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ARGO N. 5_Valerio Cuccaroni: «Un giornalista scomodo» Intervista a Giampaolo Milzi

Intervista a Giampaolo Milzi

In giorni come questi in cui per mezza Italia riecheggia il grido «Resistere resistere!» sarà bene ascoltare chi alla resistenza ha intitolato una testata.

Giampaolo Milzi, 38 anni, vive e lavora ad Ancona come giornalista professionista free-lance. Attualmente è impiegato nella redazione locale del «Messaggero» come cronista di giudiziaria, ma nella sua decennale carriera ha collaborato a vari quotidiani e periodici locali e nazionali, come «Il manifesto» e «Avvenimenti», ha seguito i conflitti nella ex-Jugoslavia recandosi sul posto nel 1994, 1995 e 1996, e, con un’inchiesta sulle categorie di lavoratori maggiormente esposte all’inquinamento, ha vinto il Premio «Luigi Albertini», indetto da «Il Corriere della Sera».
Nel marzo del 1993 Milzi fonda l’«Urlo – Mensile di resistenza giovanile», un giornale indipendente e autogestito che da 9 anni viene distribuito gratuitamente in 5 mila copie, ad Ancona e in giro un po’ per tutta Italia. Un giornale che nel tempo ha svolto con successo, a livello locale, campagne di controinformazione sulle droghe leggere, di sensibilizzazione all’uso dei profilattici, di denuncia dello sfruttamento dei lavoratori e dello stato di emarginazione di certe categorie sociali come i malati di mente, i carcerati, gli extra-comunitari e i senza fissa dimora. Un giornale che nel 2000 è stato insignito del Premio nazionale «Città di Cento» alla stampa locale, indetto dall’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna. Ascoltiamo dunque chi ha saputo per tutti questi anni resistere alla sua guida.

Quali sono gli ideali che guidano la tua attività di giornalista?

Caspita, questa è una domandona da convegnone, mica da intervista… Cercare di tappare qualche buco del groviera cui è ridotto oggi il mondo dell’informazione in Italia. Tra tv, radio, giornali e internet siamo di fronte ad una grandissima quantità di flussi di notizie, ma spesso viene risucchiata via la qualità dell’informazione.

In che senso «viene risucchiata via la qualità dell’informazione»?

Da parte dei media e degli operatori mediatici mancano l’approfondimento, la voglia e la capacità di andare in profondità, di fare inchieste, di avere un approccio critico alla realtà. Certi argomenti scomodi o ritenuti poco importanti o poco vendibili vengono del tutto omessi o stravolti. Quindi io cerco di non essere superficiale, di pormi domande, di scavare in profondità, di dare voce alle mille categorie alle quali è spesso negata: i giovani, gli immigrati, gli svantaggiati in genere, che molte volte fanno notizia solo in riferimento a fenomeni di devianza e di criminalità.
E soprattutto cerco di avere un rapporto diretto e sincero con il lettore, riducendo al minimo contaminazioni, influenze, interessi esterni, personali o di terzi poteri più o meno forti. Insomma, cerco di fare il medium nel vero senso della parola, di essere un ponte trasparente ed agilmente percorribile tra il mondo che racconto e chi ne vuol sapere di più. Riducendo al minimo l’impatto negativo di ciò che si dice sulla sfera personale del privato, che ha il diritto di essere rispettato il più possibile nella sua privacy e nei suoi valori fondamentali. E poi, nel mio piccolo, sono convinto che un’informazione di qualità possa aiutarci tutti a rispondere alla domanda del terzo millennio: io penso che un mondo migliore e più giusto sia possibile. Spero di poter «fare opinione» su questo.

Non ti sei mai scoraggiato avendo a che fare quotidianamente con la Realtà, così lontana, quasi nemica dell’Ideale?

