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ARGO N. 6_Alessio Corazza: «E-mail da San Diego»

L’America raccontata agli amici italiani

Hi everybody, guys! Mi scuso per il ritardo con cui scrivo questo mio primo reportage in terra americana, ma come immaginerete ci ho messo un po’ per ambientarmi. Citando il buon Vittorio Zucconi, raccontare l’America è come essere una zanzara in un campo di nudisti: c’è così tanta roba che davvero non sai dove pungere. È una terra veramente piena di contraddizioni, e non credete a chi vi dice che o la si ama o la si odia: la si adora necessariamente per alcune cose, la si detesta con fervore per alcune altre. Penso che un paio di esempi possano essere calzanti. Come si fa a non amare un luogo che ha delle università fantastiche, con uno staff disponibile e preparato, con delle librerie enormi da cui puoi prelevare un numero infinito di volumi per volta (e se non hanno il libro che cerchi te lo fanno arrivare in 2 giorni!), con laboratori di computer e multimediali aperti 24 ore su 24, con palestra gratis, bus gratis e il weekend perfino il taxi gratis! Come si fa d’altra parte a non odiare un posto che permette di chiamare laureati dei totali imbecilli, senza nessuna idea del mondo che gli sta intorno, con competenza specifica solo nel loro ambito, quasi fosse peccato leggere i giornali (come quel tizio – universitario!! – che mi ha chiesto chi era Che Guevara; ora, posso capire Salvo del Grande Fratello che non sa chi è Dante, ma uno studente universitario?). Quindi si ama l’America e si odiano gli Americani? Non proprio, perché appare comunque evidente che tra le due componenti c’è un legame inscindibile, diretto, di causa-effetto (lascio a voi giudicare quale sia la causa e quale l’effetto). Mi azzardo a dire che proprio questa relazione è alla base di quello io credo sia l’essenza di questo paese, ovvero la profonda tensione tra il pragmatico e il teorico, tra l’how-to o il ready-to-use e il background che gli sta alla base. E questa contraddizione emerge con chiarezza quando ci si trova impreparati di fronte a situazioni nuove e drammatiche, che richiedono lungimiranza e riflessione. È qui che il castello americano si incrina. Ma non voglio parlare di aerei contro le torri, di Bin Laden, di possibile rappresaglia in Afghanistan, semplicemente perché gli americani non ne parlano, non è per loro un problema che richiede un dibattito, un approfondimento. La loro coesione nazionale è in questo momento cementata dall’avere trovato una soluzione comune a un problema comune, tutto qui. In ogni caso, senza approfondire l’argomento, ho pensato di curare un piccolo dizionario con termini simbolici, che nel loro significato e nel loro uso raccontano molto della way of life degli Stati Uniti.

Overlap: ‘sovrapporre’, è usatissimo. Le cose da fare sono tantissime, c’è da lavorare e studiare in perenne competizione con gli altri, ma c’è anche da andare in palestra, al corso di cucina, al meeting sulla sessualità, all’incontro di baseball, ecc. Poiché qui in America è assolutamente proibito fare (ma soprattutto pensare) a due cose contemporaneamente, gli americani hanno sviluppato una invidiabile capacità di organizzare al minuto i loro impegni, senza overlappare nulla. I più girano infatti con la schedule, una sorta di griglia divisa per mezzore con tutti gli appuntamenti della giornata. Non è né un calendario né un’agenda. È un foglio bianco con linee che si intersecano, e ricordano da vicino le sbarre di una prigione.

Join: è un verbo che fa community, che trasmette quell’esigenza tutta americana di essere friendly e amico di tutti, senza distinzione di razza, sesso, nazionalità. Does it work? Non proprio, visto che al primo accenno di confidenza l’americano medio fugge come la volpe dal cacciatore. Insomma, friendly sì, friend no.

Waiting list: come dicevo, l’America è un posto molto competitivo, quindi le cose più ambite sono anche la più richieste e affollate. Ma l’America non nega una possibilità a nessuno. Centinaia di firme aspettano che anche una sola persona rinunci, pronte a buttarsi sul posto vacante come mosche sul miele. There’s how life goes, dicono qui. Penso che sia questa una componente essenziale dell’American nightmare.

Ora vi lascio, mi farò sentire al più presto. Penso che la prossima volta tratterò argomenti più leggeri, magari vi parlerò delle stranezze che ho rimarcato in questa prima settimana. Per me qui è notte, quindi, buona notte guys. I miss you.

