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ARGO N. 5_Daniela Shalom Vagata: «L'impegno della poesia» Intervista a Gianni D'Elia»

Intervista a Gianni D’Elia

E siano i versi

attenti al comune, alla prosa,
che servi. E all’arso
cicalio delle stampanti, poi che canto
è forza di memoria e sentimento.

(Gianni D’Elia, Altre Istruzioni, in Congedo della vecchia Olivetti)

Mi piace iniziare a raccontare così, con alcuni versi di una poesia stampata sulla copertina di Congedo della vecchia Olivetti,[1]  l’incontro con Gianni D’Elia, poeta e scrittore impegnato, avvenuto in un assolato e freddo pomeriggio di fine febbraio. Sempre con un paio dei suoi versi: “Ed è al bancone d’un bar, sorseggia, pallido / accennando un saluto, il suo caffè”,[2]  descrivere quest’uomo pensieroso, dal volto rugoso e dai capelli incanutiti, dagli occhi vividi e mobili come quelli di un bambino, in compagnia di noi ansiosi di parlargli, in una celebre osteria di Bologna.

Cosa significa impegno della poesia?

Vorrei rispondere alla domanda citando due poeti a me cari, Giovanni Pascoli e Umberto Saba. In un certo senso riassumendo il credo di Pascoli, il poeta non deve fare altro che «guardare ed ascoltare»; in definitiva prestare attenzione. Saba, invece, scriveva in alcuni dei suoi versi più celebri e più belli: «non resta ai poeti altro / che da fare la poesia onesta». Bisogna partire dalla propria biografia, dal sé, dal privato, per saper guardare le cose. È una sorta di attenzione al mondo ed alla realtà, come una preghiera laica, ripetuta al risveglio, la semenza della lirica di Saba e di Pascoli, ed in un certo senso anche della mia. Un piccolo evento, uno shock baudelairiano, delle schegge di esperienza formano ed elaborano il mio pensiero in maniera profonda. Mai prescindo dalla realtà, dalle sensazioni e dalle emozioni del mio vivere, che ritornano come frammenti di vita nella mia mente e che profondamente la insidiano e incidono. Non sono io uno di quei poeti del pensiero razionale, che di fronte alla scrivania meditano sull’ennesima lirica da scrivere. Vedo il sentire ed il pensare come un inscindibile ed intenso abbraccio tra amanti.

Quindi per lei impegno della poesia è una stretta aderenza alla realtà…

Certo, e non solo. L’impegno della poesia è soprattutto azione, come ci ha fatto capire Pasolini; ma andiamo per piccoli passi. Da quanto ho detto finora si evince che la res è ciò che guida i miei versi. In un certo senso dichiaro guerra allo statuto novecentesco della poesia post-simbolista, alla poesia in cui soltanto la parola, con il suo alone di significati sottili, nebbiolina fitta di suggestioni, è protagonista. Vedrei bene sul portone di ogni casa scolpite queste parole di Pasolini: «non parlar la parola ma la cosa», che significa che ogni poesia è lingua scritta della realtà, non della parola stessa, come in un rincorrersi vacuo e interminabile. Concepisco la poesia similmente al cinema, come esperienza filosofica che investe lo statuto della realtà, che oltrepassa dunque le poetiche linguistiche. Cos’è la poesia? dico io. Una semplice e pura essenza translinguistica. Un’azione depositata in un sistema di simboli che, come veicolo, ritorna al destinatario sotto forma di azione, non essendo quei simboli che dei campanelli di Pavlov. Il linguaggio è insomma un riflesso condizionato della vita. Ed eccomi arrivato al punto focale del mio discorso, al quale avevo accennato in precedenza: il linguaggio si traduce in azione.

In che senso? Vada avanti, la prego.

Nel senso che la poesia risveglia in noi un’azione morale, fisica, psicologica, ideologica.
Ascoltate questi versi: «Tutto si muove lietamente come / tutto fosse d’esistere felice». È un distico arioso di Saba, che descrive il movimento; sentite come rende bene l’idea, come sia impregnato di fisicità. Ed ascoltate ora questo: «Dove son merci ed uomini il detrito». Sembra quasi un’evocazione del capitalismo, ma è soltanto uno sguardo sul porto di Trieste. Eppure lo sguardo di Saba s’allarga a dismisura, e diventa lo sguardo di ognuno di noi. Da una dimensione personale, siamo passati ad una collettiva, il qui e ora dell’occhiata fugace di Saba alla sua città contiene il prima ed il dopo dell’attimo presente. Questo si chiama impegno della poesia.

Si intravede dunque nella sua poesia uno scontro con le tendenze della lirica italiana di oggi, che sono votate per lo più alla deformazione del reale ed all’azione sul linguaggio. Lei è dunque soggetto a delle critiche. Come risponde? In quali difficoltà si è imbattuto?

