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ARGO N. 5_Francesca Blesio: «Non ho mai detto…» Intervista a Francesco Guccini

Intervista a Francesco Guccini

Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro?
Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà?

(Don Chisciotte, di Guccini-Dati-Orlandi)

Francesco Guccini ha composto un variopinto e ricco canzoniere, colonna sonora d’autore di quasi quarant’anni di storia. Dopo Dio è morto,[1]  dopo Auschwitz,[2]  dopo Cyrano,[3]  il «vecchio giullare» rimane comunque un «eterno studente», curioso e mai pago di risposte facili. Uno sguardo attento sul mondo scivola nei versi delle sue canzoni. E non «sono solo canzonette», come forse così qualcuno preferirebbe catalogarle per sbarazzarsene perché scomode. Per l’autore non sono nemmeno poesie, sono canzoni, con una loro precisa dignità artistica. Le sue canzoni non hanno la pretesa di veicolare messaggi, tuttavia lo fanno. Toccano le corde della ragione, le sue parole in musica. Non lasciano indifferenti, sia che servano per descrivere storie «di vita quotidiana», sia che vengano utilizzate per immortalare sue personali considerazioni sul presente. E il cantautore di Pavana con la spada delle parole ferisce ancora oggi, senza timore. Contro l’immoralità, contro l’ingiustizia, contro l’ipocrisia e la falsità, contro l’arroganza e l’arrivismo, si lancia Cyrano. Quella di Guccini può essere considerata allora una resistenza etica.

Francesco Guccini adesso vive dove sono radicate le sue radici, tra Bologna e Pistoia. A Pavana, dove è cresciuto tra «i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia», è tornato dopo aver vissuto per anni sulla Via Emilia, tra Bologna e Modena. E proprio nella «casa sul confine dei ricordi» [4] abbiamo parlato con lui di questa sua resistenza etica.

Partiamo dalla definizione che più spesso è data di lei ovvero quella di «cantautore impegnato».

Io non so, prima di tutto, se sono impegnato e cosa voglia dire esattamente essere impegnati. Nel dopoguerra si parlava della figura e della polemica sull’intellettuale engagé. La polemica nasceva con certi intellettuali del partito comunista di allora, soprattutto con Vittorini che rifiutava una letteratura ridotta a «suonare il piffero della rivoluzione».[5]  Detto questo, io non so se sono impegnato e che cosa voglia dire esserlo. Però so cosa significa essere onesti con se stessi, avere avuto poi anche un certo tipo di educazione. E se guardi fuori dalla finestra puoi vedere qual è la mia: è quella del monte, quella del bosco, quella del fiume. Una mentalità montanara che anzitutto, anche se Pavana è un paese di berlusconiani, è molto contraria al berlusconismo in genere, all’arrivismo in genere, al farsi strada a tutti i costi. Credo nell’essere onesti con se stessi, nell’avere una moralità di base, un’idea di quello che si dovrebbe fare a questo mondo e anche la scelta di seguirla. Senza vendersi, senza dipingersi il culo di verde per fare propaganda al disco che deve uscire, al libro che deve uscire; queste sono cose che non ho mai fatto, non sono mai andato in nessuna trasmissione con un libro o con un disco sottobraccio.

In Canzone per Francesco Roberto Vecchioni le mette in bocca una frase significativa («e coi ragazzi c’era un fatto personale / non hanno capito chi ci marcia su e chi vale»)[6] che poi ritroviamo riformulata anche in alcuni suoi testi, come in Addio: «per colpa d’altri, vada come vada / a volte mi vergogno di fare il mio mestiere».[7]  C’è chi si veste dei panni di cantautore engagé con lo scopo di vendere di più, chi «ci marcia su», insomma?

