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ARGO N. 6_Fred Kudjo Kuwornu: «Modi di consumare cibo negli States»

Nell’estate/autunno del 2000 ho vissuto negli USA, precisamente a New York, per circa tre mesi.

Ho abitato nella zona di Pelham Parkway, situata nel Bronx a nord di Manhattan. Ero partito dall’Italia per trascorrere una vacanza di due settimane e poi, rapito dal sogno americano, ho deciso di prolungare il mio soggiorno per altri due mesi e mezzo, il tempo giusto per non superare la data del visto turistico in mio possesso. Mi sono quindi procurato il classico lavoretto di cameriere all’interno di un ristorante gestito da italiani chiamato Boom, che si trova a Spring Street nella zona di Soho, per poi diventare nelle ultime tre settimane una sorta di p.r. di questo locale. A New York è veramente facile trovare un’occupazione del genere. New York è una città fondata sulla ristorazione nel senso letterale del termine. Ogni trenta metri è possibile entrare dentro un ristorante, o un fast food, un grocery (specie di rosticcerie/drogherie), o trovare un carrettino che vende hot dog agli angoli delle strade, e tutto questo ventiquattro ore al giorno.

La prima cosa che ho fatto una volta arrivato all’aeroporto J.F.K. di N.Y. è stata quella di prendere un caffè con una gigantesca ciambellina ricoperta di zucchero (Donut). Mi viene servito un caffè di circa mezzo litro contenuto dentro un barattolo di plastica.
In uno slang labiale americano che corre alla velocità della luce la cameriera mi chiede che zucchero preferisco metterci tra quello normale, di canna di Cuba o di canna africana, dietetico, diabetico, di fruttosio e di altri due o tre qualità che non riesco a capire. Mi sento colto di sorpresa e non sono in grado di prendere una decisione, così per fare prima le rispondo che lo prendo amaro. Ma non è finita qui. È il turno del secondo round di richieste riguardo a che tipo di cream (panna) voglio aggiungere nel caffè tra: normale, scremata, dietetica senza zuccheri ma con i grassi, dietetica senza grassi (low fats) ma con gli zuccheri, di soia, aromatizzata al cioccolato o alla vaniglia. Insomma, da quella esperienza mi sono reso conto che in America ordinare una cosa da mangiare se non si hanno le idee chiare diventa un’impresa, perché tenderanno a offrirti la stessa cosa in cento varianti differenti. Nei giorni seguenti ho capito che tutto ciò è fatto non per aggredire il cliente, ma per dargli la possibilità di scelta.

Qualche giorno dopo il mio arrivo, Massimiliano, il gestore del ristorante italiano dove avevo iniziato a lavorare, mi ha spiegato molte cose su come gli americani, come clienti, sono molto «differenti». Ovviamente lui intendeva «differenti» dal punto di vista di target del suo mercato. Mi ha detto che non bisogna dare per scontate la provenienza etnica e la religione del cliente medio americano, il quale può essere islamico, ebraico, protestante, indù, vegetariano, irlandese, afroamericano, italiano, eccetera. Per andare incontro all’eterogeneità della clientela, nel suo locale gli spaghetti con il ragù sono proposti con diverse salse differenti. C’è n’è una di macinato di solo manzo per non scontentare gli islamici che non possono mangiare carne di maiale, una di carne kasher (rito di macellazione ebraica) per gli ebrei, una senza manzo per gli indiani, una più piccante con aggiunta di pollo per gli afroamericani caraibici. In America, mi ha detto Massimiliano, si ragiona per stereotipi, ma si cerca in partenza di non discriminare nessun cliente. Tutto questo è fatto per massimizzare il profitto, ma allo stesso tempo si tiene conto delle diverse abitudini alimentari dello variegato popolo americano. Se un ristorante di cucina etnica, sia esso italiano o cinese, fosse fedele ai dettami della sua cucina, finirebbe inesorabilmente per avere clienti che provengono esclusivamente dalla sua comunità e qualche curioso statunitense D.O.C., ma niente di più.

