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ARGO N. 5_Raffaele Mirai Shonen Conan: «Macbeth al G8»

Esperienza di un gruppo di azione non-violenta nelle torride strade della città dell’assurdo

Macbeth shall never vanquish’d be until
Great Birnam Wood to high Dunsinane Hill
Shall come against him.

(William Shakespeare, Macbeth)

Forse qualcuno avrà storto il naso, guardando il titolo, e solo per consuetudine avrà continuato a leggere queste prime righe: che senso ha, dopo tutto quello che si è detto, sentito, commentato, tornare a parlare delle «giornate di Genova»? A cosa può servire, per di più, la microcronaca di un piccolo gruppo, che ha vissuto un’esperienza limitata e marginale, certo non generalizzabile ma largamente condivisa?
Forse il criterio su cui basarsi è proprio quello della marginalità, dei pochi militanti (è di questo che si sta parlando, no?) che giorno dopo giorno cercano di coinvolgere sempre più persone, aiutandole a rendersi consapevoli e capaci di agire poieticamente sulla propria vita, a partire dalle piccole cose e dalle realtà locali e contingenti.
In ragione di questo, qui di seguito non troverete un articolo commentato sul «movimento di Seattle» o di Porto Alegre, su questa realtà variegata fatta di associazioni, movimenti e singoli; non cercherò di forzare al solito semplicismo qualcosa di così complesso e multiforme. Ciò che troverete nella prossima colonna è perciò uno 
spotlight, una cronaca dalla città dell’assurdo, scritto a caldo nella notte tra il 20 e il 21 luglio 2001 in una stanza nella periferia di Genova, redatta dolorosamente da una decina di (più o meno) giovani che avevano pensato di sfilare per le strade di Genova (e il 19 l’avevano anche fatto!) portando ognuno un frassino sulle spalle. Utilizzando la celebre frase del Macbeth, «sarai perduto quando la foresta di Birnam si rivolterà contro di te», e con l’esigenza di contrapporre alla blindatissima «zona rossa» una accogliente e liberissima «zona verde», questo gruppo si è messo in contatto con Legambiente Genova per poter poi piantare i frassini di cui sopra in un parco vicino alla città. Questi lillipuziani sono andati per le tre giornate di manifestazione con l’intento di portare un contributo non-violento, qualcosa di radicalmente deciso per dare un senso al loro essere lì, in quel momento, in un modo preciso. Non è certo andata come si aspettavano, e forse sapere ciò che è successo farà comunque crescere qualcuno. Dopo questa non breve introduzione vi lascio alla cronaca.

Relazione del gruppo di affinità (Nodo Bologna – ReteLilliput)

La città dell’assurdo

Eravamo in Piazza Manin all’appuntamento con gli altri gruppi di affinità, il cui obiettivo era di fare un sit-in dinamico, contrapponendo alla zona rossa un altro mondo possibile di luci, colori e suoni. La manifestazione percorre cantando e ballando via Assarotti, fino a raggiungere le immediate vicinanze del cordone di polizia a difesa della barriera…

Ci sono molte persone in via Assarotti che continuano a ballare e cantare, ragazzi molto giovani e persone di una certa età. Passa il Pink block a margine e sfila nell’adiacente piazza Marsala. La polizia lo segue. Rimaniamo fermi in sit-in per un po’, finché si decide di lasciare il sit-in per tornare alla piazza tematica della Rete Lilliput.

