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ARGO N. 5_Sara Nocella: «Silone: la scrittura come strumento di denuncia»

Anno 1907. In un comune rurale dell’Abruzzo – racconta Silone, nell’opera autobiografica Uscita di Sicurezza [1]  si preparano le elezioni, con relative campagne elettorali. Tra i candidati spicca nientemeno che Il Principe, proprietario del Grande Feudo.

Il «discorsetto» dei suoi agenti era semplice: «Naturalmente, dicevano, naturalmente, nessuno sarà obbligato a votare per il Principe, questo si capisce; allo stesso modo che nessuno potrà obbligare il Principe a lasciar lavorare la sua terra a chi gli voterà contro. Questa è l’epoca della vera libertà: liberi voi, libero il Principe».
Ecco manifesta la modalità in cui la libertà per il cittadino si esplica, in questa società moderna in cui democrazia diventa solo possibilità di votare un candidato potente. La doppiezza di tale sistema è evidente nella capacità del potere di fingersi costruttore di libertà. Perché, differentemente da epoche passate, in cui era dichiarata la tirannide del potente, ora si è inseriti in un circuito che, da una parte inganna il cittadino su una sua partecipazione al governo, dall’altra ricatta, in questo caso esplicitamente, procedendo per promesse.
Il conseguente ideale dell’ostrica è inevitabile: «Votiamo il principe, dobbiamo coltivare la terra, non la libertà». Ma qualche debole voce a tratti si alza: «In politica siamo tutti liberi».
E, come quasi mai succede al mondo, qualcuno la ascolta, finché Il Principe non può far altro che accontentarsi di una nomina a senatore.
Silone riferisce di questo accaduto, per delineare un mondo che insegna l’ipocrisia, il cui messaggio è l’elogio del quieto vivere, il cui più alto valore è il badare ai fatti propri.
I figli di tale società crescono in calde sale da biliardo, costruite per dissuaderli dalla «rivoluzione»; la scuola esplicita doppiezze e falsità e riversa sull’allievo la negatività della parzialità.
L’insegnamento (nella scuola cattolica) della storia è esplicitamente ostile a quello ufficiale, salvo poi, in vista dell’esame, insegnare anche le tesi contrarie.
Ciò, che può sembrare superamento della confessionalità della scuola cattolica, è in realtà falso, in quanto contiene in sé la mancanza di libertà. Non si tratta solo, infatti, di un insegnamento non libero, ma di un corpus insegnanti privo di autonomia. Questi non sono scelti solo in base a criteri meritocratici, ma soprattutto confessionali; è represso, in tal modo, il confronto, che nasce dalla pluralità di insegnamenti e di docenti.
Perciò, in tale ambiente, possono essere anche divulgate tesi e antitesi riguardanti un argomento, ma il punto di vista rimane sempre quello di chi ha la funzione di far assimilare gli pseudovalori della tesi. La crescita spirituale dei giovani non è interesse didattico, viene anzi osteggiata perché contraria alla finalità primaria del progresso: l’omologazione, la formale uguaglianza e la sopraffazione.
Questo tipo di educazione, con la sua sfacciata ipocrisia, turba l’anima più sensibile che, tra il binomio ribellarsi-essere complice, opta per la prima via e nella sua cameretta, inginocchiato davanti ad una madonnina, chiede: «Dio, non farmi mai tradire».
La sua richiesta è dettata dall’utopica convinzione che il mondo esterno possa progredire sui valori che valgono per le amicizie, gli affetti, pensare che le due vite parallele (sociale e privata) possano arrivare a coincidere.
E il canone del buon vivere sociale avvicinarsi all’autenticità della via privata.
Perché, di contro, il non-illudersi porterebbe a fare come la farfalla notturna, descritta da Marx, che «quando il sole universale è tramontato, vola verso la luce di lampada del privato».
Chi aspira, invece, alla luce del sole e non può accontentarsi di una debole lampadina, chi sfugge all’attrazione della calda sala da biliardo (discoteca-divertimentificio?) fa l’atto coraggioso di aprire i propri occhi e guardare il comodo mondo ovattato, che riscalda le cellule grigie dei suoi ospiti, gettandoli in un piacevole torpore.
Silone è questo giovane, dall’alta idea di impegno, la cui militanza è, in primo luogo, basata sulla carità, sul perdono, su una religiosità costruttiva, che abbatte ogni sopruso.
Ma la Chiesa che ha di fronte, sa solo invitare alla preghiera, non può accogliere il suggerimento di Don Orione, un umile e strano prete, che si occupa di bambini orfani e abbandonati, accogliendoli nel proprio istituto. Questo prete è uno degli uomini che più influirà sulla vocazione cristiana e umanitaria di Silone.
Don Orione aveva, dunque, spedito una lettera al papa, nella quale propugnava l’audace idea di una iniziativa cristiana tra i popoli per mettere fine alla guerra all’infuori dei governi recalcitranti. Ma il papa aveva subito dato udienza al coraggioso fautore di una simile proposta, spiegandogli l’inattuabilità del piano, «non potendo la Chiesa rivolgere ai popoli o ai soldati un appello che fosse qualcosa di più di un semplice invito alla preghiera».
Questo episodio rende più forte la consapevolezza, nello scrittore, della tragedia della condizione in cui il Cristianesimo si trova nel mondo moderno. La natura dell’istituzione ecclesiastica, con le sue contraddizioni e viltà, con le proprie fobie e stupidità, è quella di chi, pur di non trasgredire ad una regola formale, getta in pasto ai leoni il proprio compagno. E i modelli di comportamento che essa propone sono tra loro contraddittori e tutti tesi all’adesione superficiale a regole imposte e non discusse.
Nel libro è riportato, a tal proposito, un episodio illuminante, che riguarda dei bambini al catechismo che, assistendo ad uno spettacolo di marionette, vengono ad un certo punto interpellati da un diavolo-burattino che, dopo aver inseguito invano un bimbo-burattino, ne ha perso le tracce. Il bambino si è, infatti, nascosto ed ora il diavolo chiede ai giovani spettatori dove si sia rifugiato. Questi, per salvare il perseguitato innocente, rispondono impulsivamente con una bugia. La conseguenza è che il curato, accompagnatore dei bambini, li rimprovera: «Il vostro comportamento mi è dispiaciuto […] avete detto una bugia […] a fin di bene, lo riconosco, ma una bugia.» Il giovane Silone, che comprende come tutto sia in atto affinché si forgino persone inclini alla sottomissione e al disimpegno politico, questo ragazzo dagli occhi ben aperti, decide di non poter non testimoniare.
La sua «uscita di sicurezza» è, allora, la scrittura e la militanza partitica: «Fu una specie di fuga, di uscita di sicurezza da una solitudine insopportabile».
Ma questa, che è una vera e propria conversione, non può essere certamente facile. Entrare nel partito comunista significa, infatti, «rompere con parenti e amici, non trovare impiego», e, soprattutto, rinunciare ad una visione del mondo fideistica e provvidenziale, per aprirsi ad una modalità materialistica di porsi di fronte alla realtà: «Chi racconterà l’intimo sgomento, per un ragazzo di provincia, mal nutrito, in una squallida cameretta di città, della definitiva rinunzia alla fede nell’immortalità dell’anima […]. Così, all’insaputa di tutti, il mondo cambiò aspetto».
Far parte del partito comunista era far parte non solo di un partito politico, ma di una famiglia, casa, chiesa, caserma, distruggere il mondo esterno ed identificarsi con l’organismo collettivo.
La scrittura è al servizio di questa nuova funzione data alla propria vita; così egli denuncia, attraverso un’arte che non può essere solo distrazione, rifugio edonistico a finalità estetica, ma mezzo per capire e far capire.
Per parlare ai contadini legge loro Tolstoj e l’effetto è immediato! La letteratura ha la straordinaria capacità di concretizzare, in personaggi ed eventi rappresentativi, ciò che nella vita è avvertito come forza astratta e non direttamente materializzata. Il ruolo contestatorio è, dunque, intrinseco all’opera stessa. Essa è, sì, specchio della civiltà, ma dal riflesso più vivo e tangibile.
La scrittura di Silone, è, perciò, militante, è rappresentazione delle incongruenze della società, strumento della contestazione, ricerca della libertà.
E l’autore decide di scommettere se stesso su una libertà più autentica, sulla lotta del proletariato; ma, nello scommettere, tralascia qualcosa.
Non rientra nel suo gioco quel mezzo, che già una volta gli aveva permesso di trovare un’«uscita di sicurezza»: Silone non scommette i propri occhi.

