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ARGO N. 6_Mirco Mungari: «L'america vista da Crotone»

«’I ’mericanati» erano i film western; mio padre aveva dieci o dodici anni, e per i ragazzini scalzi dei quartieri vecchi erano uno svago esotico e raro. C’era un solo cinema a Crotone, all’epoca fuori città; per arrivarci bisognava uscire dal centro, e percorrere un tratto di periferia desolata: ma il cinema era una cosa speciale, e valeva la pena camminare sui sassi e nel fango d’inverno, nella polvere e tra gli sterpi d’estate, per andare a vedere i cowboy e gli indiani con le penne.

Crotone è città di mare, e il mare d’estate è un punto d’incontro; negli anni Sessanta i turisti erano pochi, e la grande spiaggia che incornicia i rioni del Carmine e della Marina, fino al porto vecchio, era invasa dalla gente comune, dai bambini, dai giovani. Si esce di casa e si va al mare: tutto stava là, gli amici, la piazza, il mondo. Sulla spiaggia, nei lidi fatti di baracche di legno, circolavano i pettegolezzi e nascevano i miti; e sulla spiaggia arrivavano le novità, i prodotti esotici e sconosciuti che venivano da Oltreoceano. Il primo, forse non in ordine di tempo ma certamente d’importanza, fu il flipper; l’aggeggio luccicante soppiantò in breve il pallone, in pochi anni ne nacque una vera cultura. Mio padre racconta del flipper come di un’arte: è un gioco fatto di impercettibili spinte, di traiettorie calcolate ad occhio, di colpi calibrati all’estremo. I primi flipper apparvero nei baracconi dei lidi estivi, e quello rimase il posto deputato all’arte della pallina anche quando i modelli più sofisticati apparvero nei bar; un qualcosa di analogo avvenne, per quelli della mia generazione, coi videogame. Si giocava d’inverno al bar, ma le vere partite, quelle che duravano giornate intere, erano quelle di luglio, e si giocava scalzi, coi piedi sporchi di sabbia.

E l’America era l’Altro, l’ignoto; i vecchi non si fidavano, i giovani erano affascinati. Crotone è città di porto e di frontiera, vive da maggio a settembre, poi si riassopisce ai primi freddi; la spiaggia resta vuota e deserta, a camminarci scalzi è gelida. Ai bambini restava il sogno dell’estate, portato via dai primi acquazzoni a settembre. La spiaggia era il luogo dove l’America era tangibile, da idea estemporanea e vaga diventava musica, parole, colori; ogni lido era un centro d’aggregazione, un medium forse più potente dell’allora nascente televisione, una grande piazza in cui le idee circolavano, le mode si diffondevano, i miti prendevano corpo. Gli anni Sessanta erano gli anni degli eventi di massa: ogni novità, ogni divagazione dal quotidiano si viveva insieme. Così, nelle sere di luglio, qualcuno portava per strada il televisore nuovo, e tutta la via si trasferiva sui marciapiedi. Non importava ciò che si stava a guardare; era la televisione in sé, il nuovo, a dare spettacolo. Ma la spiaggia era meglio. Non c’era mai silenzio, nei lidi sul lungomare; il traffico delle automobili si fondeva con le canzoni dei juke-box. E al mare, come diceva il grande Rino, s’imparavano le canzoni, che dal mare partivano con gli emigranti; i treni di ottobre diretti in Germania erano grandi festival canori.

Forse è difficile capirlo, se non si nasce al Sud; mi si consenta il sentimentalismo. Ciò che voglio descrivere è il distacco, il miscuglio di senso pratico, rassegnazione e fede pagana con cui il calabrese di mare percepiva e percepisce il mito. L’America è arrivata, e noi l’abbiamo trasformata in un’atmosfera di metà luglio, caldo afoso di primo pomeriggio, l’aria di vetro e il mare calmissimo; due ragazzi col costume a pantaloncino (ancora non si chiamavano boxer) passeggiano scalzi sul lungomare, e da una baracca di legno si alza, gracchiante, la voce di Elvis.
L’America non è stata per noi la frontiera, il sogno di ricchezza. Forse i calabresi la ricchezza non l’hanno mai sognata, perché dalle mie parti una delle prime cose che s’insegnano ai bambini è che sognare fa male, e i sogni non si mangiano. Chi partiva andava in Emilia, in Piemonte, in Germania; i paesi si spopolavano a settembre, ognuno chiudeva il suo pacco di cartone, comprava le riviste per ingannare il tempo in treno, e partiva. Le baracche di legno sulla spiaggia sparivano in pochi giorni, e la sabbia tornava fresca, poi gelida. Per ultima arrivava la pioggia a portarsi via l’America.
In America, del resto, non ci andava nessuno, e nessuno sognava di andarci. Qualcuno, prima della guerra, aveva tentato la fortuna in Argentina; molti erano i mietitori che d’inverno andavano a lavorare nelle fattorie del Mar del Plata, e tornavano in Calabria a maggio per la mietitura. Ma nessuno si faceva illusioni sull’America. La nostra America stava a nord; non importava dove andare, bastava prendere il treno e spostarsi a settentrione: il sud si è sempre sentito Sud, d’Italia e del mondo. E anche chi andava lontano, andava a lavorare, non a fare affari. I viaggi, poi, erano lunghi per definizione; il calabrese non è avvezzo agli spostamenti brevi. La frontiera tra il mondo conosciuto e l’ignoto era il binario della stazione, i tre gradini d’acciaio della scaletta; saliti in carrozza, iniziava il viaggio, che era viaggio dei sentimenti prima ancora che dei chilometri. Il treno porta lontano; non esistono, in Calabria, viaggi in treno brevi. E nella mia infanzia il treno era questo: il mistero, e la distanza.
Il cambiamento è stato inesorabile e profondo; l’America oggi non esiste più. Ma l’America dei calabresi non è mai stata un sogno: forse era un’infatuazione ingenua, di quelle che ogni gioventù attraversa. L’unica cosa che i vecchi ricordano degli americani sono le coperte verdi da cui si facevano cappotti.
A volte, parlando con chi è nato trent’anni prima di me, mi sento quasi sfortunato; sono nato nell’era del benessere e del progresso, ma non ho vissuto nulla del cambiamento, ho trovato tutto già pronto e apparecchiato, non ho visto nulla cambiare. Forse, soltanto i soleggiati anni Ottanta, dalle estati interminabili e caldissime, avevano ancora qualche brandello di novità, qualcosa di cui ancora stupirsi. Al cinema, io ci andavo poco; ai tempi di mio padre, «’a ’mericanata» era un evento, oggi gli western neanche li proiettano più.

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