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ARGO N. 6_Filippo Furri: «L'amante indiana»

Come si mitizza attraverso un film

Se l’argomento fosse il cinema western, ci sarebbero ben altri titoli da prendere in considerazione. Ma se vogliamo parlare d’America, L’amante indiana fa al caso nostro.
1870. James Stewart è un cercatore d’oro che attraversa l’Arizona, territorio apache, atteso da un generale che ha intenzione di utilizzarlo come guida. Si imbatte in un giovane apache ferito (dai bianchi) e lo cura. Quando altri apache sopraggiungono, James e il giovane indiano sono amici, e il nostro viene risparmiato perché «gli indiani hanno il senso della giustizia»; nuovi minatori che arrivano lungo il fiume, invece, vengono massacrati, perché si è in guerra. James, liberato, raggiunge il forte, dove incontra il suo generale e un sopravvissuto all’agguato al quale lui stesso ha assistito, prigioniero degli indiani. Nessuno crede al racconto di Stewart, ovviamente. Ma lui non accetta più, adesso, che gli indiani siano considerati semplicemente dei selvaggi da sterminare. Decide di dimostrare che è possibile la pace tra apache e bianchi, si prepara «studiando la cultura e la lingua apache» a incontrare Cochise, il capo dell’unione delle tribù apache. Cochise, capo valoroso, lo accoglie e tra i due nasce una forte amicizia fatta di rispetto e onestà. Al punto che Stewart-Gamba Lunga diventa uno degli artefici della tregua tra Usa e popolo apache, accordo firmato dal generale «cristiano» e da Cochise stesso. Tuttavia, come ci si aspetterebbe, fuori dalla pace rimangono i bianchi e gli indiani intransigenti (per capirci, gli indiani di Geronimo, quelli del Nuovo Messico). Il film finisce con Stewart che, dopo avere perso la moglie indiana in un’imboscata organizzata dai bianchi per uccidere Cochise, sacrifica la propria vita per la pace.

America.
Una pace, certo, per modo di dire, visto che la guerra con gli apache termina definitivamente nel 1886 con la resa di Geronimo e con la conseguente conquista del West da parte degli Stati Uniti; con Buffalo Bill che girerà l’Europa con il suo Wild West Show. Con gli indiani segregati in riserve assolutamente non autosufficienti.
Ma per un film girato negli anni Cinquanta è tutto perfetto. È perfetto perché non è il film della frontiera come limite da superare, come linea mobile verso il Pacifico; non è più il massacro indiscriminato dei pellerossa, ostacolo fisico e ideologico alla conquista del Nuovo Mondo, non è Wounded Knee (che comunque sarà nel 1890) né Little Big Horn. Gli apache sono un soggetto politico, hanno un territorio, hanno un capo diplomatico, non si può sparare e basta.
Negli anni Cinquanta L’America che vuole esportare il suo mito nel mondo, la coca cola e i jeans, deve rielaborare, rivedere la creazione del suo stesso mito. Perché di mito si tratta, alla fine. L’americano è chi si sente americano, in buona sostanza (senza entrare nell’ambito di emendamenti e costituzione); l’americano è chi l’ha fatta, l’America, o la sta facendo. L’americano non è l’invasore (culturale o materiale: Europa, Corea, poi Vietnam e via dicendo), non è il cacciatore di indiani bisonti, non è il disperato che cerca una terra di nessuno da possedere. Certo, l’indiano non è più il cattivo selvaggio ignorante, non è il sanguinario che colleziona scalpi (ma anche i bianchi pagavano fior di quattrini per uno scalpo apache).
L’americano è James Stewart che si avvicina con rispetto alla cultura indiana, che ne impara la lingua, ne rispetta i costumi (scena quasi comica, nel film: Stewart-Gamba Lunga spiega al generale bianco, ospitato nel campo di Cochise per firmare la tregua, che quella che stanno mangiando è carne di pony. «E che cos’è un pony?», chiede il generale buongustaio adattivo; «Un cavallo nano», risponde Stewart. Il generale cristiano quasi si strozza, ma poi mangia). L’americano cerca il dialogo con il diverso, ne accetta la diversità, si racconta; James riesce a ottenere da Cochise il permesso di far transitare i corrieri postali attraverso il territorio apache «perché voi per comunicare da lontano avete i segnali di fumo, noi usiamo queste», e gli mostra una lettera. Promette che non useranno la posta per messaggi di guerra, per quelli c’è il telegrafo.
L’americano capisce, ascolta, è il Nostro che si preoccupa di curare nel deserto un apache ferito (dai bianchi, quelli cattivi, quelli meno americani), senza pensare a razza né a niente. Il giovane indiano impugna il coltello per difendersi, James lo disarma e lo disseta (e io penso a Ben Hur).
Cochise è l’indiano, coraggioso e intelligente, saggio e ragionevole. L’indiano che vorrebbe la pace, l’indiano che accetta l’aiuto dell’uomo bianco, l’indiano fedele, l’indiano che conosce la giustizia. Gli estremi o sono indiani rinnegati, che vivono di furti e razzie, Geronimo che si sposta verso il Messico, oppure ottusi razzisti assassini bianchi, che cercano di uccidere Cochise a tradimento, che vogliono la guerra (come Geronimo), che falliscono e fuggono guarda caso in Messico per non essere impiccati. In America rimangono solo i buoni.

Certo, James Stewart perde la moglie indiana, ma paradossalmente diventa il simbolo della pace tra bianchi e apache. Come a dire, indiani e americani amici sì, ma un bianco sposato a una squaw è impossibile (l’aveva dichiarato anche Cochise di fronte ai due innamorati: «Dove andrete a vivere, tra i bianchi dove lei rimarrà per tutti una selvaggia, tra gli indiani dove tu, Gamba Lunga, sarai sempre un bianco assassino?»). Allora il finale tragico può diventare il finale più ragionevole. Perché non sarebbero mai vissuti felici e contenti. Allora James alla fine del film si allontana, simbolo della pace ma fatalmente solo. La moglie, uccisa dai bianchi, era apache.

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