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ARGO N. 6_Marco Benedettelli: «La città di Fritz»

Fritz s’era appena svegliato e con gli occhi impiastricciati era andato alla finestra per fumare, sul davanzale l’aria fresca gli baciava il volto gonfio dalla notte. Fuori tutto era identico, i palazzi geometrici perfetti giacevano nell’orizzonte opaco e gli alberelli frusciavano appena al vento lieve, le macchine sibilavano quasi pigramente e nel cielo c’erano dense nuvole biancastre. Fritz era vagamente stordito, nel dormiveglia mentre si girava nel suo letto gli era arrivato il rumore morbido delle gocce di pioggia che sbattevano sui vetri della finestra e questo leggero tamburìo gli aveva richiamato alla memoria non so che nostalgia.

Aveva Fritz quel giorno da sbrigare qualche impiccio e badare alle sue piccole mansioni, tra poco sarebbe uscito dalla porta e poi la città con tutti i suoi semafori e il reticolo di strade, le luci fluorescenti e i miliardi di oggetti accatastati, si immaginava tra le strade a muoversi ed ebbe una piccola vertigine un ondeggiamento al pensiero della successione dei banali gesti con cui tra i muri sarebbe andato avanti tra gli incroci e i palazzi accumulati nella proliferazione incontrollabile di angoli e dimensioni della luce, tra i giochi curveiformi degli oggetti in movimento e il microcosmo dei balconi, gli si sgranava nella mente un rosario di immagini nella spirale delle forme labirintiche.
Entrò nell’ascensore e fece sette piani scendendo in verticale, anche quella volta lesse con perizia gli avvertimenti incisi da qualcuno sul metallo ed avvitati sopra ai bottoni.
Fuori i netturbini avevano svuotato i cassonetti e i palazzi tutti identici nelle loro proporzioni cubiche occupavano in grappoli lo spazio circostante.
Fritz scese le scale della metropolitana che sprofondavano nel sottosuolo e l’aria polverosa di quegli androni impiastrellati azzurro gli si incuneò nel naso, sembrava una piscina vuota con tanti corridoi, poi prese il suo treno giallo scintillante e si appoggiò in un angolo di spazio in mezzo a tanta gente che vagheggiava i ghirigori della mente.
Il treno attraversava il ventre dell’oscurità e Fritz ciondolava il capo agli impercettibili sobbalzi. Intorno a lui qualche giornale diceva titoli di guerra e di bombardamenti e Fritz non sapeva più cosa pensare che tutto era messo a lui lontano e il mondo offeso gli scivolava via da sotto i piedi. Un uomo lì di fianco blaterava guardando il finestrino, muoveva la bocca piano e Fritz si mise ad ascoltare, diceva a piccole parole farfugliate di quando era partito verso un altro continente e come era calmo il mare il giorno che era arrivato. Una ragazza con un cappotto nero aveva gli occhi grandi e chiari e il collo bianco, teneva le mani sulle gambe e poi uscì alla sua stazione, Fritz la seguì un attimo con gli occhi mentre camminava via, poi il treno ripartì e l’accelerazione la inghiottì nella distanza colmata dall’accumulazione di altre immagini.
Nella stazione i binari brulicavano di corpi e il rumore e il clangore e le luci intermittenti e la volta intricata di tubi di metallo del soffitto e i negozi luccicanti d’ogni oggetto era un organismo ad orologeria nel quale scivolare dentro e diventare un piccolo tassello dell’esplosione delle forme senza destare sospetto o compassione. Fritz passava tacito e leggero e camminava nella galleria d’uscita come stordito, distratto e assorto dal flusso delle immagini che gli scorrevano dentro nei tessuti cerebrali per esser poi ingurgitate in qualche milligrammo cellulare e scomparire. Salì le scale e il sole un attimo gli fece storcere gli occhi.
In quel luogo s’incrociavano le arterie principali dalle quattro direzioni e sopra il cielo vibrava la sua luce tra i palazzi di vetro e di cemento. Fritz andava per quelle strade lucide per quei gomitoli di marciapiedi in diramazione. I treni e semafori e le vie sotterranee e i tubi appesi nell’aria e le vetrine, le scritte sui muri e uomini e donne e flussi metallici d’automobili in fila gorghi d’incroci coi binari di ferro avviluppati in un vortice, le insegne al neon intermittente e gli androni con gente che entra e che esce e case stanche e sventrate, i vecchi più lenti dal viso scavato coi cappelli ed i bastoni i bidoni dell’immondizia gli edifici monumentali e le signore dai tacchi appuntiti e le cicche di sigarette e torri alte nel cielo, gli orologi sincronizzati e la puzza di piscio e di carne oppure di fiori, chioschi colmi di cibo pulsante e i cartelloni con giovani belli e le scale