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ARGO N. 5_Marco Camerani: «La fede e l'impegno»

La colpa è universale

(Fëdor Dostoevskij)

Abramo è il primo patriarca, per mezzo del quale ha inizio la formazione del popolo di Israele, la cui costituzione vera e propria si concluderà e avrà il suo apogeo con Mosè e Davide. Il capitolo 13 della Genesi si apre con la chiamata di Dio che ordina ad Abramo di abbandonare tutto e andarsene:

Ora il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dal tuo parentado, dalla casa di tuo padre, verso la terra che ti mostrerò. Io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò glorioso il tuo nome e sarai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò coloro che ti malediranno; in te saranno benedette tutte le famiglie della terra». (Genesi, 12, 1-3)

Inizia così la storia di Abramo. Una storia non facile, fatta di peregrinazioni, combattimenti, attese e sofferenze. Dopo anni di faticosi viaggi Dio gli promette una discendenza nonostante la sua tarda età. Sara, incredula, ride, ma l’anno dopo finalmente nasce Isacco, tanto desiderato e atteso, ancor più importante in una società patriarcale. Ma le difficoltà non sono finite:

Dopo queste cose, Dio volle mettere alla prova Abramo e gli disse: «Abramo». Ed egli rispose: «Eccomi». E gli disse: «Orsù, prendi il tuo figlio, il tuo unico, quello che tu ami, Isacco; và nella terra di Moria e lì offrilo in olocausto sopra uno di quei monti che io ti indicherò». (Genesi, 22, 1-3)

Dio stesso sembra sottolineare con una climax la gravità della richiesta, l’importanza per Abramo del proprio figlio, l’unico, quello che lui ama. Abramo non risponde. Né protesta. Semplicemente affronta la prova. Prende Isacco e lo conduce sul monte viaggiando per tre giorni; tre giorni in cui tutta la sua esistenza viene messa in gioco e che il testo biblico non ci racconta; tre giorni che in Timore e Tremore hanno fatto immaginare a Søren Kierkegaard i tormentosi pensieri e l’angosciante dilemma del vecchio uomo in procinto di assassinare il figlio.
Quando ormai il coltello è su Isacco l’angelo (cioè Dio) però ferma il patriarca e gli ordina di immolare non il figlio ma un montone, che sbuca dietro di lui.
Abramo è il campione della fede. Non è che egli si comporti eticamente bene e per questo Dio lo ricompensi. Anzi tanto onesto Abramo proprio non è, se ad esempio durante il suo peregrinare, arrivato in Egitto, inganna tutti proclamandosi fratello della propria moglie nel timore di essere ucciso. La terra, la discendenza, la salvezza di Isacco vengono donati da Dio gratuitamente; solo Dio, quando sancisce il patto col patriarca, passa tra i resti del sacrificio immolato da Abramo, a significare che l’impegno è unilaterale. È per Fede che Abramo viene salvato:

«Guarda il cielo e conta le stelle, se puoi» e [Dio] aggiunse: «Così sarà la tua discendenza». Ed egli [Abramo] credette al Signore e glielo ascrisse a giustizia. (Genesi, 15, 5-6)

