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ARGO N. 5_Giacomo Bottà: «Da Berlino: che fine ha fatto la letteratura arrabbiata?»

A Berlino è –5°. Il governo della città è in mano ad una giunta formata dalla SPD (i socialdemocratici che sono anche al governo della BRD) e dalla PDS (il partito nato dalle ceneri della SED, il partito comunista della DDR). 

Sembrerebbe quindi che nella capitale crucca vada tutto bene e che presto la gestione del Sony center sarà collettivizzata. Non è così.
La love-parade nel 2001, per la prima volta, non è stata riconosciuta come manifestazione politica. Ciò ha avuto come conseguenza la gestione privata (a spese dell’organizzazione) della pulizia del tratto percorso da un paio di milioni di ravers, mentre prima se ne occupava la municipalità. Ci si chiede come sia stato possibile che la più grande celebrazione della morte cerebrale di un’intera generazione abbia potuto essere autorizzata come politica per più di dieci anni. Forse per gli slogan che andavano da: «pace, gioia, biscotti all’uovo» a «un solo mondo, un solo amore».
I Ton Steine Scherben, gruppo simbolo della West-Berlin alternativa degli anni Sessanta vengono celebrati in un musical, dove invecchiati nostalgici possono rivivere gli anni formidabili in cui caricavano la polizia ed invece adesso magari sono ministri verdi e mandano le truppe tedesche prima nella Ex-Jugoslavia e poi in Afghanistan.
In una realtà come questa, la letteratura fa naturalmente quello che può.
Quindi se qualcuno pensa che Berlino significhi ancora vivere in una casa occupata di Kreuzberg e ballare dietro le barricate al 1° Maggio con compagni-punk-autonomi di tutto il mondo e scrivere un romanzo in cui uno abita in una casa occupata e balla dietro le barricate, come il buon Marzaduri ha tentato in L’allegria di Kreuzberg,[1]  si sbaglia.
La caduta del Muro (Novembre 1989) ha segnato la fine della letteratura arrabbiata, impegnata, del senso di colpa e della continua tematizzazione del passato tedesco.