Sì, questo accade ancora, anche se una volta ci marciavano di più, mentre ora lo fanno di meno, hanno svelato la loro natura. Io messaggi non ne ho da dare, per l’amor di Dio, ma facevo canzoni in un certo modo perché ritenevo giusto farle così. Che poi un cantante faccia un disco e abbia piacere di venderlo è un altro discorso, se lo vendo bene se non lo vendo pazienza, ma non cambio mai una frase perché magari è ritenuta oscura o incomprensibile, se piace a me va bene così. Altri invece cercano di fare delle canzoni che possano essere più facili, più orecchiabili. Oggi, dopo un’ondata di canzoni di un certo tipo (parlo di De Andrè, di De Gregori, di Vecchioni stesso), i giovani sembrano essere tornati alla canzone d’amore; senza però cercare i temi d’amore come faceva Jacques Brel, canzoni belle, importanti le sue. Va bene anche questo, non mi permetto assolutamente di criticare. Dico solo che non mi sembra di vedere oggi un seguito al modo di far canzone mio, di un De Andrè o di un De Gregori. L’ondata si mantiene perché abbiamo qualcosa da dire, ma quando noi smetteremo, si fermerà.

Alcuni vostri testi sembrano finestre aperte sul mondo, canzoni colme di osservazioni critiche su ciò che accade. Quasi politiche.

Io ho sempre sostenuto che era difficilissimo fare canzoni politiche, e soprattutto fare delle belle canzoni politiche, perché scrivere una canzone politica col cuore è come scrivere l’inno di una squadra di calcio; se fai l’inno del Bologna devi dire «forza Bologna, viva Bologna», non puoi dire «ma forse, stiamo a vedere…», perché altrimenti che inno è?! E così ho sempre ritenuto che Bandiera Rossa cantata su una barricata andasse bene, però come canzone non fosse un granché. E nemmeno Contessa[8]  di Pietrangeli mi è mai piaciuta.
Canzoni strettamente politiche noi non ne abbiamo scritte molte in realtà. Ma c’è poi anche un modo di esprimersi politicamente attraverso la vita di tutti i giorni. Essendo noi gente che vive in mezzo ad altra gente, persone che hanno interessi, è ovvio che nei nostri testi emerga come uno la pensi, da che punto di vista sia orientato. Dio è morto[9]  è una canzone politica? Sì e no. La locomotiva[10]  è una canzone politica? Sì e no. E poi queste canzoni sono tre o quattro… poche rispetto alle altre.

Perché allora Francesco Guccini nell’immaginario comune è il «cantautore politicamente impegnato», schierato (a sinistra), più di altri suoi colleghi?

Forse questo è dovuto anche al modo in cui faccio gli spettacoli; De Andrè era uno che sul palco non parlava, De Gregori lo è ancora oggi, io invece parlo molto durante il concerto: inizio sempre con delle battute e, soprattutto negli ultimi anni, mi sono scatenato… e quindi si è formata di me questa immagine di uno che parla, che dice quello che pensa anche al di fuori delle canzoni che scrive.

Chi sono oggi i destinatari dei suoi strali?

Berlusconi e la destra in generale. C’è una vasta scelta di temi: la legge sulle rogatorie, la legge sul conflitto d’interessi, il conflitto d’interessi, la lotta contro la magistratura… come vedete ce n’è in abbondanza. Le battute poi vengono spontanee, basta aprire i giornali.
In questi giorni sui quotidiani protagonista è stato Nanni Moretti, col suo intervento al vetriolo sulla sinistra e i suoi rappresentanti… Sono d’accordo con lui.

Pensa che le sue parole avranno un effetto?

Io lo spero. Anche perché in questo momento noto che qualcosa si sta muovendo. A Bologna, ad esempio, in vista delle prossime elezioni comunali, con la lettera 6:30, Sveglia! [11] si è mosso qualcosa. Ci si sta organizzando per il dopo-Guazzaloca e per fare un’opposizione diversa che non cerchi sempre questo famoso bi-partisan.