Proprio la fede è il filo rosso del film Ordet di Carl Theodor Dreyer. Sullo sfondo della campagna danese seguiamo le vicende di due famiglie, una cattolica e una protestante, che, a causa delle loro differenti confessioni, impediscono ai rispettivi figlio e figlia di sposarsi. Johannes, figlio del vecchio Borgen, è impazzito dopo aver studiato (non per niente) Kierkeegard; egli si crede Gesù Cristo e ammonisce tutti, compreso tra l’altro il nuovo pastore della comunità, di non avere fede e di essere continuamente tradito proprio da quelli che si dicono suoi credenti e discepoli. Dopo la morte per parto della cognata Inger, Johannes, nella disperazione generale, amaramente rimprovera la propria famiglia di non aver avuto abbastanza fede per pregare Dio di ridare loro indietro la donna. Egli poi, tenendo per mano la nipotina, chiede prima a questa se desidera che la mamma viva, quindi, avendo ottenuto risposta positiva, in nome della fede in Gesù Cristo, si avvicina al cadavere e prega Dio di riconsegnare la donna ai suoi cari. Il miracolo avviene: Inger risorge.
L’episodio di Abramo e la storia di Ordet non ci vogliono dare l’idea di Dio capriccioso, che gioca con le sue vittime e una volta accontentato si placa. E soprattutto nemmeno l’idea di una fede tanto integrale quanto semplicistica.
Quella che ci viene data è l’immagine di un Dio che mette sempre alla prova, non facile, di cui non si può dire «io conosco». Nel racconto biblico la difficoltà è maggiore perché il figlio da sacrificare è il figlio che Dio stesso ha dato ad Abramo. Sembra che sia un Dio che chiama e non risponde. Egli dice di sacrificare e poi toglie il sacrificio da sotto le mani di Abramo. Senza contare i duri anni di peregrinazioni nel deserto, l’attesa per una legittima discendenza, quando tra l’altro l’età lo avrebbe a rigor di logica impedito. Allo stesso modo la tempesta che mette alla prova i Borgen è nientemeno che la morte di Inger, figlia, moglie e madre amata, dove per quanto forte appare la fede di Johannes, tanto debole emerge quella dei suoi familiari.
La fede vera non è mai certezza placata, è una virtù difficile, certamente da conquistare per essere fede matura: Dio non lascia mai tranquilli. La vita, la realtà è un’altra. Il male e la realtà di dolore esistono e, volenti o nolenti, non si possono evitare, anzi si devono affrontare.
Bisogna pensare al male, alle sue dimensioni storiche, che oggi abbiamo banalizzato, volgarizzato. Il male, quello vero, è altro, è quello fatto da una cultura “buona”, che trova la sua humus proprio qui. Chi ha taciuto e permesso Auschwitz era gente normale: «la cultura del male» ha attecchito tra gente per bene, tra cittadini comuni.
L’episodio di Abramo ci fa riflettere anche su questo. Non si può vedere il male e lasciare perdere, magari rifugiarsi nell’«attimo fuggente», cedere alle tentazioni del nichilismo, del «ma tanto non serve», dell’egoismo («non mi riguarda…»). Allo stesso modo non ci si può rifugiare in un egoistico integralismo, in definitiva fuori dal mondo e segno proprio di un totale vuoto interiore, che necessita di idee esclusive, intransigenti, per trovare il proprio senso di vita. Non basta dire «io mi salvo», in tutte le sue declinazioni, metafisiche, economiche, politiche, e disinteressarsi del resto.
Come fa appunto Abramo: egli non solo affronta il dolore personale, ma addirittura si prodiga perché altri lo possano evitare; egli infatti dialoga con Dio che vuole distruggere Sodoma e gli fa promettere che se ci saranno almeno dieci uomini giusti nella città questa non verrà distrutta (Ibidem, 19, 16-33). Abramo non si pasce tranquillo del patto che Dio stringe con lui, ma si guarda intorno, è interessato al male del mondo. La fede di Johannes arriva a salvare un’altra persona.
Il testo biblico ci dà, alla luce della fede, un esempio o un’etica della militanza: esorta all’impegno, a vivere nel mondo, ad affrontare il dolore nostro e altrui, ad amare per quel che si può, sapendo che magari si verrà sconfitti, ma che la vita conta, che si può e si deve lottare, che bisogna calarsi nel fango della storia perché Dio, sono parole di San Giovanni, è più grande del nostro cuore. La salvezza di Isacco e di Inger è il presupposto e il principio fondante dell’incoraggiamento che ci viene dato: essa significa proprio questo, che Dio è un Dio buono, che lotta personalmente con noi contro il male, un Dio che ama l’umanità gratuitamente.
I due episodi non vogliono dire che basta ingenuamente pregare e aver fede perché nella vita reale Isacco e Inger vengano salvati. Israele, nella sua millenaria storia, è esistita come nazione solamente durante i trent’anni del regno di Davide; per il resto ha vissuto in una condizione di esilio e latitanza, dovendo sempre affrontare profondo dolore e disperazione. Ma la vita di Abramo è esempio affinché Israele sopporti la prova, e soprattutto risvegli la sua fede in Dio il quale è sempre fedele, anche quando le circostanze sembrano in contraddizione alle sue promesse. Ed in effetti l’adempimento di tali promesse è atteso dal popolo di Israele ancor oggi.
La fede in un Dio che vuole salvare è diventata, scrive il cristiano san Paolo agli Ebrei, fede nell’incarnazione che ha già salvato e fa sì che: “Abbiamo un grande incoraggiamento noi che ci siamo saldamente aggrappati alla speranza che ci è stata proposta, la quale noi teniamo come un’ancora sicura e salda dell’anima San Paolo” (Lettera agli Ebrei, 6, 13-20).
La fede di Abramo, in forza della quale siamo chiamati ad operare nel mondo, è diventata fede nella salvezza di tutta l’umanità tramite Gesù Cristo, col quale siamo ora certi della nostra resurrezione, come proclama san Paolo nella Lettera ai Romani:
“Egli [Abramo], sperando contro ogni speranza, credette in modo da diventare “padre di molte genti”, secondo quanto gli era stato detto: “Tale sarà la tua progenie”. E senza vacillare nella fede, considerò il suo corpo come svigorito, essendo quasi centenario, e il grembo di Sara senza vita, però non vacillò per l’incredulità, davanti alla promessa di Dio, ma ne fu rafforzato per la fede, dando gloria a Dio, e sicuro che egli ha anche il potere di fare ciò che ha promesso, perciò “gli fu computato a giustizia”. Ma non fu scritto: “gli fu computato solo per lui”, ma anche per noi ai quali sarà computato, a noi che crediamo in colui che risuscitò dai morti Gesù, nostro Signore, il quale è stato dato per le nostre offese ed è risuscitato per la nostra giustificazione” (Idem, Lettera ai Romani, 4, 18-25).
Su questa certezza, la vita è fatta rinascere dalla fede, da essa risuscitata e pronta ad accogliere le sfide del mondo. E’ una vita, quella di Abramo e di Johannes, che proprio dalla fede riceve la sua pienezza; e della fertilità e fecondità di una fede vissuta in questo modo sono significative proprio le parole che concludono Ordet, le parole che pronuncia la ritrovata Inger:
“La Vita, sì… la Vita… la Vita.”

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