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ARGO N. 5_Marco Benedettelli: «Militanti in cattedra e librettisti»

Le avanguardie letterarie degli anni Cinquanta e Sessanta

No, amici, non coltelli, non forbici, nulla di tutto questo occorre, ma acqua viva.

(Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia)

Nell’ottobre del 1963 si riunivano a Palermo all’Hotel Zagarella i rappresentanti della neo-avanguardia italiana. Erano una trentina di persone, critici, poeti intellettuali e accademici, approdati nell’isola per definire quelle che dovevano essere le linee di una nuova poetica militante.
Nasceva il Gruppo 63, la Generazione di Nettuno, come fu chiamata da Umberto Eco, la Generazione di Nettuno in opposizione alla Generazione di Vulcano cioè quella delle avanguardie storiche, l’una «fredda» come i flutti del mare e l’altra al contrario «calda» come il fuoco degli incendiari.
Gli uomini del Gruppo 63, i Nettuniani, erano perfette persone per bene, con abiti dignitosi e incarichi professionali rispettabilissimi che arrivarono a Palermo in aereo, erano «l’avanguardia in vagone letto» come qualcuno disse. Nulla a che fare con i Vulcaniani che invece disprezzavano questo stile di vita, erano provocatori, amavano i panciotti bizzarri oppure erano un po’ drogati e alcolizzati e vivevano in soffitte umide, almeno a fidarsi degli stereotipi.
L’opposizione sul carattere «freddo», puramente cerebrale, di questa nuova avanguardia rispetto a quello «caldo», agitatore, degli antichi parenti era un concetto ben chiaro per i Nettuniani. Le velleità intrinsecamente rivoluzionarie e agitatrici delle avanguardie storiche erano abbandonate, l’amaro calice era stato bevuto. Ormai i Nettuniani accettavano come dato di fatto che da uomini della società di massa bisognasse vivere e operare, incanalarsi nel flusso di una vita civile e uscire da quei luoghi sotterranei dove i Vulcaniani covavano l’utopia-progetto del terremoto e dell’incendio. Bisognava contestare ma da cattedre istituzionalizzate, ci voleva sobrietà e una calcolata concertazione delle strategie di ricerca intellettuale. Ne «Il Verri» (rivista madre della neo-avanguardia che uscì la prima volta nell’autunno del 1956) il concetto era stato scandito a chiare lettere. Fausto Curi in Proposta per una storia delle avanguardie predicò l’«ordinata progettazione del disordine» e nell’incontro palermitano uno dei termini ricorrenti del dibattito fu proprio quello del carattere «freddo» di questa avanguardia. Non a caso Umberto Eco appunto, l’unico grande assente di rilievo in quella occasione tra i fondatori del Gruppo 63, inviò il suo contributo intitolandolo Generazione di Nettuno.
Questi Nettuniani avevano dunque una pretesa, volevano camminare per le strade della società di massa industriale mischiandosi alla gente comune e sabotare, in abiti civili, le macrostrutture del mondo con la loro letteratura, una letteratura dove il linguaggio, avvilito e svuotato dalle logiche della mercificazione, fosse a sua volta sabotato, oltraggiato, «degerarchizzato» per essere restituito a nuova vita. Bisognava far deragliare il linguaggio, farlo esplodere per riportarlo alla sua forza tellurica e il linguaggio, per essere liberato, doveva «scendere all’inferno», doveva calarsi dentro il mondo, diventare il mondo sclerotizzato e incarnare – non rappresentare – i contenuti della civiltà. Bisognava spingersi verso soluzioni stilistiche capaci di far vivere corrispondenze strutturali con la realtà nelle sue nuove manifestazioni: economia, tecnologia, comunicazione, vita di relazione, sessualità e così via. Organizzare la grande esibizione del Caos per operare una denuncia contro le nuove forme invisibili di schiavitù.
Una nuova generazione di poeti, Porta, Balestrini, Giuliani, Sanguineti, Pagliarani, e altri ancora impegnarono i loro sforzi artistici e intellettuali in questa direzione, ognuno con concezioni poetiche diverse ma tutti accomunati da un progetto sperimentale condiviso e maturato nelle pagine de «Il Verri». La fondazione del Gruppo 63 fu il suggello di tutto questo.