Proprio per le amministrative del 1999 l’intellighènzia bolognese, Francesco Guccini compreso, si mosse per supportare la candidatura di Silvia Bartolini e non andò molto bene. Potrebbe oggi invece cambiare qualcosa nel panorama politico nazionale con una forte presa di posizione dei rappresentanti della cultura italiana? Tra l’altro sembra che la stragrande maggioranza degli intellettuali in Italia sia schierata non certo a destra.

Il che viene criticato o quantomeno irriso da destra! Vi leggo un passo di un articolo di Francesco Merlo apparso sul Corriere della Sera circa la vicenda di Moretti: «adesso che l’arte ha occupato tutta la ribalta e si è fatta essa stessa politica, Francesco Rutelli e Piero Fassino hanno scoperto sulla loro pelle, e lo hanno denunciato affranti, che “sono solo canzonette”. Dopo aver affidato le campagne elettorali a comici, registi, cantanti, premi Nobel e ballerine, domatori di leoni e educatori di pulci, ieri sera l’Ulivo è stato seppellito dai lazzi e dai sospiri d’autore». Non mi pare che le cose stiano proprio così… è strumentalizzazione, questa. I «comici» a cui si fa riferimento nell’articolo sono: Benigni sicuramente, e forse Grillo; i «Nobel» Dario Fo; poi ci aggiungi «i domatori di leoni» che fa poi rima coi nani e le ballerine del circo della destra. Ve l’immaginate Luca Barbareschi che ad un congresso di AN attacca Fini?!! Gli artisti cosiddetti «di sinistra» a cui si fa riferimento sono persone di estremo valore: Oscar del cinema, Nobel per la Letteratura, e via dicendo.

«Gli eroi sono tutti giovani e belli»,[12]  cantava nel 1972; crede che si stia muovendo qualcosa di rivoluzionario a livello giovanile, oggi?

Sì e no. Per la scuola ad esempio si è mobilitato un buon numero di giovani e questo mi fa ben sperare. I giovani hanno delle caratteristiche di base che sono sempre le stesse attraverso i tempi. Oggi però il problema è una scuola ridotta molto male. La scuola viene vista come un obbligo, una coercizione. Succede così che i figli di chi sta economicamente molto bene non frequentano queste scuole, andranno a studiare nei collegi, magari faranno l’università all’estero. Si forma così già dalla scuola una classe dirigente e il resto rimane plebe. Una plebe satolla, con l’automobile, due o tre televisioni per casa, ma che non esce di lì, che non si rende conto di quello che gli accade intorno. Plebe che si accontenta di essere plebe. Ho scritto in una canzone: «Io, figlio di una casalinga e di un impiegato / io, sempre un momento fa campagnolo inurbato / due soldi d’elementari e uno di università».[13] Quando ero ragazzino io, le famiglie meno abbienti facevano molti sacrifici per far sì che i figli diventassero qualcosa di più rispetto a quello che erano i genitori.

Non ci sono più stimoli?

Non c’è lo stimolo ad alzare la testa. Mi vengono in mente i socialisti, gli anarchici, i comunisti, in quei tempi molti di loro erano uomini non colti ma che si impegnavano a imparare, a conoscere. Don Milani se non ricordo male diceva: «il padrone conosce duemila parole e voi cinquecento, con le duemila parole vi frega»; Michele Serra oggi su «La Repubblica» scriveva in proposito che oggigiorno alla gente bastano le cinquecento, che i più non cercano di imparare le millecinquecento parole restanti, ma urlano quelle cinquecento.

Le parole dunque sono importanti…
Io sono innamorato delle parole! Ne sono stato sempre incuriosito. Le parole sono degli strani animali perché possono essere voltate, ammantarsi di significati diversi. Pensate ad «apocalittico» usato da Umberto Eco molti anni fa per definire alcuni critici; ora questo vocabolo lo usano alcune Penne liberali (poi passate a Berlusconi) per castigare, irridere gli intellettuali che sono contro Berlusconi: dicono che sono giustizialisti e «apocalittici». Vedete con quale spirito diverso viene usata la stessa parola? Ecco perché dico che, non solo bisogna conoscere più parole, ma bisogna conoscere anche molti significati. Saper leggere anche tra le righe e stare molto attenti a come si usano le parole.