*****

Premessa
Liberi di crederci o no.

Halloween
Le zucche scavate con gli occhi di fuoco fanno più paura quando la caccia alle streghe è in pieno svolgimento. Nonostante qui in California nessuno sembri realmente toccato dagli avvenimenti esterni, fantasmi nuovi popolano le strade, gli aeroporti e gli uffici postali. Alcuni cominciano ad alzare la voce, come le associazioni cattoliche estremiste o gli studenti Repubblicani. C’è chi appende manifesti con massime sinistre, come ad esempio, «God sent Jesus to bless America by turning everyone of you from your sins», attribuendole addirittura alla Bibbia, con un anacronismo tipicamente americano. Altri, come la Campus Crusade for Christ, un’associazione studentesca, si interroga sarcasticamente «Do you really think all religions are the same?».

In questo clima mi preparo per Halloween. L’idea del costume da Bin Laden mi viene dai più sconsigliata, in quanto inadatta alla sensibilità americana. Mi viene sconsigliato anche l’opposto costume da patriota americano, che io già mi immaginavo vestito di una maglietta (che ho visto in un negozio, lo giuro) con la faccia di Mr Bin (Laden) e la scritta «you will die soon, sick bastard», e l’immancabile mantello a stelle e strisce. Non mi rimane che raccattare qualcosa di orribile in qualche mercatino dell’usato. Ora sono il fortunato possessore di un paio di pantaloni grigi con i risvolti di peluche fucsia, e di una camicia di nylon rosa sgargiante. A chi mi chiede cosa rappresenta il mio costume, rispondo «the King of the Disco, of course».

La vigilia di Halloween scorre sorniona. Un piccolo terremoto ci ricorda che siamo sulla più grande faglia continentale del mondo, ma l’epicentro è lontano, nel deserto, e l’onda d’urto è di tale dolcezza che ci culla come un’amaca sulla spiaggia. Con il mio gruppo di amici internazionali organizziamo di andare a Downtown, il centro di San Diego, e di unirci allo street party. Il mio amico Beavis, inglese di Bristol, mi siede accanto, vestito da Rambo, nella macchina, e continua a trastullarsi con una trombetta comprata a 99 cent in un discount. Arrivati in centro, il nostro gruppo di circa venti persone si frattura, e io rimango appunto con Beavis, Luke il tontolone australiano, e qualche altro. Optiamo per entrare in un club con un gruppo funky blues che suona molto bene, ordiniamo delle birre e cominciamo a ballare. Nessuno di noi sa che stiamo per avere un incontro che sconvolgerà la nostra serata.

A un certo punto mi accorgo che Beavis ha cominciato a parlare con uno strano tipo, un tamarrone sui 45 anni, fisico palestrato e una maglietta con la scritta «Panty Man», Uomo Mutanda. In effetti, guardando meglio, Panty Man ha appese per il corpo decine di mutandine di pizzo. Lui e Beavis fanno subito comunella, e mentre il primo assorda ragazze sconosciute con strombazzate di apprezzamento, Panty Man le circuisce e le interroga sul colore e la qualità della loro biancheria intima. La comunità di intenti e di spiriti induce Panty Man a invitarci alla Panty Mantion, la sua casa, per un after party. Ci scrive le indicazioni su un tovagliolo e ci saluta, pronto per nuove avventure. Noi ce ne andiamo per raggiungere gli altri amici in un ristorante messicano. L’idea di andare da Panty Man ci spaventa e ci solletica allo stesso tempo, siamo curiosi di vedere cosa diavolo può essere un party a tema mutanda. Così decidiamo di andare, e cerchiamo di orientarci tra la ragnatela di highways e boulevards, con l’unico supporto delle imprecise indicazioni di Panty Man scritte a penna su una sgualcito tovagliolo. Ormai pronti a desistere, imbocchiamo per miracolo la via, e parcheggiamo soddisfatti. Se effettivamente c’è un party, pensiamo, non deve essere molto frequentato, in quanto le nostre macchine sono le uniche nella via, eccezion fatta per una Porsche parcheggiata nel selciato, probabilmente di proprietà della stesso Panty Man.