Con i primi film americani, ma anche con alcune produzioni italiane (Un americano a Roma con Alberto Sordi, per esempio), si inizia a credere nel potere magico che può avere la loro alimentazione: «Mannaggia gli americani so’ forti perché magnano mostarda, latte, hamburger». Passeggiando per le strade di N.Y. mi viene in mente la frase di quel film, e penso a cosa credevamo noi italiani sul modo di mangiare degli americani, credendo che mangiassero solo hamburger e così sottovalutando la nostra formidabile invidiata dieta mediterranea. Vedendo le sit-com e le fiction tv di fine anni Settanta inizio Ottanta, prime fra tutte Happy Days e i vari polizieschi, mi ricordo il desiderio che noi ragazzi avevamo di mangiare come gli americani, di andare nei primi fast food che da lì a qualche anno sarebbero sorti in Italia (Italy and Italy, Quick, Burghy). Adesso anche la grande distribuzione si è adeguata a vendere sugli scafali dei supermercati i primi prodotti made in USA (ketchup, panini, cookies, gli immancabili cereali per la colazione).

Immaginare il cibo americano equivale a immaginare la libertà. Il cibo americano ora non è più irraggiungibile come una volta, anzi le multinazionali lo esportano dappertutto, magari mediato dal gusto europeo (l’hamburger McDonald’s che si mangia in Italia è diverso da quello americano e da quello tedesco, per esempio).
L’unica differenza tra il modo di vendere e pensare il cibo che esiste tra noi italiani e gli statunitensi resta la possibilità di scelta. Alla base del marketing americano vige la regola della soddisfazione del cliente, che si genera dandogli la possibilità di credere di avere fatto un ottimo acquisto tra le mille scelte che ha a disposizione.
A N.Y. mi è capitato più volte di entrare in un ipermercato di una famosa catena americana (MART) e di notare che di un prodotto e di una marca esistono mille varianti. Della marca di cereali Kellogg’s ne esistono almeno una ventina. I clienti americani sono in grande numero, di razza e cultura diverse, e questo è sempre tenuto in considerazione dai grossi produttori.

Credo che il mito americano almeno nel cibo non esista più: come in molti altri campi, sono caduti parecchi stereotipi (i jeans di una marca italiana, Diesel, sono diventati più famosi di quelli americani, e loro li preferiscono persino ai Levi’s – questo anche per dire che noi italiani non ci accorgiamo a volte del valore dei nostri prodotti).

L’unica differenza credo sia l’importanza che gli americani danno al mangiare fuori nei ristoranti, i quali sono considerati come luoghi dove vivere un’esperienza unica. Spesso sono dei veri e propri templi del design, progettati dagli architetti di maggior grido, arredati con stile e maniacale cura per gli accessori, i quali devono essere unici. Non si va al ristorante di sera finito il lavoro solo per sfamarsi. Ci si va per divertirsi, per vivere emozioni di benessere, osservare come sono serviti i cibi, comunicare alla gente il proprio status.
Credo che la tendenza di noi italiani di seguire le mode che vengono dagli USA si tradurrà in un nuovo modo di concepire il design dei ristoranti, al quale al momento non si dà molta importanza, cercando di renderli sempre più caratteristici, moderni.
Conosco un mio amico italiano che lavora in un ristorante di cucina indiana, di proprietà svedese, con cuochi italiani. All’americano interessa che il cibo abbia una parvenza di etnico e sia servito da personale che rappresenti quell’etnia, ma non si cura molto del resto. Ecco perché puoi imbrogliare un americano sui contenuti se l’immagine è studiata nei minimi dettagli. Il consumatore di cibo americano piuttosto che comprare una portata acquista un’immagine, e si sente da lei gratificato. A N.Y. sono ormai molti i locali a proporre cucine internazionali mescolate fra loro, a discapito della cucina americana e della indimenticabile fettina di manzo al barbecue (l’equivalente culturale dei nostri spaghetti). La cucina tradizionale americana fino a qualche decennio fa era basata molto sui cereali, sulla carne di manzo, i biscotti, le crostate.

Ritornando a New York l’anno scorso per una breve vacanza di dieci giorni ho notato che dall’undici settembre è cambiato il menù di molti ristoranti. Sono scomparse le portate più chic (aragoste, champagne, caviale), come se fosse necessario un periodo di quaresima dagli eccessi che fanno parte della loro vita.

         

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