Mi capita tutti i giorni. Quello che ti butta giù è la sensazione di non essere compreso, percepire uno stato di isolamento, solitudine. La gente gli ideali non li ha più, o li tiene fuori dalla realtà vissuta, relegandoli al massimo, e ipocritamente, nel mondo delle aspirazioni, senza che ne conseguano pratici comportamenti attuativi. È un circolo vizioso: la realtà è fatta dalla gente e nel contempo la influenza e la omologa nell’unico ideale davvero dominante: quello del profitto individuale. E questo a scapito della solidarietà. Per fortuna, però, mi capita tutti i giorni di riscontrare che scrivendo riesci ad accendere domande, curiosità, contraddizioni spesso anche nelle menti più omologate, dall’encefalogramma più piatto. E questo è un ottimo motivo per continuare o ricominciare da capo a fare informazione critica. Incontro quotidianamente persone che leggendo acquisiscono consapevolezza e che certe volte ti appoggiano e ti aiutano in questo sforzo costante. D’altronde sarebbe impossibile fare informazione vera senza una collaborazione da parte delle persone che animano la realtà sociale, e che spesso hanno solo bisogno di essere ascoltate o pungolate.

Quali sono i maggiori ostacoli che incontra un giornalista impegnato? Censura, pressioni politiche, forze dell’ordine?

Il tuo elenco potrebbe continuare a lungo… Già il fatto che esista gente come Fede e Biscardi iscritta all’ordine professionale e alla guida di trasmissioni tv di punta sputtana la categoria dei giornalisti in genere. Ma a parte i soliti lecchini o semianalfabeti noti, ci sono centinaia di piccoli Fede o Biscardi, anche nei giornali, protagonisti di orrori di stampa tali da indurre i cittadini a diffidare dei giornalisti, qualche volta a odiarli. Ecco perché non mi stupisco e da una parte capisco quando qualcuno a cui chiedo informazioni mi risponde «io coi giornalisti non ci parlo». La prima censura, in fondo, è un autogol deontologico di categoria, che spinge la gente a non parlare con noi. Comunque sia, poi, i giornalisti, impegnati o no, subiscono costantemente pressioni di ogni tipo, più o meno pesanti o evidenti.

Ad esempio da chi?

Si comincia dentro la redazione, quando la tua notizia viene considerata dal capo scomoda nei confronti di una categoria forte, oppure viene bollata come poco vendibile. Altre volte viene sottovalutata. Magari anche in buona fede. Ci sono molti quotidiani locali dove si ritiene più importante un banale incidente stradale di un convegno sulla fame nel sud del mondo. E allora, per motivi di spazio, si sacrifica il secondo argomento, perché si pensa che la fame nel sud del mondo non riguardi il lettore locale. Questo significa non aver capito nulla della globalizzazione. Eppure basta riflettere: magari quell’incidente è stato provocato da un marocchino ubriaco al volante, il quale si è ubriacato perché l’unica cosa che ha trovato in Italia è lo sfruttamento, senza un minimo di servizi e di solidarietà.

E le pressioni politiche?

Le pressioni politiche, poi, sono amaro pane quotidiano. Per digerirle seguo un prezioso insegnamento del mio primo capocronista: coi politici non bisogna mai assumere un atteggiamento remissivo, servizievole, adulatorio. Occorre trattarli con un certo distacco e una buona dose di durezza. Loro sono abituati al potere e ad esercitarlo sugli altri. Quando fai loro una domanda devi fargli capire che in quel momento sei tu sopra e loro sotto, sei tu giornalista, che fai le regole del gioco, che hai il potere. E devono essere regole dure. Certi politici, più li tratti male, più diventano disponibili e collaborativi. Un esempio? Se uno non ti vuole rispondere o aggira la domanda, digli che scriverai che a quella domanda si è rifiutato di rispondere, o che lo ha fatto in modo evasivo. Vedrai che nel 90% dei casi si trasformerà in agnellino. E bada che quest’esempio vale anche per altre figure di potere, non solo per i politici.

Quanto alla censura?

Basta pensare a quello che è successo a Genova al G8. Ero accreditato da due mesi dal Ministero degli Esteri. Bene, due giorni prima la questura ha bloccato il mio accredito. Roba da Cile di Pinochet! È successo a più di cento giornalisti “indesiderabili” in tutta Italia. Le forze dell’ordine, poi, spesso sono un grosso ostacolo. A volte indicono conferenze stampa, leggono un comunicato, e poi storcono il naso quando fai le domande che non si aspettano. Altre volte ti ostacolano quando sei sul posto per raccogliere notizie, arrivano anche all’intimidazione, alla denuncia. Io ne ho beccate molte, soprattutto dalla Digos. Ma anche lì, quando il gioco si fa duro devi cominciare a giocare duro, e confidare nella libertà della Magistratura. Guai ad avere paura, o far capire che ce l’hai. Fino ad ora di denunce a sfondo politico ne ho beccate parecchie, ma poi le procure hanno archiviato per «manifesta infondatezza delle accuse». Non bisogna comunque commettere lo sbaglio di fare di tutta l’erba un fascio. Un buon giornalista deve sforzarsi di parlare con tutti. Anche con le forze dell’ordine, che svolgono un lavoro prezioso per la società. Sapessi quante dritte mi hanno passato, qualche volta anche con una pacca di incoraggiamento sulla spalla. Anche i poliziotti leggono i giornali, e tanti sono andati in crisi di coscienza quando hanno visto quello che facevano i loro colleghi picchiatori a Genova.

