Press "Enter" to skip to content

ARGO N. 5_Chiara Frezzotti: «Giovani impegnati»

Abbiamo intervistato tre ragazzi che operano a Bologna all’interno di associazioni, locali o nazionali, impegnate culturalmente per il Terzo Mondo.

Germana fa parte del CTM, il Consorzio Italiano che raggruppa tutte le «Botteghe del Mondo» presenti sul territorio nazionale. Le Botteghe del Mondo promuovono la vendita di prodotti provenienti dal commercio equo-solidale. Ogni oggetto commercializzato, alimentare o artigianale che sia, proviene dalle zone del Sud del mondo, zone dell’Africa, dell’Asia, del Sud America. Dietro ciascuno di essi c’è un progetto basato su dei prefinanziamenti, che servono ad attivare cooperative di produzione, oppure prendendo contatto con quelle già esistenti. Gli oggetti, escluso circa un terzo di quelli venduti nel negozio che provengono dalla Cooperazione Sociale, sono tipici della cultura del luogo di produzione e sono realizzati con materiali provenienti anch’essi da quelle zone.
I criteri utilizzati dal CTM per attuare la produzione locale dei manufatti sono diversi: a volte si assiste persino a veri e propri scambi: si organizzano viaggi per i produttori del Sud verso le nostre zone produttive al fine di aiutarli a crescere possibilmente però senza assumere il modello occidentale. In quest’ottica viene proposto uno scambio culturale che non è univoco ma che si propone anche di far conoscere qui altri canoni ed altri sistemi.
L’intento dell’Associazione è quello di non essere funzionali al sistema creando qualcosa che nasca direttamente dalle popolazioni interessate e che escluda ogni forma di mero assistenzialismo; in zona si organizza il lavoro secondo la capacità di produzione individuale (quanti pezzi sei in grado di produrre?) e le necessità salariali del nucleo familiare (quanto serve per mantenere la tua famiglia?). Successivamente il prodotto aumenta il suo prezzo rispetto alle spese di produzione con l’aggiunta di tasse, spese di magazzino e di trasporto e ricarico del 25% per la commercializzazione nelle botteghe. A volte il prodotto viene smerciato su altri canali, tipo supermercati: in questo caso si dà la possibilità di aumentare il ricarico fino al 30%.
Su molti prodotti i fornitori applicano il «prezzo trasparente», ossia l’indicazione per esteso delle spese e delle tassazioni che il prodotto implica; esemplificando:
Una borsa in materiali vegetali naturali prodotta dai Tibetani rifugiati in India:

-) Prezzo pagato al lavoratore £ 10200
-) Roba dell’altro Mondo (Fornitore) £ 11200
-) Ex Aequo £ 17000
-) Trasporto Internazionale £ 4080
-) Tasse (IVA 20%) £ 8500
TOTALE £ 50980

Possiamo trovare anche prodotti alimentari biologici a prezzi ormai concorrenziali con l’aggiunta di informazioni opzionali che il supermercato non è in grado di offrire.
Come struttura locale la Bottega viene aperta avendo alle spalle un’associazione o una cooperativa; i fornitori sono più di uno, fra di assi si annoverano CTM, il Commercio Alternativo di Ferrara, Roba dell’altro mondo (per quanto riguarda il tessile), RAM (tessili e viaggi, per la diffusione di un commercio responsabile).
Il realismo del commercio equo è dato dalle sue stesse contraddizioni e dalle difficoltà che si incontrano; ci si cerca di muovere fra gli ostacoli contro i quali capita che l’utopia debba scontrarsi: attualmente il progetto funziona e questo momento favorevole va sfruttato. L’intento è quello di non vendersi ed informare sempre del valore del prodotto commercializzato: l’impegno si basa sui singoli che non devono limitarsi alla vendita sterile.

