. Aspettava muto, come un bambino in punizione. Quando chiudevo l’ultimo vagone che avevo finito di ripulire si alzava di scatto, come risvegliato da un sogno tormentoso, e mi si faceva vicino, la testa bassa, quasi colpevole. Sapeva che appena mi fossi levata quella tuta sudicia e avessi gettati i guanti di gomma gli avrei preso qualcosa al bar di Gianni e magari, se fossi stato di buon umore, gli avrei anche lasciato qualche moneta prima di tornare a casa. Non pretendeva niente Tobia, non era di quelli che ti prendono per il braccio con aria miserevole, costruendosi una faccia lamentosa e questuante maledicendoti tra i denti stretti; non parlava quasi con nessuno Tobia ed era amico di tutti; non si preoccupava mai di nulla e da che era nato, o bene o male, era sempre riuscito a mettere insieme il pranzo con la cena. Forse era felice così, felice del suo niente e senza dover rendere conto a nessuno della sua vita. C’era chi lo invidiava Tobia e per molti era una bestemmia. 

Un bel giorno (dico «bel giorno» non per sottolineare una reale qualità di quella giornata, che a dire il vero fu disastrosa, ma soltanto per non contravvenire a quell’inveterata abitudine che ci fa esprimere attraverso luoghi comuni, anche quando questi risultino del tutto inopportuni) lo vidi arrivare prima del solito, le mani inquiete, scrollandosi di dosso la polvere con la cura di chi, ad un appuntamento importante, volesse ben figurare. Si sedette e non disse nulla. Le sue sopracciglia folte e complicate gli donavano un aspetto insieme severo ed indulgente. Terminai in fretta di lucidare l’ultimo cesso di quel treno che di lì a poco sarebbe ripartito per chissà dove e lo accompagnai da Gianni. Un cielo di petrolio sembrava colare sulle ali goffe e appesantite di qualche piccione che abbozzava piccoli voli incerti attraverso un’aria inverosimile. Girando distrattamente lo zucchero nella mia tazzina di caffè notai un titolo sul giornale aperto sopra il tavolino: «Licenziato, si getta sotto a un treno». Lessi l’articolo che parlava di un uomo al quale, dopo più di trent’anni di servizio in azienda, era stato dato il benservito senza apparenti motivazioni, salvo che bisognava ridurre i costi se si voleva esser competitivi e che ci si vedeva costretti ad un taglio del personale per far fronte alle innumerevoli spese cui l’azienda era sottoposta. Così, vittima di una pura legge di mercato, quel tale, una volta saltato il suo posto di lavoro, aveva preferito farsi saltare anche la testa, tagliata dalle rotaie di una stazione. Richiusi il giornale, quasi a voler nascondere quella tragedia scellerata, e trangugiai il mio caffè al quale, oltre all’abituale pessimo sapore, si era aggiunto il fatto di essersi ormai gelato. Rimasi profondamente turbato da quella notizia che mi aveva lasciato un senso di inquietudine, come quando al mattino non si ricorda l’incubo patito durante la notte, ma ne si conserva l’affanno.
– Perché si nasce, se è così che si finisce? – pensai – Ognuno, d’altronde, avrebbe almeno una buona ragione per suicidarsi. Sentii crescere dentro di me un misto di tristezza e rabbia. Tornando a casa, volli fare lo sforzo di non pensarci. Lasciai le scarpe fuori dalla stanza e sprofondai nel divano; in tivù solo sorrisi vuoti e parole stanche; mi sporsi verso il tavolino e scelsi macchinalmente la posta del giorno, abilmente mischiata da Luisa a qualche rivista che impigriva lì da mesi; tra pubblicità, volantini e un paio di bollette da pagare, spuntava una busta bianca, sottile; l’intestazione portava il nome della mia azienda. Restai per qualche minuto immobile, tenendo la busta chiusa tra le mani, come una reliquia che non debba esser profanata; mi distolsi all’improvviso e la aprii goffamente, quasi senza pensarci; all’interno un foglio, bianco, e parole stampate che lessi una sola volta: «Egregio signor… causa innumerevoli spese… per ridurre i costi… le comunichiamo che…». Rimisi con cura il foglio nella busta e la busta tra le riviste. Socchiusi gli occhi e vidi la testa di quell’uomo, il sangue, immaginai la sua vita confondersi con la mia. Dopo anni passati a raccogliere sporcizia, vomito, siringhe e Dio solo sa cos’altro, con le mani mortificate dagli acidi usati per lustrare i pavimenti, avrei dovuto inventarmi un’altra maniera di vivere. Che cosa avrei detto a Luisa? E alle bambine? Due rivoli di lacrime scesero, tiepidi, a incorniciarmi il viso. Non è giusto – dissi piano – non è giusto…
Per qualche istante non pensai a nulla: poi di colpo mi ricordai di una manifestazione promossa da un movimento anti-globalizzazione, che si sarebbe svolta in piazza, di lì a qualche giorno. Non ci sarei mai andato io, figurarsi! Mettermi a fare il contestatore a quarantasei anni suonati! E poi della globalizzazione avevo solo poche idee e confuse, del tipo: «i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi», oppure «chi non è in grado di contribuire né al consumo, né alla produzione è tagliato fuori». Adesso però, adesso tutto era diverso; sentii che non avrei avuto niente da perdere, che forse sarebbe stato giusto andarci. Incontrai gli altri, ci organizzammo. Ricevetti degli ordini e li eseguii con puntualità. Alla manifestazione c’era uno striscione: «Non chiediamo qualcosa per noi stessi, ma giustizia per tutti!»; mi vergognai a leggerlo, pensando che se non avessi ricevuto quella lettera non sarei mai stato lì, mai avrei rischiato il mio posto per gli altri. Si sentivano grida là in mezzo, indistinte; qualcuno ruppe delle vetrine, si disse anche che fossero esplosi dei pacchi bomba, ma lontano dalla manifestazione; decine, centinaia di poliziotti si facevano avanti, plotoni affiancati, randellando a caso nella folla; noi altrettanto. Nella confusione notai un’asta di metallo a terra, un po’ammaccata alle estremità; vidi le mie mani raccoglierla e lanciarla contro la polizia. Senza motivo. Qualcuno fu arrestato, qualcuno fu ferito; io mi divincolai a fatica e scappai, senza giacca e forse anche senza quella giustizia che pretendevo di affermare. All’angolo di una strada, semideserta e sporca come lo sono le strade dopo il passaggio di una guerra, riconobbi Tobia accoccolato sopra un gradino con la sua pesante dolcezza. Tobia – chiesi con sorpresa – cosa fai tutto solo?
Alzò gli occhi verso di me ed ogni angolo della sua faccia sorrise; poi si coprì il volto con un qualcosa di insanguinato che non si distingueva più nella sua mano destra. Con l’altra mano tirò fuori dalla tasca del giaccone la pallina di stagnola e la fece rotolare fino ai piedi…
         

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