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ARGO N. 6_«Introduzione»

In memoria di Guido Guglielmi


Siamo di nuovo qui. Per l’ultima volta però. A meno che non si tratti di un miraggio, infatti, abbiamo raggiunto la nostra meta, il porto d’arrivo (Argo era una nave, ricordate?): non è forse un Impero in fiamme la terra in cui siamo nati e cresciuti? Se non vogliamo considerare il fumo nero, denso e materiale, che si è alzato l’undici settembre dal centro economico dell’Impero, non possiamo certo ignorare infatti il fumo verde, volatile e immateriale, dei miliardi che da mesi vengono bruciati nelle varie Borse occidentali, nonché lo spettro di un nuovo imminente conflitto bellico. Ma, mentre fiamme e fumo sono evidenti, perché parlare di «Impero»?
Potremmo rispondere che ormai lo fanno correntemente tutti i giornali, ogni volta che si accenna agli Stati Uniti e al loro ruolo di «gendarmi del mondo»: più di un opinionista in questi casi non esita a parlare di «impero americano». Ma si sa i giornali amano esagerare e i più accorti non si lasciano ingannare da certo sensazionalismo. Il nostro compianto maestro Guido Guglielmi, per esempio, non si stancava di ripeterlo: «non esiste nessun Impero americano, la vera bestia è il capitalismo ed esso è internazionale».

Aveva ragione Guglielmi, il quale detto per inciso era in procinto di partire per gli Stati Uniti come un novello erudito sulla strada di Roma, non esiste nessun «Impero americano», ma non perché non esiste effettivamente un Impero, bensì perché l’Impero in cui viviamo è un soggetto politico mondiale e non prettamente americano. Ma, se è vero che non possiamo parlare di «Impero americano», non possiamo fare a meno di costatare che nell’Impero in cui viviamo «gli Stati Uniti occupano senz’altro una posizione privilegiata», come fanno notare Toni Negri e Michael Hardt nel loro libro Impero (la cui lettura si consiglia a tutti coloro che vogliano approfondire l’argomento).
Ma noi non siamo economisti, né politologi, ciò che a noi interessa in questo momento, più che i sistemi politici, è la Cultura. Ed è osservando principalmente la cultura italiana in tutte le sue manifestazioni, dalle feste popolari agli spettacoli, dalle trasmissioni televisive alla cucina, dall’abbigliamento alla letteratura, che abbiamo costatato la sua ovvia appartenenza a un Impero fortemente condizionato dalla cultura americana ovvero, semplificando, a un Impero americanizzato.
Tale ovvia constatazione però nella maggior parte dei casi non conduce ad altro che alla rassegnazione e all’accettazione. In noi invece essa continua a ingenerare preoccupazione ed esigenza di comprensione. Preoccupazione per la nostra identità collettiva così come per quella individuale, minacciate entrambe nel loro sviluppo autonomo dalla pervasiva cultura americana, la quale da apportatrice di aperture e novità, da venti anni a questa parte, con il trionfo incontrastato del consumismo anche in campo artistico e culturale, per tutti noi essa è divenuta esclusivamente nociva. Naturalmente dicendo ciò non vogliamo in alcun modo condividere posizioni nazionaliste. Piuttosto rispondiamo alla nostra esigenza di comprensione. Sicuramente però non vogliamo bearci della nostra condizione, magari aderendo come molti altri artisti e intellettuali, all’estetica dell’inautentico. C’è chi gode e prospera (l’artista businessman?) esaltando la disumanizzazione e il futuro ipertecnologico.
Noi no. Noi che abbiamo ancora lo sguardo rivolto al passato, noi che crediamo che il futuro sia il tempo dei progetti da realizzare, non un presente da rincorrere con macchine sempre più veloci, noi vorremmo essere uomini. Poi magari qualcosa di più, di meglio. Ma intanto cerchiamo di essere uomini ovvero di essere coscienti della nostra natura di ginestre ai piedi di un vulcano. E se l’Impero è in fiamme, gli uomini-ginestre si allarmano, si guardano intorno, eventualmente si stringono gli uni agli altri.
Non è ancora tardi, l’incendio sta distruggendo i nostri risparmi, i nostri sogni, ma si può ancora rifiorire. «Argo» però è uno strumento d’esplorazione, non di progettazione.