Valentina Giorgio collaborava lo scorso anno ad un progetto gestito dal Polo Interetnico, appoggiato dal Comune di Bologna, per l’organizzazione del dopo-scuola in Istituti che lo richiedevano appositamente per la presenza di problematiche particolari nel loro interno. L’azione si svolgeva in scuole elementari e medie inferiori.
Il progetto era strutturato su due livelli: quello del volontariato e quello del lavoro salariato; a quest’ultimo gruppo appartenevano soprattutto educatori che si occupavano del problema linguistico di bambini extracomunitari non ancora sufficientemente italianizzati.
L’attività a cui Valentina ha partecipato si svolgeva il sabato mattina in una scuola elementare; il gruppo assistito era estremamente eterogeneo e il compito dei volontari, e delle due figure di riferimento, veniva suddiviso in due parti: la prima di tipo puramente didattico per l’assistenza ai compiti, il secondo di gioco finalizzato alla socializzazione. Il secondo momento veniva attuato grazie all’attivazione di laboratori ed attività ricreative che valorizzassero la differenza come forma di ricchezza. Nelle scuole medie, dice Valentina, erano attivati laboratori linguistici di due livelli, L1 ed L2, che tentavano di sopperire alle difficoltà di comunicazione fra i ragazzi.
Quest’anno il progetto non è stato attivato in quanto, benché il gruppo si sia costituito come associazione, come richiesto dal nuovo bando comunale, il Comune stesso ha cambiato i criteri per l’attribuzione dei fondi destinati a tali iniziative. Per quanto si possa parlare di una carenza oggettiva di disponibilità finanziarie, non si può negare che l’amministrazione abbia creato delle difficoltà burocratiche per la partecipazione alla gara d’appalto (obbligo di istituirsi come associazione, organizzare la struttura interna, ecc.); gara d’appalto che è stata poi vinta da chi proponeva progetti meno costosi, al di là della validità sociale.
L’Associazione, adesso, ha la possibilità di gestire una scuola superiore e gli ultimi anni delle medie inferiori all’interno di un progetto nazionale, ma senza l’apporto dell’attività volontaria.
Le motivazioni che hanno spinto Valentina a partecipare a quest’iniziativa sono estremamente personali: sentiva il bisogno di doversi muovere, di agire nei confronti di una realtà multietnica nella speranza che il suo intervento potesse servire, anche parzialmente, a migliorare il vivere associato. A ciò si assomma la conoscenza e l’arricchimento personale che questa esperienza le ha dato.
Dice che l’idea di base si è concretizzata e si presentava come sempre più concretizzabile finché il gruppo svolgeva la sua attività e quindi attuava qualcosa di reale. Il fatto che il progetto non sia più stato praticabile fa ben comprendere quanto un riassestamento nella gestione comunale possa eliminare l’attività concreta e lasciare eventualmente solo l’idea utopica. L’attività muoveva qualcosa, costituiva un agire concreto, sebbene Valentina non possa dire con certezza quanto grandi siano stati gli effetti trattandosi di una realtà dimensionalmente limitata. Ora comunque anche questo minuscolo movimento è cessato.