– Io vi partecipo non solo come scommettitore, ma anche come giocatore: come un giocatore interamente preso dalla sua partita e che ha scommesso se stesso. Interamente, salvo gli occhi. –
– Non capisco. –
– Insomma, mi rifiuto di bendarmi. farò quello che volete, ma ad occhi aperti.

E gli occhi continuano a guardare, ad indagare, ad osservare, malgrado la volontà di illudersi, di sperare. Gli occhi vedono una nuova, cruda, verità: vedono che ogni costruzione utopica ha portato al suo contrario, vedono la fascistizzazione del partito comunista russo, vedono l’allineamento, la morte della libertà nel regno delle libertà.
Ecco allora il distacco, nonostante tutte le sue difficoltà, dalla militanza partitica, l’allontanamento da questo organismo che ha ucciso la sua ragion d’essere, in cui la libertà è, di nuovo, libertà di un Principe di comandare e dei suoi sudditi di obbedire.
Ma gli occhi sono ancora aperti, la sensibilità permane e così la voglia di vivere e denunciare. E Silone non abbandona neanche la fiducia nel socialismo:

essa è di nuovo un’estensione dell’esigenza etica della ristretta sfera individuale e familiare a tutto il suo dominio dell’attività umana; un bisogno di effettiva fraternità, un’affermazione della superiorità della persona umana su tutti i meccanismi economici e sociali che l’opprimono.

E riesce, con questi valori, su cui costruire un’ideale di società, a trovare la sua ultima «uscita di sicurezza», e di nuovo ritrova la scrittura, prosieguo della lotta, dopo il distacco dai compagni più cari, inevitabile conseguenza della fuoriuscita dal partito.
La scrittura, l’arte che contesta, milita, ma lascia respirare, non riduce ad automa corrente sotto un’insegna, né dall’altra parte della barricata impedisce tale corsa. Essa incita alla lotta, muove all’azione e permette allo stesso tempo di gridare: «Io penso».

Note

[1] Ignazio Silone, Uscita di sicurezza, Firenze, Vallecchi, 1969 (apparso per la prima volta a Roma, presso le Edizioni del Comitato italiano per la libertà della cultura, 1949).

         

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