La necessità di fondare un giornale indipendente deriva anche dalla volontà di affrancarsi dai limiti imposti da editori, capocronisti e caporedattori?

Sì. Significa soprattutto assumersi in prima persona tutte le responsabilità. Valutare eventuali compromessi solo con la propria coscienza. E soprattutto mettere in campo un progetto informativo completo e coerente, crescere professionalmente con i tuoi collaboratori in uno scambio continuo di opinioni, stimoli e contributi. Riuscire meglio, come direttore-editore, a fare ogni giorno un bilancio spietato e onesto del lavoro che stai facendo, correggere gli errori, mettersi in discussione.

A quali compromessi sei dovuto scendere?

I compromessi sono come le pressioni, pane quotidiano. Un pane che occorre in parte mangiare e saper digerire. Bisogna ridurli al minimo. Del resto è la società stessa che è basata sul compromesso. Il bene collettivo non potrebbe esistere senza il principio del compromesso. Solo la feroce e istintuale bestialità animale ne è priva. Ma il compromesso va accettato solo in funzione di un interesse prevalente, nel mio caso lo fai quando pensi che possa aiutare in futuro ad informare meglio il lettore. Un esempio? Se una fonte di cui mi fido me lo chiede, posso anche arrivare a censurare una notizia, a non scrivere, se ciò significa poterla scrivere domani, tra una settimana o un mese, in modo più completo, incisivo, approfondito. In questo caso il gioco vale la candela. E poi ci sono compromessi insiti già nella deontologia professionale: salvaguardare i minori, le categorie svantaggiate, omettere nomi, cognomi, particolari dei fatti e dei protagonisti non indispensabili per il succo della notizia e che potrebbero arrecare danni gratuiti all’immagine o ai sentimenti. Che bisogno c’è di spettacolarizzare la notizia a tutti i costi, di colorirla risvegliando attenzioni morbose e bassi istinti nel pubblico? Di schiaffare per forza, a tutti i costi sul giornale la foto di un tizio qualunque che si è appena suicidato o è morto in un incidente stradale? Eccolo, che mi viene in mente il più grande compromesso evitabile che rimpiango di aver fatto.

Raccontacelo.

Una sera, quando lavoravo da poco in un quotidiano di Ancona, un noto e apprezzatissimo oculista restò vittima di uno schianto con la sua auto in A/14. C’era poco tempo, stavamo chiudendo il giornale, occorreva fare presto. In quel caso non si trattava di fiondarsi a casa dei parenti per conquistare cinicamente una fotografia da sbattere in prima pagina. Si trattava di raccogliere notizie su di lui, per ricordare al lettore chi fosse, quali fossero i suoi meriti nel suo campo. Giusto, come no. Ma a che prezzo? Il prezzo che dovette pagare poi, a freddo, la mia coscienza, e soprattutto il prezzo che dovette pagare sua moglie fu altissimo, intollerabile. Chiamai telefonicamente a casa la donna, che non sapeva ancora dell’incidente. La polizia stradale non l’aveva ancora avvertita. Noi, in redazione, lo sapevamo già. Le dissi col massimo garbo possibile che il marito era stato appena coinvolto nel fatto. Mentii sulle sue condizioni, dissi che non avevo notizie precise sulla sua salute, ma che intanto avevo bisogno da lei di qualche notizia sul suo passato professionale. Ma non potrò mai dimenticare il modo in cui, repentinamente, la tonalità della sua voce precipitò da un sereno e cordiale «buonasera, chi parla?» a un silenzio di tomba, a frasi smozzicate, a domande singhiozzanti, via via più disperate. Colpa della concorrenza, quella mia telefonata assassina, che ti spinge a fare di tutto pur di non bucare la notizia, pur di non leggerla in esclusiva, o con più particolari, sulla testata locale “nemica”. Allora avevo 10 anni di meno, ma da quell’errore ho imparato tanto.