di ferro qualcuno fermo e altri che andavano in fretta, Fritz si fermò a sedere su un gradino e guardava la gente passare e sbirciava tra le linee dei loro sguardi per capire da dove venisse il frullo di tanti pensieri, una bambina con le scarpe rosse saltellava come un colibrì canticchiando una filastrocca con degli elefanti e due uomini magri dai radi capelli confabulavano accanto ad un palo, una vecchietta piena di buste di plastica mezze vuote muoveva il suo corpo stringendo le labbra a regolari intervalli, allora Fritz per un attimo sentì come frangersi qualcosa nel petto, si passo tra le dita i bottoni della sua giacca e immaginò che fossero occhi, i suoi occhi e gli occhi incontrati per strada, occhi come bottoni che spuntano sugli alberi in fiore.
Poi Fritz si rimise in cammino, guardava il bianco dei palazzi nuovi mentre le macchine frusciando passavano. Fritz voleva partire da quel luogo e abbandonarne le forme squadernate, andare verso i quartieri vecchi e anche oltre, fuori fino alla campagna dove i palazzi risucchiati tra le strade non ci dovevano essere e c’era qual cos’altro. Fritz salì sul tram 195E che procedeva nei sottili solchi di metallo imbullonati sulla strada. Guardava la città scivolargli di fronte al naso e le insegne dei negozi strisciare via come comete di colore e i grattacieli cubici in lunga successione riempivano tutto il finestrino che sembrava un muro intarsiato di rettangoli. Stava in piedi appoggiato con la testa ad una sbarra di metallo e dal tetto pendeva un televisore e nel riquadro si sovrapponevano le immagini colorate della Rete che conteneva tutto ed era in perpetua espansione tendente all’infinito. Se gli si digitava un nome o anche un po’ di lettere ammucchiate in fila la Rete forniva una serie di dati sterminati e questi dati rimandavano ad altri dati ancora assemblati in piccoli riquadri che a loro volta erano grappoli di porte verso altre direzioni.
Fritz tolse gli occhi dalla Rete e guardò fuori dal finestrino, il tram stava viaggiando in un altro luogo della città e Fritz s’accorse che le cose avevano cambiato di colore come le squame della pelle di un serpente nel susseguirsi del suo lungo corpo.
Arrivato nei quartieri vecchi i palazzi screpolati erano a lui nuovi, le luci accese delle finestre illuminate suggerivano l’immaginazione del mondo dentro quella luce e l’aria della sera gli era entrata dentro nelle orecchie e rendeva il mondo un po’ attutito. Fritz guardava un uomo zigrinato dalle rughe seduto su una sedia che teneva in mano delle forme un po’ panciute. Tra poco sarebbe stata sera e Fritz gli chiese dove doveva andare per arrivare in fondo alla città e vedere cosa sarebbe poi venuto dopo. L’uomo indicò a Fritz col dito di andare verso la stazione e disse di prendere il primo treno della notte.
Fritz camminava passo dopo passo e si lasciava indietro una lunga fila di portoni, le persone che incontrava in strada fluttuavano nei pensieri della sera, come sembrava a Fritz, perché le facce erano un po’ più silenziose. Voleva prendere il treno della notte e di mattino essere da un’altra parte in un luogo senza case screpolate, allora camminava passo dopo passo quasi in fretta.
Ma poi c’era un portone aperto e Fritz si fermò a guardare coi piedi sulla soglia, nell’androne era un po’ buio e si distingueva solo una scala obliqua che saliva verso gli altri piani. Forse per il colore verde dell’intonaco sui muri a Fritz sembrò in quel posto di esserci già stato e che voleva ritornarci, non c’era più bisogno di prendere il treno della notte.
Faceva scivolare il palmo sul corrimano mentre saliva piano dopo piano. Dalle porte chiuse degli appartamenti a volte percepiva dei rumori attutiti e Fritz tendeva l’orecchio divertito, non capiva nella semioscurità se quei suoni venissero da fuori o dentro di lui. Arrivò all’ultimo piano dove una briciola di luce filtrava da una botola in soffitto, Fritz allora prese una scaletta e la fissò al gradino della botola poi salì lentamente, spalancò il coperchio e fu inondato dalla devastante chiarità del cielo.
Era nel tetto, tra le antenne ed i comignoli e il sole liquefatto affondava tra i palazzi all’orizzonte. Intorno a lui le case si ammucchiavano in ogni direzione e Fritz pensando saltava come un gatto in mezzo ai tetti, iniziò ad immaginare cosa sarebbe venuto dopo quell’immensa confusione e poi pensava a tutte le persone amiche e a domani cosa sarebbe stato, amava il mondo Fritz e tra poco sarebbe ritornato nelle strade tra la gente.

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