Inizio a rispondere con il ribadire che non sono l’unico poeta della res in Italia. Cito a questo proposito Franco Loi, Giorgio Caproni, nonché i poeti dialettali, come Franco Scataglini e Raffaello Baldini, che proprio per l’uso del dialetto, sono più attenti al reale. Per tutti loro, come per me, è la parola che accoglie e custodisce la res. La mia strada alla poesia è stata aperta da Roberto Roversi, che mi ha scoperto ed aiutato durante il mio esordio, e al quale devo molto. In seguito Pietro Ingrao ha svolto un’analisi politica e poetica dei miei lavori, ed ho ricevuto un forte apprezzamento da Angelo Romanò e da Franco Fortini, e dal gruppo di «Officina». Quindi gli apprezzamenti e le persone che hanno creduto in me e mi hanno sostenuto, non sono mancati.
Alle critiche, invece, non rispondo. Sul Novecento il dibattito è ancora aperto, nulla è ancora stato deciso. Io continuo coerentemente sulla mia linea; sono convinto che questa sia la risposta migliore alle critiche. Credo comunque che le critiche rivoltemi siano ingiuste e causate da preconcetti, sono insomma prevenute.

Spesso è stato accusato di essere un poeta ombra di Pier Paolo Pasolini, cosa risponde in proposito?

Purtroppo Pasolini non l’ho mai conosciuto di persona, ma non posso negare che tra tutti è il poeta che più mi ha colpito e dai cui ho tratto ed imparato di più: un esempio massimo, ma ancora poco conosciuto e apprezzato per tutto il suo valore. Il mio legame a Pasolini è in ogni modo molto profondo ed inscindibile. Di Pasolini, seguo la linea del marxismo eretico letterario, sacrificata dal grande stile accademico e dalla neo-avanguardia; cerco come lui di dare una risposta su cosa sia il dissenso e su come debba essere l’opposizione al potere della cultura. Il mio rapporto con Pasolini è autentico, attraversato dalla continua ed inesauribile tensione alla ricerca ed alla conoscenza delle sue opere.
Nella prefazione a La religione del mio tempo,[3]  ho ravvisato una linea di continuità tra Leopardi e Pasolini, entrambi rappresentanti massimi dell’Ottocento e del Novecento, similarità che ho ribadito in un articolo su «L’Unità» del 24 Febbraio [2002]: Pasolini compie ottanta anni. Ritraggo Pasolini nelle vesti di fustigatore dei costumi degli italiani, di poeta che come Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente del costume degl’italiani,[4]  accusa gli italiani di viltà e di servilismo di fronte al potere. Questo potrebbe essere spunto per ulteriori ricerche. Pasolini, che, non mi stancherò mai di dirlo, è profondamente poetico anche nelle sue opere in prosa, che ha portato poesia nella città dei giornali, auspicava una logica laica di amore e di solidarietà, l’opinione dei prossimi, che è ben diversa dal credo cristiano.
Esiste dunque un legame tra la mia poetica e quella pasoliniana, ma, ribadisco, è un legame attivo. Come ho detto, intendo la poesia un frutto del mio sentire, quindi rispondo che le accuse fattemi di imitare Pasolini non sono veritiere. Concludendo, ravvedo delle affinità con il poeta friulano nell’impegno civile e nel suo dissenso, nella contestazione dell’esistente. Scrivo anch’io una storia di Sinistra, ma in maniera libera ed autonoma, a volte in contrasto con le linee vigenti della cultura di Sinistra. Bisogna capire, infatti, che il vero impegno è non essere di schieramento, ma pensare con la propria testa e con il proprio cuore.

Ci ha dunque detto finora che la sua poesia è poesia che insegna a prendersi cura del sentire e presta attenzione al reale; ma la poesia è una forma d’arte elitaria, con un pubblico ristretto. Come si sente di fronte a chi ha invece un pubblico più esteso?

È vero, la poesia, soprattutto ai nostri giorni, è una forma artistica minoritaria di fronte ad altre manifestazioni del pensiero umano, ma ho ovviato a ciò dedicandomi ad altre attività. Partecipo al dibattito culturale scrivendo degli editoriali su «L’Unità»; ricordo alcune pagine scritte dopo l’undici settembre, o un articolo, uscito il nove febbraio [2002], dal titolo Lo strano (passato) presente, in cui traccio un paragone tra il quadro politico in cui visse Pasolini, gli anni Settanta, e quello di adesso. Ci sono tuttavia dei momenti, degli eventi, in cui la poesia riesce a parlare ad un’intera città, a coinvolgere e commuovere centinaia di persone. È il caso fortunato di una mia poesia, Memoria, anche questa pubblicata su «L’Unità», il 25 Aprile del 2001. Era un testo d’occasione, scritto nel 1994, per l’inaugurazione di un monumento nel piazzale Falcone e Borsellino. La mia poesia, con mio sommo onore fu scolpita proprio su quel monumento: «Andatelo a dire / ai caduti di ieri / che il loro morire / fu come le nevi». Ecco dunque presentarsi innumerevoli possibilità per una lirica di comunicare con la propria città. Memoria fu fatta studiare nelle scuole, i suoi versi furono ripresi in un articolo di «Diario» sulla memoria: i testi hanno uno sviluppo vario e strano a volte, escono dal cuore del poeta per vivere una loro storia.

