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ARGO N. 5_Salvatore Giasone: «Introduzione»

Con questo numero della rivista vorremmo testimoniare un particolare modo di stare al mondo, di essere cittadini, artisti, intellettuali, scrittori. Per indicare invece quale sia il modo opposto, «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», lasciamo la parola a Gramsci:

Odio gli indifferenti: credo che vivere vuol dire essere partigiani. Chi vive veramente non può che essere cittadino e partigiano. Indifferenza è abulia, è passatismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva; e la massa ignora; perché non se ne preoccupa: e allora sembra che sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per ciò: che mi dà noia il loro piagnisteo da eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e soprattutto di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con le loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento delle conoscenze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la mia catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia a guardare dalla finestra mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

(Antonio Gramsci, La città futura)

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