Coscienti dei nostri limiti, eccoci allora qui a proporre le nostre «cronache», riservando ad altro tempo ed ad altro strumento il compito di avanzare soluzioni.

Sarà bene ora dunque fornire qualche chiarimento sulla struttura di questo numero della rivista. Come si diceva, dopo aver costatato l’ormai quasi completa americanizzazione della cultura italiana, abbiamo cercato di scoprirne l’origine. Molto utile in questa operazione di ricostruzione ci è stato un articolo di Umberto Eco uscito qualche anno addietro su «l’Unità» (sempre acuto, forse allora un po’ meno integrato di oggi), che per altro potrete consultare integralmente all’indirizzo:
<http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD= TUTTIEDI&TOPIC_TIPO=E&TOPIC_ID=2689>,
in cui lo studioso riprende un suo vecchio saggio sul Mito americano e sulla sua valenza per tre generazioni della sinistra italiana. In altri parole una storia della diffusione del Mito americano in Italia. Già noto ci era il ruolo preponderante svolto in questo senso da Elio Vittorini, il quale ricordiamo che nel 1941 diede alle stampe per Bompiani l’antologia Americana(censurata, ma non sequestrata, dal Fascismo). Con quell’antologia Vittorini fece scoprire ad alcuni giovani italiani l’America e come scrisse Cesare Pavese, coinvolto anche lui come traduttore nella redazione di Americana, contribuì su «l’Unità» del 3 agosto 1947 «per molta gente l’incontro con Caldwell, Steinbeck, Saroyan, e perfino col vecchio Lewis, aperse il primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci…». Certo, come scrisse Calvino, era un’«America dei letterati […] un simbolo complesso di tutti i fermenti e di tutte le realtà contemporanee, un misto di America, di Russia e d’Italia, con in più un sapore di terre primitive», ma era un Mito che ha servito a molti per evadere dalle angustie della cultura fascista e di sperare in un nuovo mondo, in una terra di libertà, di fratellanza e uguaglianza.
E tutto ciò l’America lo è stata a lungo, per almeno tre generazioni della sinistra italiana (paradossalmente antiamericane, ma pur sempre cresciute all’ombra del sogno americano, come ricorda Eco), cresciute leggendo i narratori americani, vedendo film americani, ascoltando musica americana (prima jazz e poi folk) e «coltivando un’immagine mitica e affettuosa dell’America».

Sarà allora utile – per capire in che modo gli scrittori tradotti da Vittorini e Pavese abbiano contribuito a creare questo Mito, in definitiva progressivo, foriero di rivoluzioni e trasformazioni radicali della cultura e della società occidentale – leggere gli articoli di Chiara Frezzotti e Daniela Shalom Vagata, ispirati l’uno alla figura di Walt Whitman, poeta della trasgressione, cantore dell’individualismo, della democrazia e dell’omosessualità, l’altro a Francis Scott Fitzgerald, scrittore dall’Età del Jazz, epoca di grande emancipazione, di liberazione dai rigidi costumi puritani.
Ma sarà utile anche leggere l’articolo di Filippo Furri, che mostra l’altra faccia del Mito americano, quella più subdola, quella veicolata da certo cinema, quale ad esempio il western “buonista” (L’amante indiana, il film analizzato da Furri, si colloca proprio all’interno di questo genere), in cui si cerca di mascherare le nefandezze compiute (e che si continueranno a compiere, in Corea, Vietnam, ecc.) nei confronti dei nativi americani, mostrando un’immagine di sé, in cui è sì presente la componente distruttiva e prevaricatrice, ma in cui poi risulta vincente il presunto «vero» spirito americano, quello tollerante e fraterno.
Ma anche in questo caso abbiamo ancora a che fare con il Mito americano progressivo, potenzialmente rivoluzionario: in realtà esiste un altro Mito americano, quello che si è imposto in maniera incontrastata negli anni Ottanta: il Mito consumista, il Mito del superuomo e della supermerce, così ben visibile nei film, come nel predominio commerciale dei prodotti e deifastfood americani. Mito ormai fatto proprio da tutti gli Stati occidentali.
Tutto ciò sarà documentato dalla seconda parte della rivista, divisa a sua volta in due sezioni: Testimonianze dal centro dell’impero e Testimonianze dalla periferia. Alla fine due racconti, entrambi testimonianze di una percezione alienata della realtà contemporanea, assurda e disumana, e una poesia “illuminante”…

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