Notizie dal centro stampa dei magazzini del cotone: gruppi di violenti, vestiti di nero (i «Black Block»), stanno salendo verso piazza Manin, la piazza della non violenza. Ad un certo punto compaiono poche avanguardie, poco dopo altri, ma in tutto non più di qualche decina. Dopo un breve giro di consultazione, decidiamo di contrapporci in modo non violento, per impedire che intrappolino i restanti pacifisti presenti lungo via Assirotti. La strada è praticamente cieca, tranne due vicoli, e la famigerata grata laggiù in basso. Ci schieriamo in fila, siamo circa un centinaio, con le mani bianche alzate, e iniziamo la trattativa. Interviene anche Don Oreste Benzi. I Black capiscono, promettono di cambiare direzione. Applauso liberatorio. I Black proseguono quindi in via Armellini, tranne poche retroguardie che arrivano trafelate. Mentre l’elicottero ci osserva da pochi metri di altezza, vengono lanciati i primi lacrimogeni lontano, in mezzo alla piazza. I pochi Black rimasti indietro fuggono lasciando la piazza; passa qualche decina di secondi (forse 30), durante i quali restiamo in fila, con le mani bianche alzate e bene in vista. A questo punto ci sommerge una pioggia di lacrimogeni, i pacifisti non violenti si ritraggono. La polizia sfruttando il panico indotto dai lacrimogeni si scaglia su di noi, spara ancora lacrimogeni, ad altezza uomo, ed a questo punto tutti scappano in ordine sparso. Quindi si consuma l’incredibile: le botte piovono su tutti quelli che si sono accucciati, confidando in un qualche raziocinio dell’azione della polizia. Alcuni di noi (Giovanni, Elisabetta, Luca B., Roberto) restano fermi con le mani bianche alzate. Giovanni ed Elisabetta vengono comunque colpiti, prima in piedi e poi a terra. Gli agenti si accaniscono soprattutto su Elisabetta. Altre persone intorno subiscono lo stesso trattamento, persino una signora, che mostrando il tesserino dice di essere parlamentare europeo. C’è un ferito a terra, non è permesso avvicinarsi. È presente almeno una persona che indossa la fascia tricolore, ma sembra non avere la situazione sotto controllo. I poliziotti non lo ascoltano.

Chi di noi sta tentando di allontanarsi lungo via Assarotti continua ad essere incalzato da grossi lacrimogeni lanciati a mano da pochi metri. Si cerca rifugio in un vicolo in salita, tra via Assarotti e corso Armellini. Siamo in due del gruppo (Mattia e Paolo P.), più una ragazzina in lacrime per i lacrimogeni, una signora sulla sessantina, un gruppetto di spaventatissimi stranieri. Con cautela usciamo su via Armellini, già devastata, e tutti in gruppo, a mani alzate, ci dirigiamo verso la piazza ormai invasa dalle forze dell’ordine. In un vicolo cieco un gruppetto terrorizzato se ne sta rintanato al riparo dalle cariche. Un poliziotto urla verso di noi. Chiediamo ai poliziotti cosa fare per evitare il pestaggio. Chiediamo dove andare… «Affanculo», ci risponde un agente urlando nella maschera antigas. Un suo collega sta ammanettando con le stringhe di plastica un giovane, che però non è sicuramente un Black. Poi colpisce al viso un altro giovane, che rimane immobile sull’asfalto. Finalmente ci dicono di defluire su un lato. Lentamente, senza fidarci troppo, ci allontaniamo, e ci riuniamo, in salvo.
La prima preoccupazione è ora sapere cosa è successo in fondo a via Assarotti, e telefoniamo ai nostri amici. Ci dicono di essere scappati in tempo, verso piazza Villa. Ci preoccupiamo, perché i Black sono andati proprio da quella parte. Decidiamo di andare da loro per guidarli fuori dalle zone calde. Loro sono appena arrivati da Bologna e non conoscono la città. Il tragitto verso piazza Villa ci lascia senza parole. Distruzione ovunque. Ma la cosa incomprensibile è vedere gruppi di 10-15 Black (o presunti tali) riposarsi tranquillamente ai lati della strada, in via Caffaro, in piazza Villa. Non c’è traccia di polizia, ora. Ci riuniamo agli amici e, terrorizzati, torniamo a piazza Manin passando per le stradine sulle collina.

Bilancio? Giovanni ed Elisabetta malmenati mentre erano accucciati a terra, tutti noi intossicati dai gas, scene di violenza spaventosa che ancora turbano molti di noi, con incubi e angoscia quando il pensiero torna a quei giorni.
E la delusione di chi pensava di poter portare il proprio messaggio di non violenza.
Dopo la documentazione, le nostre impressioni: non possiamo evitare di pensare che i conti non tornino, che ci sia qualcosa di aberrante nelle strategie delle forze dell’ordine. Perché questa valanga di teppisti è arrivata fino a noi? Perché ha continuato a scorrazzare per tutti i quartieri fino a sera? Come si giustifica la violenza delle forze dell’ordine su persone inermi a mani alzate, in un luogo dedicato alla non violenza?

         

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