Come vive il fatto di dover scrivere sui giornali per partecipare al dibattito politico e culturale italiano?

Non vedo uno stacco netto tra la versificazione e lo scrivere nei quotidiani. Si possono far ascoltare le idee di un poeta scrivendo non solo poesia, ma a patto che queste idee facciano parte del proprio lavoro poetico. È il caso di Sulla riva dell’epoca,[5]  poema-diario in cui si fondono squarci paesaggistici della costa adriatica, una riflessione sullo strumento artistico e la memoria degli anni Settanta, la mia vicenda personale, i sogni e l’utopia di un mondo nuovo.

Come ha scritto Mario Luzi nella prefazione di Segreta:[6]  «schegge di esperienza frantumate lungo i percorsi dispersivi e distratti che dalla percezione arrivano alla provvisoria conoscenza»…

Infatti. Perlustro il paesaggio e la realtà attraverso quella capacità del mio pensiero di manifestarsi in modo imprevisto. Sono gli shock di Baudelaire, depositi anche minimi di realtà, presenze, oggetti, pulsazioni, che improvvisamente emergono nell’atto della scrittura. Ma con questo non voglio dire che la mia poesia sia soltanto frantumi. Dalla folgorazione improvvisa inizia tutto un lavorio di composizione, di legatura delle parti frammentate. Ascolto le parti frammentate della poesia e nello stesso tempo porgo l’orecchio alla voce del lettore che richiede un testo compiuto e finito, un racconto. Ritengo, come Majakovskij, che buona parte del lavoro del poeta sia quello della composizione, della costruzione della struttura del testo, quasi fossi un regista e la mia opera un film. Scrivere poesia è un lavoro di montaggio, ripresa e sviluppo, e l’impegno del poeta è totale, artistico, legato al «fare».

Immaginiamo che questo lavorìo costante di legame dei frammenti, sia contemporaneo a quello sulla metrica.

Certamente. Il verso deve essere pensato e non tirato via, perciò lavoro assiduamente sulle terzine e le quartine, seguendo la tradizione metrica italiana dei grandi maestri, e reinterpretandola secondo le mie esigenze poetiche. Uso le forme chiuse per aprire e per dare un respiro più ampio ai versi, per raccontare. Ecco allora la rima interna, le assonanze, i rimandi di suono e di senso. Essi sono funzionali alla storia ed al racconto che porgo al lettore. Anche questa volta, mio insigne maestro è il Pasolini poeta. La sua forma metrica si può ben definire «avanguardia della tradizione», perché usa le forme metriche tradizionali in modo nuovo. Pasolini ha un corpo metrico inaudito, vastissimo.
Aggiungerei però che oltre alla metrica, di capitale importanza nella composizione poetica è la figura della cesura. In questo senso sono un po’ heiddegeriano, anche se non mi trovo d’accordo sulla “santificazione” ed idolatria del linguaggio da lui prospettata. Per me è sacro il corpo, la vita, la realtà; è più sacro un tavolo, che la parola tavolo. Ma, tornando sui binari del mio discorso, per Heiddeger importanza capitale ha la cesura. Provate a concepire il sentire ed il pensare come due rette parallele, queste non s’incontreranno mai. È il ritmo invece che le unisce, la cesura che scandisce il verso. Il poeta, in definitiva, è colui che vive costantemente nella cesura, in una divisione o giustapposizione aperta, che mai troverà sintesi. Pasolini, viveva, in quella contraddizione insanabile tra natura e storia.
Mi avvio dunque alla conclusione, e ricordo la felicità del poeta quando ascolta il suo verso suonare. I versi che suonano, che stanno in piedi da soli e vivono di una loro vita di là da quella datagli dal poeta. I sensi delle parole si aprono a donare altri sensi. Prediligo i poeti del significato, Dante, Caproni, Scataglini, Loi, di contro a quei poeti dell’area simbolista che affidano la loro poesia al vapore ed all’alone della parola. Forse siamo giunti ad un esaurimento novecentesco del simbolismo della parola. I poeti tornano alla lauda, la canzone, il poema, e risarciscono della perdita dell’alone simbolico della parola con l’uso della metrica. Come la danza, un costringimento del gesto, ma che rende il movimento vera arte.

Note

[1] Gianni D’Elia, Congedo dalla vecchia Olivetti, Torino, Einaudi, 1966.


[2] IdemSegreta, Torino, Einaudi, 1989.


[3] IdemPrefazione a La religione del mio tempo, di Pier Paolo Pasolini, Milano, Garzanti, 2001.


[4] Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente del costume degl’italiani, Venezia, Marsilio, 1989.


[5] Gianni D’Elia, Sulla riva dell’epoca, Torino, Einaudi 2000.


[6] Mario Luzi, Prefazione a Segreta, di Gianni D’Elia, Torino, Einaudi, 1989.

         

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