Il respiro della letteratura berlinese è quello corto di uno studente che in bicicletta sale dalla Alexanderplatz verso la stanza ammobiliata di Prenzlauer Berg dove vive assieme ad altri disperati.
Minimalismo quindi, come piace definire autori/autrici che parlano principalmente della cosiddetta «vita di tutti i giorni» nella grande città, minimalismo e buone letture.
Un po’ di Holden Caulfield, un po’ di Carver, un po’ di Easton Ellis, un po’ di cinema da Sundance festival visto senza sottotitoli, Brizzi insomma, ma con in più il vantaggio di vivere a Berlino e di non passare tutto il tempo sulla Vespa.
Questo non funziona sempre naturalmente, ma un paio di autori come Sven Lager (Phosphor, 2000)[2]  o Markus Seidel (Freischwimmer, 2000)[3] hanno dimostrato che feste, droghe e noia possono comunque portare a ottimi risultati letterari.
Gli autori della ex-Germania Orientale avevano il gravoso compito di confrontarsi col proprio passato e con la propria identità e ci sono riusciti ispirandosi al garbo paddy autoironico di autori come Roddy Doyle; pensiamo al motto «I’m black and I’m proud» di The Commitments.
Thomas Brussig, grazie alla versione cinematografica dei suoi due romanzi Eroi come noi[4] (in cui il Muro veniva abbattuto dall’imperiosa erezione del protagonista) e In fondo al viale del sole,[5]  ha riscontrato un successo enorme in tutta la Germania e Jens Sparschuh, con il suo Zimmerspringbrunnen (1996),[6]  altro fondamentale romanzo sull’unificazione, appena uscito in versione cinematografica, sembra averne seguito il destino. Entrambi hanno avuto il merito di canonizzare un «tipo» di Ossi (abitante della Germania orientale), rendendolo gradevole ai gusti dei Wessis più pieni di pregiudizi.
Una letteratura importante è anche quella femminile/introspettiva di Inka Parei (Die Schattenboxerin, 1999)[7]  o di Julia Franck (Liebediener)[8]  fino ad arrivare all’eclatante caso di Judith Hermann, che grazie a Sommerhaus später,[9] uscito ormai due anni fa, ha conquistato un numero impressionante di premi, culminato nel Novembre del 2001 con l’assegnazione dell’Heinrich Von Kleist Preis.
La scrittrice più significativa in questo ambito è comunque Kathrin Röggla (Irres Wetter, 2000)[10]  austriaca di nascita, cantrice della Berlino alternativo-modaiola, capitale del retrò e della lounge music, non tanto per i contenuti, ma piuttosto attraverso un uso sperimentale della lingua che gioca con i loops dei gerghi e dei codici della «scena» alla velocità di pensiero di chi passa più tempo navigando in internet che leggendo.
Una realtà unica in Germania è poi quella delle poetry slams, che a Berlino hanno luogo al Bastard o a Maria am Ostbahnhof, oltre che in oscure cantine sulla Cosmonauten Allee: si tratta di concorsi in cui ognuno può leggere per 5 minuti, una giuria poi si occupa di nominare un vincitore, a cui normalmente è poi consegnata una space-cake. Il clima non è naturalmente quello del Campiello, si avvicina piuttosto a quello di un concerto di Tonino Carotone (anche per la demenzialità di molti partecipanti che si ostinano a voler tenere in mano contemporaneamente microfono, birra, sigaretta e manoscritto).
Campione assoluto di questi micro-eventi è Till «la droga parlante» Müller-Klug, dottorando in Storia del Teatro ed anche, ultimamente, autore di romanzi (Mai 3D, 2000;[11]  eNovember 3D, 2001),[12]  probabilmente il miglior performer letterario della scena.
Se esiste una militanza, questa è soprattutto collegata all’orgogliosa appartenenza underground di buona parte della letteratura prodotta a Berlino ed alla divisone (che nella scena rock è ormai divenuta storica) tra «hard-core» e «venduti».
Basti pensare al successo ormai decennale della Volksbühne e del suo ricco programma tra teatro, musica pop ed eventi irriducibili ad un genere preciso, in cui si ha la netta sensazione di veder nascere qualcosa di nuovo. Come può essere confermato da pièces come Die Stadt als Beute, in cui la Berlino globalizzata di Potsdamer Platz viene violentemente attaccata da uomini grassi con T-shirt microscopiche di Britney Spears; o come nel romanzo Terrordrom (1998),[13]  dove Tim Staffel ha trasferito l’ultraviolenza diArancia meccanica nella Berlino postmoderna del 2000.
Se si cerca una militanza vecchio stampo, di contenuti, bisogna andare altrove: sono gli scrittori turco-tedeschi della terza generazione che tematizzano conflitti razziali, ghettizzazione del tessuto urbano e rabbia, anche se forte è la dipendenza dal modello afroamericano.

Note

[1] Lorenzo Marzaduri, L’allegria di Kreuzberg, in L’altro nome del Rock, di Enrico Brizzi, Lorenzo Marzaduri, Milano, Mondadori, 2001.


[2] Sven Lager, Phosphor, 2000.


[3] Markus Seidel, Freischwimmer, München, Droemer/Knaur, 2000.


[4] Thomas Brussig, Eroi come noi, Milano, Mondadori, 1999.


[5] Idem, In fondo al viale del sole, Milano, Mondadori, 2001.


[6] Jens Sparschuh, Der Zimmerspringbrunnen, Köln, Kiepenheuer & Witsch, 1995 (tradotto in italiano come Il venditore di fontane, Firenze, Le lettere, 2000).


[7] Inka Parei, Die Schattenboxerin, Frankfurt am Main, Schöffling & Co., 1999.


[8] Julia Franck, Liebediener.


[9] Judith Hermann, Sommerhaus später, Frankfurt am Main, S. Fischer, 2000 (tradotto in italiano come Casa estiva, più tardi, Roma, E., 2001).


[10] Kathrin Röggla, Irres Wetter, Salzburg/Wien, Residenz-Verl, 2000.


[11] Till Müller-Klug, Mai 3D, Quadriga, 2000.


[12] Idem, November 3D, 2001.


[13] Tim Staffel, Terrordrom, Zürich, Ammann, 1998.

         

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