Luca Basile appartiene ad Amici dei Popoli, un’associazione non governativa di ispirazione cristiana aperta comunque ai contributi di qualsiasi credo religioso nel rispetto reciproco. L’Associazione si basa sul volontariato e porta avanti un progetto di educazione allo sviluppo e di cooperazione internazionale. Le cooperative internazionali che Amici dei Popoli gestisce lavorano con i ragazzi di strada ed attraverso interventi di micro-credito per la realizzazione di progetti all’interno di realtà associative. Le attività sono presenti in Ruanda, in una regione popolata da profughi rientrati; nella zona dei grandi laghi; in Congo, Burundi, Santo Domingo, Uruguay, Argentina, Vietnam. L’Associazione ha alla base un’idea di sviluppo, di cooperazione che porti ad una realtà autonoma in quei paesi: Amici dei Popoli non si rende mai protagonista dell’aspetto educativo; i pedagogisti provengono dal luogo e il ruolo dell’Associazione è limitato alla loro formazione e alla coordinazione. Il progetto di scambio è basato su proposte autonome al fine di non imporre il nostro modello culturale.
Tale progetto di formazione si appoggia alla realtà delle missioni; ogni comunità di ragazzi di strada è unica: sono gruppi estremamente eterogenei fra loro quindi le metodologie non sono generalizzabili. L’Associazione si prefigge il compito di proporre, non di imporre, attraverso fasi graduali, al culmine delle quali dovrebbe esserci l’istruzione professionale e il successivo inserimento nella realtà lavorativa. Le proposte di formazione variano da luogo a luogo in base alla vicinanza e alle possibilità reali di usufruire dei mezzi necessari: corsi di computer come nel Vietnam, corsi di carpenteria e in generale corsi per la creazione di un’attività produttiva.
Il progetto di microcredito consiste in finanziamenti minimi ad associazioni, già esistenti sul territorio, che vogliono iniziare una propria attività; la restituzione di questi piccoli capitali (intorno alle 300/400 mila lire) avviene in maniera dilazionata. Vengono promosse anche associazioni di etnia mista, soprattutto per quanto riguarda la realtà ruandese; ma sono le associazioni femminili che sembrano essere maggiormente funzionanti.
L’associazione accanto ad i progetti di sviluppo propone dell’esperienze di un mese gli interventi non sono standardizzati: si passa dal gioco con i bambini, a interventi di formazione umana come può essere un laboratorio di musica e di poesia,. L’intento di base è di accorciare le distanze fra il mondo occidentale e il terzo mondo, di sensibilizzare direttamente sul territorio interessato le popolazioni e di rendere noi e loro consapevoli della ricchezza del proprio paese. Una volta rientrati in Italia, l’attività trova un suo momento particolare nelle scuole dove si tenta di comprendere e comunicare, attraverso il gioco, il racconto delle esperienze, specifiche secondo il grado di istruzione, le cause del sottosviluppo. Le motivazioni di Luca sono di tipo sia personale che ideali: egli crede che l’idea di aiutare altri a rinnovarsi renda le persone in grado di esprimere le proprie capacità. L’idea di giustizia, unita alla curiosità e all’interesse, è stata la sua spinta iniziale: egli crede sia necessario condividere le difficoltà di queste popolazioni per apprendere comprenderle e farli sentire meno soli. Fra gli intenti dell’Associazione si annovera il fatto di far capire, anche al mondo occidentale, che la povertà non è un fattore puramente economico; inoltre, sottolineiamo che Amici dei Popoli punta soprattutto alla formazione poiché, lavorando in zone di guerra, l’unica cosa che può essere mantenuta, qualsiasi sia il corso degli eventi, è la spinta all’auto-determinazione e non la struttura. Luca fa notare che negli scambi sono gli italiani quelli che vengono maggiormente arricchiti dall’esperienza.
Ciò che conta, per l’Associazione, è il vero e proprio intervento sulle persone: su di loro è possibile verificare direttamente il risultato del progetto proposto; così si stabilisce quali sono i problemi, dando loro un nome concreto, un nome di persona che esiste realmente. In quest’ottica è quindi difficile riuscire a pensare a qualcosa di utopico: forse la speranza di un mondo giusto, nella sua realizzazione globale, è un’utopia ma essa resta comunque il fine a cui tendere.
Il lavoro svolto dall’Associazione può essere una svolta totale per la vita delle persone implicate, una rivoluzione; tuttavia l’intento non è quello di attuare una vera e propria rivoluzione politica nel luogo: non sarebbe un nostro diritto, quello che è necessario è fornire loro, eventualmente, gli strumenti. «Rivoluzionario è costruire la comunità, rovesciare l’individualismo a cui siamo portati»: per l’Associazione il volontariato non è altro che attivarsi per costruire delle relazioni e non soltanto cercare di dare un senso alla propria vita e a quella altrui; è una forma rivoluzionaria di lavoro poiché costruisce relazioni e socialità partendo dal basso, attraverso le associazioni cooperative che possono aiutare a cambiare il sistema, o meglio, questo sistema ponendosi come obiettivo la costruzione di un modo di socializzazione e di produzione diverso da quello attuale.

         

Condividi