Ho conosciuto i Nettuniani e le loro idee attraverso la lettura de I Novissimi, antologia curata da Alfredo Giuliani e l’introduzione, scritta sempre da Giuliani, è praticamente il manifesto artistico di questi poeti. Ho letto il libro un paio d’anni fa e se cerco di riviverlo nella memoria ciò che più torna è il ricordo della passione artistica e ideologica dell’introduzione, certe idee un po’ mi avevano entusiasmato e il ricordo di quella emozione forse anche dopo ha continuato a nutrire la mia fantasia quotidiana. Ma le poesie? Ad eccezione di Porta e Sanguineti non mi ricordo nemmeno un verso dell’avanguardia «fredda».
«Il Verri», fondato da Luciano Anceschi, fu il portatore di questa nuova cultura sperimentale e anzi attraverso il suo lavoro la cultura italiana si rimise in collegamento, dopo anni di sonno profondo determinati da ovvie ragioni storiche, con i nuovi movimenti culturali che si erano sviluppati in Occidente. Il taglio della rivista fu allora coraggioso, curioso, volto alla ricezione delle nuove estetiche e delle nuove scienze e nelle sue pagine, che seguivano il doppio binario della riflessione saggistica e della pubblicazione del testo artistico, trovarono spazio anche gli autori più audaci. La rubrica della critica di poesia fu affidata addirittura allo stesso Alfredo Giuliani, il quale non tardò a scagliare le sue critiche contro quello che era il «polo moderato», in quegli anni militanti, della cultura sperimentale italiana, ovvero il gruppo che ruotava intorno alla rivista «Officina» (Maggio 1955 – Aprile 1959), coordinata da Pier Paolo Pasolini.
Come «Il Verri», «Officina» capiva che nella società post-bellica di quegli anni fermentavano rivoluzioni antropologiche di portata epocale. La letteratura doveva fare totalmente i conti con questo mondo nascente ed elaborare nuove forme di approccio ad esso. L’ermetismo con la sua elusività era moralmente colpevole di essere stato supino alle mostruosità della storia, ora bisognava uscire dal lirismo, cercare ancora nuove soluzioni. Pasolini credeva quindi che la poesia dovesse accogliere la realtà in tutte le sue manifestazioni, anche le più impoetiche e rappresentarle artisticamente sperimentando una totale mescolanza di stili; ma la frase, la costruzione dell’enunciato doveva mantenere una sua dignità, una sua armonia e in questo senso ci si richiamava alla linea di Saba, di Penna, di Bertolucci.