Panty Man ci accoglie in vestaglia, allacciata in modo blando alla cintura, che lascia intravedere un pisello di proporzioni enormi, completamene depilato, lasciato liberamente ondeggiare. Ci conduce attraverso la sua casa, di un lusso sfrenato, fino al giardino, provvisto di patio e piscina. Non c’è ombra di nessun party, ci sono solo due troioni quarantenni che, come Panty Man ci informa orgoglioso, hanno appena finito di dargli piacere simultaneo. La situazione è più che surreale. Panty Man si abbandona al palpeggio sfrenato con le zoccolone, poi ci offre premuroso delle birre. L’apice viene raggiunto quando Panty Man chiede a Yuki, una ragazza giapponese con noi quella sera, se vuole fare un bagno con lui nella Jacuzzi. L’interazione avviene con Panty Man in piedi, con il pisello enorme a pochi centimetri dalla bocca di Yuki, seduta, che appare al tempo stesso shockata e ammirata (riferirà poi di non avere visto mai niente di simile in Giappone). Il suo rifiuto induce Panty Man a concludere il lavoro iniziato prima con le baldraccone attempate, ma stavolta almeno ha la decenza di andare in camera da letto, non prima di averci rifornito di altre birre. Ci sentiamo veramente in California. Completamente in balia degli avvenimenti entriamo tutti e undici nella Jacuzzi nel giardino, e passiamo le due ore seguenti divertiti e increduli a bere birra e a fumare. Alle prime luci dell’alba decidiamo di andare. Ci asciughiamo davanti a un enorme braciere a gas nel giardino, e lasciamo la casa impossibilitati a salutare Panty Man che sta ancora scopando in camera. Uscendo passo davanti alla più grande televisione che io abbia mai visto, con uno schermo di 3 metri per 2.

Sono emerse le seguenti teorie su chi sia effettivamente Panty Man:
1) Un pornoattore in pensione;
2) Un Gigolo;
3) Entrambi;
4) Uno sfigato a cui un amico ricco ha prestato la casa, che lui passa come sua, organizzando party a base di puttane mature e studenti internazionali.

Siete invitati tutti a partecipare al dibattito sull’identità di Panty Man. La vostra visione oggettiva e distaccata potrebbe fornire spunti analitici interessanti.

Uomini e donne della terra del panministro, riconosco che sono stato assente troppo a lungo dalle vostre caselle digitali. Nella terra di Bush e Panty Man, aspettando pazienti John Walker a Capitol Hill, la mia stella splende ormai di luce propria. Alfiere della cultura italiana, dal sugo di pomodoro al lamento professionale, mi arrabatto con destrezza tra le insidie della società usa e getta per eccellenza, dove un qualsiasi problema va rimosso piuttosto che risolto. Ma non vi annoierò con retorica post-nuovo-ordine-mondialista, piuttosto parlerò di Superbowl.

Definizioni di Superbowl:
1. Finale del campionato nazionale di football americano, in cui si scontrano le due squadre che hanno superato i vari turni dei play-off;
2. Giorno dedicato al consumo industriale collettivo di hamburger arrostito nel barbecue in giardino, con televisore maxischermo e subwoofers quattro coni in posizione di massima visibilità, per assistere a un importante evento sportivo (vedi definizione 1);
3. Giornata dedicata al consumo massiccio di birra, allo scopo di far defluire il più possibile il cibo ingurgitato in quantità ancora più massicce (vedi definizione 2).
Come le definizioni 1, 2, e 3 dimostrano, il Superbowl è un evento ricorsivo. È tale anche dal punto di vista simbolico (se mi si concede una deformazione professionale, direi semiotico). E qui arriva la banalità: il Superbowl è l’America, l’America è il football, chi guarda il football mangia hamburger e beve BudLight, quindi è americano, ecc.

