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ARGO N. 6_Giacomo Bottà: «Fascinazione per il mito americano in Germania negli anni Sessanta»

Il Mito americano ha avuto un primo periodo di diffusione in Germania negli anni Venti e Trenta. Le foto di Bertolt Brecht, con giacca di pelle e sguardo da pugile protomarlonbrandiano o il successo delle orchestre di swing e jazz, sono prove evidenti di una fascinazione e di una curiosità profonda per la cultura d’oltreoceano, che pervadeva la società tedesca prebellica, soprattutto nella capitale Berlino.

Il Nazismo bolla successivamente tutto ciò che arriva dagli USA come degenerato, contemporaneamente però la maggior parte di artisti ed intellettuali costretti a fuggire dal regime, trova rifugio e spesso successo (come nel caso di Kurt Weil o di molti produttori cinematografici) proprio oltreoceano.
Per quanto riguarda invece l’influenza del mito americano nella Germania occidentale post-bellica ci si trova di fronte ad una dualità di fondo: da una parte infatti la ricostruzione culturale della repubblica federale ha avuto dei capisaldi autoctoni come la «Frankfurter Schule» di Adorno, Horkheimer e Marcuse, fortemente ostili nei confronti dell’America consumistica dei regular guys e del jazz, dall’altra i campi di marines, sparsi su tutta la superficie della federazione, hanno fatto sì che la cultura americana si diffondesse in maniera molto più veloce che in altri stati non interessati dalla denazificazione e dalla difesa dalla minaccia sovietica.
Dal punto di vista della pura pratica letteraria ufficiale sembra difficile, negli anni Cinquanta, trovare dei riferimenti al mito americano, rigettato, appunto, in nome di una continua e programmatica revisione del passato tedesco, alla ricerca dei perché e all’insegna del nie wieder (mai più).
Una svolta importante è rappresentata, negli anni Sessanta, dall’intervento di un giovanissimo Peter Handke, ad un incontro della Gruppe 47 (di cui facevano parte, tra gli altri, Günter Grass ed Heinrich Böll) a Princeton, in cui l’autore polemizza ferocemente con l’apparato di scrittori, critici e editori del gruppo, accusandoli di impotenza descrittiva e auspicando una nuova letteratura basata sul formalismo.
A queste confuse rivendicazioni teoriche l’autore abbina però un abbigliamento (capelli lunghi, giacche attillate) e l’utilizzo di determinate pratiche artistiche (happening) che sono chiaramente di origine anglosassone.
Non rimarrà solo: Rolf Dieter Brinkmann pubblica Acid, antologia di nuovi americani (tra i quali Ginsberg, Burroughs…), che avrà naturalmente gli stessi problemi con la censura delle traduzioni italiane di Kerouac a cura di Fernanda Pivano. Egli si afferma come autore grazie a collage, a poesie e racconti fortemente influenzati dal Beat e dalla Pop Art; riconosciuto il suo talento, ottiene addirittura una borsa di studio presso la Villa Massima di Roma dove realizza Rom, probabilmente il suo lavoro più significativo.
Hubert Fichte ad Amburgo frequenta la Reperbahn, nei cui infimi locali suonavano giovani inglesi fatti di anfetamine, che successivamente decideranno di chiamarsi Beatles, e scriveDie Palette, resoconto beatnik delle avventure di un gruppo di amici che si ritrovano nel bar che dà il nome al romanzo.
Anche in questo caso (come in Brinkmann) ci troviamo di fronte ad un tipo di scrittura che tenta di riprodurre lo slang subculturale delle grandi città, su ispirazione della mistificazione delle esistenze ai margini, tipiche della letteratura americana degli anni Cinquanta e Sessanta.
Fichte è anche il primo autore ad organizzare un reading in una sala concerti: nel 1966 allo Star Club di Amburgo legge il manoscritto di Die Palette, accompagnato dal gruppo rockThe Zodiacs, davanti a 1500 spettatori.
Un caso altrettanto eclatante è quello dell’autore di culto Jörg Fauser, che negli anni Sessanta e Settanta, oltre a condurre una vita disordinata che lo porterà ad una morte prematura (investito da un camion su un’autostrada dove stava barcollando ubriaco), porta avanti una scrittura assolutamente documentaristica (come nel caso di Fichte) fortemente ispirata dall’amico Charles Bukowski. La foto che ritrae i due, con le rispettive compagne e con i rispettivi cocktails, alle corse dei cavalli, è sicuramente esemplificativa per le somiglianze dei due tipi di scrittura.
Per quanto riguarda la difficile ed osteggiata propagazione del Mito americano all’interno della Germania Orientale, basti ricordare Die neuen Leiden des jungen W. di Ulrich Plenzdorf, con protagonista il giovane e scapestrato Wibeau, senza ideali, ossessionato dallo stile di vita americano che è riassunto nella feticizzazione di un capo d’abbigliamento «mito d’oggi»: i blue jeans.
La scrittura di Plenzdorf è fortemente influenzata dalla traduzione tedesca, a cura di Heinrich Böll, di un libro arrivato clandestinamente nella DDR: The catcher in the Rye (in Italia noto come Il giovane Holden e in Germania come Der Fänger im Roggen) di Salinger, opera che in tutta Europa è stata fondamentale per canonizzare determinate tipologie del mito americano come la coolness od il concetto di beautiful loser che ancora oggi pervadono molta della produzione culturale tedesca (basti pensare ai primi film di Wenders) e, più in generale, occidentale.

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