Lo sperimentalismo sintattico che da «Il Verri» si sosteneva era per Pasolini inaccettabile, tutte quelle bizzarrie, quelle stravaganze semantiche furono condannare dalle pagine di «Officina» come dilettantismi e avanguardismi appariscenti, il meta-linguaggio inseguito dai Novissimi era un inutile trastullarsi con balocchi lessicali e Giuliani a sua volta accusò Fortini e Pasolini di neo-crepuscolarismo e di poesia «bellettristica»: «Occorre più forza, più generosità, più immaginazione» come scrisse su «Il Verri» nel 1959.
Secondo ciò che sostiene Barilli nel suo libro La neo-avanguardia italiana, «Officina» risentì, anche se in modo molto blando, delle teorie di un autore allora di moda tra certi intellettuali italiani: Lukàcs. Il critico ungherese sosteneva che tra borghesia e avanguardie storiche esistesse una stretta omologia: la classe borghese è il male perché tiene prigioniera una classe feconda e sana come quella del proletariato quindi nega il futuro dell’umanità, «da essa non possono che venire profezie di morte, di sventura e di nichilismo». Le avanguardie pure smontano la ragione negando il tempo e lo spazio, la speranza progettuale e la forza della vita. Sono creature del demone nichilista. Tra borghesia e avanguardia, tra «struttura di classe e sovrastruttura di effetti psichici espressi dalle arti» si instaurerebbe allora una perfetta sinergia volta a distruggere la vita: di qui il dovere di negare e combattere sia la borghesia sia l’avanguardia, recuperando quelle forme artistiche che non smontino il mondo bruciandone la forma ma che anzi siano capaci di ridare fiducia nel futuro (proletario).
«Officina» accolse questo messaggio se non altro nel senso del bisogno di creare una letteratura con un minimo di decoro formale senza cedere a quei deliri avanguardisti che oltre a essere, secondo loro, stilisticamente inopportuni, rendevano l’arte inservibile per le classi popolari. Rimane quindi nelle loro poesie quell’andamento oratorio e bisbigliato che nasce da un approccio caldo con il mondo, teneramente umano, ma che non riesce a scrollarsi di dosso quei connotati un po’ piagnucolanti e a volte retorici. La neo-avanguardia invece in questo senso partiva da posizioni molto più radicali e cerebrali: l’io come soggetto nella realtà labirintica della seconda rivoluzione industriale è frantumato, condannato all’anarchia intesa nel suo significato semantico, cioè come mancanza d’archetipi. Protagonista rimane solo il suo modo schizomorfo di percepire il mondo e l’io così si squaglia in linguaggio esploso nell’inseguire il pulviscolo di cose che lo circondano. Nelle poesie si trovano una valanga di «oggetti percepiti a grado zero», accatastati alla rinfusa e la tecnica dell’elenco non è più un principio d’ordine ma diviene esibizione del Caos. C’è qui la fenomenologia di Husserl, tornata in quegli anni d’interesse dopo la pubblicazione di alcuni inediti. Il soggetto trova se stesso passando per mille circostanze esterne, la coscienza non può stringersi tra le mani, chi vuole inseguirci deve ritrovarci nella costellazione delle cose, tutte le cose, che frequentiamo. Poi nel 1969 il Gruppo 63 si sciolse, incapace, come gli stessi protagonisti dissero, di analizzare nel pensiero e nella creazione un mondo attorcigliato in fenomeni sociali troppo complessi, e così ognuno proseguì per la sua strada. Pure Pasolini in quegli anni scriveva, in una poesia rivolta a un giovane intellettuale, di avere il volto ormai sformato da troppi sorrisi innaturali, quasi ad ammettere una sconfitta.
È passato mezzo secolo da quando in Italia si ragionava sulla letteratura in termini di militanza. In questo cinquantennio l’arte, come prospettiva altra a metà tra la terra e il cielo, è stata fagocitata dalla grande industria globale che tutto mercifica e avvilisce, anche la fantasia. Nell’epoca dell’elefantiasi consumistica la letteratura o è diventata essa stessa bene di consumo o ha perso la sua voce. Ora io vedo molta vuotezza nel mondo delle lettere, sì, ci sono degli intellettuali dignitosissimi e qualche bravo artigiano dello scrivere ma manca un’idea forte che dia luce interiore alla creazione. Marcuse diceva che l’arte è progettualità e come progettualità è imprescindibile dal concetto a priori che la vita sia degna d’essere vissuta, e la vita è degna d’essere vissuta, sempre. Bisogna credere nella dignità umana, è solo questo il punto di partenza per scrivere cose che sappiano incantare. Negli anni de «Il Verri» e di «Officina» era appena finita la guerra, ultimo tragico atto di un lungo periodo di materializzazione della follia: interrogarsi sulle domande fondamentali era, dopo tanto sangue, un atto naturale; poi il vento del progresso ha continuato a spirare e l’angelo della storia non è riuscito a ricomporre le macerie accatastate. Così ora noi viviamo in tempi di quieta disperazione dove tutto sembra poter crollare da un momento all’altro però si va avanti giorno dopo giorno, non sense dopo non sense. Ma bisogna continuare a credere nell’umanità e nella sua parola capace d’aprire squarci nel tendone del circo. Scrivere per rendere doverosa testimonianza e nello scrivere avere la dignità e il coraggio di calarsi negli inferni strutturali del presente, sfidare il drago guardandolo negli occhi, ma senza perdere il piacere d’ascoltare e di raccontare, senza barattare l’incantamento con il cerebralismo perché la fantasia è di per se stessa militanza e lo stupore forza propulsiva e rivoluzione.

         

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