Ma passiamo a una nuda cronaca dell’evento:
– sabato: do 6 dollari al mio amico Luke al fine di acquistare la mia personale scorta di birra mentre assisto all’evento. Ritengo, con ingenuità, che due casse, 12 bottiglie, di Rio Claro, l’ottima birra del San Salvador venduta per soli 2.99 dollari a collo al discount, possano bastare.
– domenica, ore 10.30: come promesso, Luke mi sveglia per iniziare a prepararmi all’evento (la partita non avrà inizio che alle 15.30, tuttavia). Ha una bottiglia nella mano sinistra e mi chiama con uno strano soprannome. In Australia, da dove proviene, il consumo di alcool ha una ritualità particolare, per cui bevendo con gli amici ci sono una serie di regole da seguire. Il bere con la mano sinistra e il non usare nomi propri sono due delle oltre 35 regole che compongono il corpus legis denominato Buffalo Rules. Ognuno è giudice e può redarguire le altrui infrazioni. Ogni infrazione è punita bevendo due dita di birra, tre infrazioni di seguito comportano l’obbligo di scolare l’intera bottiglia d’un fiato.
– ore 12.30: il grasso degli hamburger comincia a colare dalla griglia, la gente comincia ad affollare il salotto di Graham, che ha il più grande televisore del vicinato, e si è per questo “spontaneamente” offerto di ospitare una quarantina di persone già ubriache a mezzogiorno di domenica. Per quanto mi riguarda, quattro bottiglie di Rio Claro già giacciono vuote ai miei piedi. Ho appena commesso tre stupide infrazioni alle Buffalo Rules.
– ore 13.30: mentre il rancio procede a buon ritmo, comincia lo show televisivo pre-Superbowl. La prima parte è piuttosto noiosa, una specie di sit-comedy molto cheesy sui valori americani e su come si integrano col football. Il mio interesse si fa maggiore quando parte il collegamento con Kandahar, dove i soldati tra una bomba e l’altra si rilassano guardando sport grazie a un collegamento satellitare. Un bastimento pieno di hamburger è appena stato accolto da uno schioccante rumore di mascelle. Dopo l’Afghanistan, è il turno dei messaggi degli ex-presidenti. Tutti, dall’ormai moribondo Reagan, al padrino Bush senior al Rutelli dell’Arkansas Clinton, mi raccontano con commozione come il football sia un ulteriore esempio (se mai ce ne fosse bisogno) di quanto la nazione è unita e solida, di come è capace di raccogliersi intorno a valori universali e genuini (football, birra, e polpette di bue). Sono così coinvolto dallo show, che dimentico di adempiere per tre volte alle Buffalo Rules. Per fortuna Luke me lo fa notare, e mi autoinfliggo la giusta punizione
– ore 14.30: un rincitrullito Paul McCartney apre lo show musicale, con una sua nuova canzone sulla libertà. George e John, dal loro nascondiglio in Sud America, hanno fatto pervenire il loro disappunto. È la volta di Mariah Carey che, appena licenziata dalla sua casa discografica e quindi in disperato bisogno di soldi per pagare l’analista, ci regala una struggente versione dell’inno nazionale, pari, per intensità, alla storica versione di Jimi Hendrix a Woodstock. Il gran finale è riservato agli U2, con Bono che, alla fine di Where the streets have no name, si apre la giacca lasciando intravedere il fodero a stelle e strisce. I casi sono due: o è rincoglionito, o è un genio.
– ore 15.30: comincia la partita. Mi sono fatto spiegare le regole del football qualche giorno fa, e comincio ad apprezzarlo. La mia squadra tuttavia, i San Louis Rams, sono piuttosto in difficoltà, nonostante siano i favoriti. Vi lascio immaginare quale punizione Luke ha in mente per i tifosi della squadra perdente. La partita procede con lentezza, tra gli insulti più pesanti ai giocatori e all’arbitro (tutto il mondo è paese). I più ricorrenti e coloriti sono probabilmente «what a cunt» (cunt è l’offesa più infamante possibile in inglese, seconda solo aCommunist) e «what a beeyach» (beeyach, ovvero come un rapper del ghetto pronuncerebbe bitch, puttana). Alla fine i Rams sfortunatamente perdono. Io già avvicino la bottiglia alla bocca, quando inaspettatamente Luke, il gran cerimoniere, chiama a sorpresa un Flasnost (penso che sia una storpiatura australiana di Glasnost – vi ricordato il buon vecchio Gorbaciov? – ed in ogni caso si ispira al socialismo, in quanto implica una bevuta collettiva). Mentre alzo gli occhi al cielo per vuotare la birra nella mia gola, ho solo il tempo per scorgere, con la coda dell’occhio centinaia di cheerleaders vestite da statua della libertà che festeggiano i vincitori, i New England Patriots (ovvero i Patrioti del New England, una squadra sulla carta scarsissima, quotata beneath the underdog, ovvero meno dei cani alle corse dei cavalli, e che tuttavia ha vinto. Potenza dei Simboli?)
Alle ore 3.01 a.m., pacific time, il Vostro vi saluta.

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