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ARGO n. 5_Alberto Grossi: «La lunga fedeltà al vero»

Breve profilo di Émile Zola

L’anno di grazia è il 1877: monsieur Émile Zola ha appena pubblicato L’assommoir, studio fisiologico e sociale sugli effetti dell’alcolismo; il successo è devastante e gli concede tutto quello che ha sempre ostinatamente cercato; fin dagli inizi bohémienne, fin dal suo impiego come fattorino alla casa editrice Hachette e fin dal suo primo libro, quei Contes à Ninon di gusto ancora così indolentemente romantico.
A quasi quarant’anni Zola è uno scrittore maturo, affermato; è il più letto di Francia: più di Hugo, più di Flaubert; è ricco. Diventa proprietario di una casa a Médan, un piccolo villaggio sulle rive della Senna, lontano dal frastuono parigino quanto basta a lasciargli comporre in tranquillità i suoi affreschi sociali. È naturale che si formi un gruppo di ammiratori e discepoli che condividono idee e procedimenti letterari; sono cinque i giovani scrittori che, più degli altri, si incontrano assiduamente nella casa: Maupassant, Huysmans, Alexis, Céard, Hennique, dai quali l’umile Zola ama informalmente farsi chiamare «maître de Médan». Così tra gingilli giapponesi e chincaglierie settecentesche si sviluppa un vivace e fecondo salotto letterario che porterà alla pubblicazione, nel 1880, de Le soirées de Médan. È un’antologia di sei racconti concepita con un duplice intento: quello di condanna della guerra in tutte le forme ed in tutti gli aspetti in cui si era fino ad allora manifestata e quello di manifesto di un nuovo modo di concepire e produrre letteratura, il modo della «école naturaliste».
Tuttavia conferisce a Zola, più o meno indirettamente, il titolo di caposcuola del Naturalismo e lo pone come uno dei personaggi più discussi dell’epoca. Nella Parigi del puritanesimo di facciata e del falso moralismo diffuso, dove ancora il gusto accademico monopolizza la cultura ufficiale, è il suo essere sempre «contro» a renderlo inviso a tanta parte della critica francese. Si pensi ai feroci attacchi di immoralità e di offesa del comune senso del pudore che gli piovvero addosso dopo la pubblicazione di Thérèse Raquin, il suo primo grande romanzo; attacchi ai quali rispose prontamente nella prefazione alla seconda edizione, paragonandosi ad un pittore che, dipingendo un nudo senza provare desiderio, ma con l’attento occhio di un analista, rimanga stupito di fronte alle accuse scandalizzate dei critici che muovono vuote obiezioni senza aver capito il senso profondo dell’opera.
È difficile non pensare a Manet ed alla sua Déjeuner sur l’herbe, esposta nel 1863 al Salon des Refusés e giudicata immorale e provocatoria. Nessuno capì l’innocente volgarità, l’ingenua sfacciataggine di quella figura, tanto antiaccademica quanto maledettamente e meravigliosamente reale; come nessuno capì le intenzioni di Zola: non mostrare le nefandezze per un puro piacere morboso, ma per rappresentare il vero. Se la vita è sordida che si mostri il sordido. Già Hegel aveva individuato nel romanzo il genere letterario più adatto a rappresentare la modernità poiché rappresenta la «prosa della vita reale»; il poema epico rappresentava una vita ideale, mentre il romanzo mostra ogni tetraggine della realtà. Non sono i prodromi del «facciamo il brutto in letteratura» di Marinetti, ma piuttosto le conseguenze di quanto già sperimentato da Baudelaire, nel suo bisogno di vedere la realtà direttamente, anche negli aspetti più crudi, senza sublimazioni. L’aria che respira Zola è quella del Positivismo e del Determinismo; legge Sainte-Beuve, Lamartine, i saggi di filosofia dell’arte di Taine. Si convince che il romanziere deve indagare la realtà come uno scienziato e che anche nella vita sociale esistono rapporti di causa ed effetto. All’«ars gratia artis» dei conservatori oppone la litérature come «oeuvre de verité». È attirato dalle teorie di Darwin ma è soprattutto dopo la lettura dell’Introduction à l’étude de la médecine expérimentale di Claude Bernard che concepisce un grande progetto letterario che si basasse sulla teoria dell’ereditarietà dei caratteri: sul modello dell’interminabile (ed interminata)Comédie Humaine di Balzac nasce il ciclo dei Rougon-Macquart, che comprenderà venti romanzi: il primo dei quali compare nel 1871, esattamente un anno dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan e la disfatta del Secondo Impero sotto i colpi dell’artiglieria prussiana. Ed è proprio per disegnare l’età del Secondo Impero che Zola realizza il suo progetto, per analizzare quel periodo, detto «della follia e della vergogna» in cui la corruzione fa da impalcatura ad un falso progresso. Quella che Zola rappresenta è la bestialità umana; sono ancora le maschere dei gironi infernali descritte nel prologo de La ragazza dagli occhi d’oro nell’inesausta ricerca di «or» e «plaisir» che ritornano nelle pagine di Zola; meno, forse, quella fantasia visionaria propria di Balzac, per cui Oscar Wilde ebbe a dire che «la differenza fra L’assommoir e le Illusions perdues è la stessa che corre fra un realismo infecondo ed una realtà creativa». Vero è che l’opera di Zola, pur nell’ottica scientifica del Naturalismo, mantiene forte il suo carattere di critica nei confronti del governo imperialista di Luigi Napoleone. Viene accusato di socialismo e di denigramento dei poveri, mentre continua a rifiutare la qualifica di propagandista e di sobillatore. Nel 1894 la Francia e l’Europa sono stravolte da un caso internazionale: l’ufficiale ebreo Dreyfus viene accusato, senza alcuna prova, di alto tradimento; l’opinione pubblica si divide in due e Zola (c’era da attenderselo?) si schiera subito tra gli innocentisti. Pubblica una lettera, indirizzata ai giovani, sul valore della giustizia e, il 13 gennaio 1898, sulle pagine dell’«Aurore», rivolge al presidente della Repubblica Felix Faure il celebre pamphlet «J’accuse!». Non c’è frattura tra prassi artistica e condotta civile. L’atto di coraggio gli vale un periodo difficile in cui è costretto a riparare in Inghilterra.
Tornerà in Francia e morirà nel 1902, ufficialmente per asfissia polmonare dovuta alle esalazioni del suo camino. In realtà la morte di Zola fu più tardi rivendicata da un gruppo di estrema destra, che male aveva digerito le sue posizioni in merito all’«Affaire Dreyfus». in ogni caso già qualcuno aveva cominciato a battere quella strada che di lì a poco avrebbe portato agli scandali del nazismo, un altro periodo della follia e della vergogna.
Nella storia sociale non ci sono che cause ed effetti…

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