Si definiva in Samantha “burattinaio di parole”, cosa intendeva?
Uno che fa muovere le parole e prova dei sentimenti riguardo a storie che queste parole hanno creato dal niente, delle invenzioni”

Si considera un’idealista?
Forse lo sono sempre stato, nel senso più quotidiano del termine. La mia presenza qui oggi a Pavana ne è un esempio, ho sempre conservato nel tempo il desiderio, l’ideale di tornare nel luogo da dove sono partito.

Secondo lei lo si può ancora essere oggi? 
Certo. Ce ne sono pochi di idealisti, ma ce ne sono; lo si può essere in tanti modi, e dipende anche dai tempi. Nel dopoguerra c’era un idealismo di fare, di lavorare per uscire da quella condizione tremenda che la guerra aveva lasciato, c’era la spinta ideale. Ci sono state poi le ideologie; adesso pare che siano morte, ma io credo che questo sia vero fino a un certo punto. Quindi sì, si può essere idealisti.

Si può sperare allora anche in un mondo diverso?
Bisogna farlo.

Ci sono le basi perché ciò accada?
Ce ne sono poche però non bisogna smettere di sperare. I no-global, ad esempio, hanno queste speranze, e anche un uomo come Gino Strada le ha sicuramente.

Ci sono oggi uomini che possono essere rivoluzionari? 
Un grande mito contemporaneo è quello di Che Guevara. Un “rivoluzionario” di oggi potrebbe essere proprio Gino Strada.

E il “vuoto mito americano di terza mano”?
Avevo conosciuto l’America in tempo di guerra attraverso i soldati americani che con gli occhi di un bambino vedevo come uomini misteriosi. Uomini che avevano con loro ogni bendiddio e lasciavano a noi le loro riviste di cui io guardavo attento soprattutto le fotografie. Ero rimasto affascinato da quegli uomini. Nel dopoguerra poi tutto quello che noi ragazzi ascoltavamo era americano, anche i film lo erano. Se poi ci sommate le letture…
Il mito americano mi è crollato dopo il primo viaggio che ho fatto negli Stati Uniti, dopo ho rivisto molte cose che allora acriticamente avevo sussunto.
Il nostro viaggio è finito qui.
Sul calare della sera abbiamo percorso a ritroso la strada tortuosa che ci aveva portato da Bologna a Pavana.
“La casa sul confine della sera oscura e silenziosa se ne sta: respiri un’aria limpida e leggera, e senti voci forse d’altra età…”.

Note

[1] Francesco Guccini, Dio è morto, scritta originariamente per I Nomadi, che l’hanno inserita nel loro album Per quando noi non ci saremo [EMI, 1967]; cantata poi assieme e comparsa in Album concerto [EMI, 1979]; ripresa infine da Guccini in Quasi come Dumas [EMI, 1988].


[2] IdemCanzone del bambino nel vento [Auschwitz], in Folk beat n.1, EMI/La Voce del Padrone, 1967.


[3] IdemCyrano, in D’amore, di morte e di altre sciocchezze, EMI, 1996.


[4] IdemRadici, in Radici, EMI Columbia, 1972.


[5] Cfr. Elio Vittorini, Suonare il piffero per la rivoluzione?, in «Il Politecnico» n. 35, Milano, gennaio-marzo 1947.


[6] Roberto Vecchioni, Canzone per Francesco, in Elisir, Philips, 1976.


[7] Francesco Guccini, Addio, in Stagioni, EMI, 2000.


[8] Paolo Pietrangeli, Contessa, in Mio caro padrone / Contessa, Dischi del Sole, 1969.


[9] Francesco Guccini, Dio è morto cit.


[10] IdemLa locomotiva, in Radici cit.


[11] Cfr. <http://www.bologna.repubblica.it/speciali/630>


[12] Francesco Guccini, La locomotiva cit.


[13] IdemAddio cit.

         

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