Cosa ne pensi della politica editoriale dei maggiori quotidiani nazionali?

Penso un po’ quello che ti dicevo all’inizio. Sono meglio delle televisioni, perché in genere c’è più spazio per l’approfondimento. Ma sono troppo uguali l’uno all’altro, ignorano o seguono superficialmente molti argomenti, soprattutto per quanto riguarda la politica estera, i problemi del sud del mondo, le questioni legate all’ambiente e alla vivibilità. E poi si autocensurano molto, perché quasi tutti controllati da editori non puri, e cioè da gente che non fa l’editore per passione e per vivere, ma per il proprio iper-tornaconto personale: imprenditori, lobby economiche. E poi mischiano la cronaca con l’opinione.

Cioè…

Vogliono apparire assolutamente obiettivi, apolitici, ma c’è molta ipocrisia: in realtà non lo sono a causa del modo in cui ti presentano gli argomenti, o non te li presentano affatto. Solo tre o quattro testate sfuggono a questo grosso limite. E sopravvivono a stento, perché non hanno dietro potenti che cacciano fuori i quattrini, perché le grandi agenzie pubblicitarie e i grandi sponsor che in realtà controllano indirettamente il mercato gli fanno la guerra, li boicottano. Un esempio su tutti? «Il Manifesto», che ogni tanto lancia campagne di sovvenzione straordinaria tra i lettori per non chiudere. Preferisco un giornale schierato, ma che ti dà le notizie che gli altri non ti danno, piuttosto che un giornale pseudo-obiettivo, ma in realtà volutamente incompleto e subdolamente fazioso, zeppo di pregiudizi e luoghi comuni, capace di distorcere i fatti e di dare fiato solo ad alcune fonti.

Altri difetti…

Tutti i quotidiani nazionali hanno più o meno un difetto comune: ci sono sempre meno inchieste, tentano di fare concorrenza alle televisioni scimmiottandone lo stile, con titoli urlati, pezzi superficiali. In questo modo perdono comunque la sfida in termini di velocità, perché le televisioni arrivano comunque prima e danno quasi in tempo reale la nuda notizia. E poi la perdono anche in termini di qualità dell’informazione. Un giornale generalista, in definitiva, è un buon giornale se cerca di fare l’interesse del maggior numero possibile di lettori, con un linguaggio semplice e accessibile, fornendo le notizie, in modo eterogeneo, e poi erogando stimoli per valutarle, e non se fa esclusivamente o principalmente gli interessi di parte del suo padrone-editore, ovvero, come dice Chomsky, mira solo a «fabbricare il consenso nei confronti dei potenti». E se è vero che l’obiettività totale non esiste (non leggerete mai su «La Stampa» di Torino che l’ultima auto varata dalla Fiat non è un granché) è vero anche che ci sono mille possibili vie di mezzo. Certo, per favorire la via a un’informazione pulita, occorre che lo Stato cambi certe regole, investa nell’informazione, incoraggi con finanziamenti e sovvenzioni gli editori puri, magari cooperative di giovani giornalisti. Non l’ha fatto la pseudo-sinistra quando era al governo, figuriamoci Berlusconi!

Se andiamo avanti di questo passo, il rischio è il monopolio anche nella carta stampata, con la maggioranza delle testate destinate a chiudere…

Una speranza in controtendenza viene dai periodici locali, come l’«Urlo» stesso, distribuiti gratuitamente nel territorio, nei luoghi di aggregazione sociale. I costi sono ridotti, riescono ad autofinanziarsi con i piccoli sponsor, che spesso sfuggono al controllo delle lobby economiche. E se la banca non ti compra uno spazio, chissenefrega! C’è sempre il pub dell’amico o il panettiere libero pensatore che ti dà una mano col suo marchio. Siamo ridotti male? Direi di sì. Ma l’obiettivo è resistere, resistere, come su un’ultima irrinunciabile linea editoriale autogestita del Piave. Agli editori lancio un appello: assumete più giornalisti, coltivate la professionalità, sfruttate meno collaboratori e precari; nel nostro settore lavoro nero e flessibilità, anche questa nera, hanno raggiunto picchi pazzeschi, e sono nemici della qualità e dell’indipendenza.

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