Press "Enter" to skip to content

ARGO N. 6_Valerio Lucidi: «Come l'acqua con la roccia»

La narrativa di Etgar Keret e l’americanizzazione di Israele

L’intervista è stata raccolta il 26 luglio 2002,
al termine di un incontro fra Etgar Keret
e lo scrittore algerino Rachid Boudjera,
svoltosi eccezionalmente nella Sinagoga di Ancona,
nell’ambito del Klezmer Musica Festival

Abbiamo il piacere di ospitare su «Argo», con una breve intervista e un racconto entrambi inediti, uno scrittore israeliano molto apprezzato in patria soprattutto dalle nuove generazioni, per le sue sceneggiature, i suoi libri di novelle e di fumetti. Il suo nome è Etgar Keret. A lui, prima che di donarci un breve racconto, abbiamo chiesto di rivelarci la natura del rapporto suo e degli israeliani suoi coetanei con la cultura americana, consapevoli della ben nota parentela, sia politica, sia economica, che culturale, che intercorre fra Israele e gli Stati Uniti. A lui che pubblica abitualmente i suoi lavori a New York e che dunque rappresenta un interlocutore ben inserito nel meccanismo “imperiale”, capace perciò di fornirci una visione privilegiata.
Si può dire che Israele è uno dei paesi più americanizzati del mondo?
Di più, Israele è il più americanizzato in assoluto. Gli giovani israeliani si sentono per metà americani. Basti dire ciò che è successo negli Stati Uniti l’11 settembre dello scorso anno è come se avesse colpito Israele stesso.
E tu come consideri il fenomeno?
Io penso che l’americanizzazione sia molto pericolosa perché si tratta di una forma di imperialismo molto liberale, che proprio per questo penetra a fondo.
Pensi anche tu come l’imperialismo americano sia simile a quello romano?
Sì, esattamente. Anche i Romani lasciavano apparentemente intatti usi e costumi del luogo che conquistavano, ma poi solo chi lavorava per loro, entrando dunque inevitabilmente a far parte del sistema, poteva permettersi un livello di vita dignitoso, mentre gli altri divenivano sempre più poveri. Così oggi: se lavori per la Pepsi guadagni bene, altrimenti fai la fame.
Ma anche tu, quindi, che scrivi in inglese e non nascondi chiari riferimenti all’immaginario americano, sei in qualche modo un ingranaggio del sistema?
La cultura americana influenza tutti, non puoi sottrarti. È un sistema estremamente aperto. Non ti spinge a contrastarlo. E anche se cerchi di combatterlo, sarai fatalmente assorbito per contrasto. Diventerai un “anti-americano”. Che Guevara era anti-americano, eppure se vai in una Repubblica delle banane del Sudamerica (diretta emanazione della CIA, ndr) e compri una maglietta del Che, in realtà finanzi l’azienda statunitense che ha prodotto la t-shirt.
Dunque non c’è nulla da fare?
L’America è come il Judo: usa la forza dell’avversario per ritorcergliela contro. Io ho praticato un po’ di Aikido e il principio è lo stesso.
Ma il discorso potrebbe valere anche all’inverso: cosa significa ritorcere contro l’America la sua stessa forza?
Significa utilizzare i suoi mezzi per criticarla.
Di seguito pubblichiamo il racconto Crazy Glue, che come accennavamo ci è stato gentilmente donato dello stesso Keret, racconto che testimonia delle molteplici influenze subite dalla sua narrativa nei confronti della cultura americana e della sua capacità di risintetizzarle in una chiave ironica e dissacratoria tipicamente ebraica.
A questo proposito non è casuale la scelta di pubblicarlo nella versione originale (la traduzione sarà disponibile su Internet, nella versione digitale del presente numero di Argo).

         

Condividi