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Clochard | Racconto di Antonio Merola

Percorrendo Rue Joseph de Maistre, nel punto in cui Rue Durantin si congiunge con Rue Garreau, vicino al grande cimitero di Montmartre, c’è un piccolo parco dove la domenica pomeriggio ero solito andare a passeggio.
Quel giorno, urtato da due bambini che si rincorrevano all’ingresso, dopo aver percorso il piccolo ruscello dove le anatre si beffano dell’uomo, mi misi a sedere su una panchina.
A un certo punto vidi, sul ciglio della strada, proprio di fronte a me, un comodino.
Sembrava almeno del 1950, per quanto ne potessi sapere io della storia dei comodini. Era sporco, completamente, e disgustava la vista. Il suo manto di un marrone Russet si mescolava a una tonalità di Bistro, che assumeva a tratti una maschera di Ardesia, un grigiume turpe, fuligginoso, che si concentrava in piccoli atolli.
Se ne rimaneva lì, immobile, fiero e altezzoso, in mezzo alla moltitudine della gente.
Sopra il comodino, una bottiglia di Bourbon aperta, piena per un quarto, coceva lentamente sotto il calore del Sole. Nell’aria un fastidioso odore di whiskey, vomitevole, quasi raccapricciante, nauseabondo. Alla bottiglia mancava il tappo: girovagai con lo sguardo sul terreno ed eccolo, proprio lì, in mezzo al fango dove alcune formiche, velocemente, si muovevano sulla plastica, in modo circolare, leccando via le piccole goccioline rimaste al suo interno.
Tornai con lo sguardo al Bourbon: l’etichetta era strappata. Riuscivo a leggere solo Jim Be… e poi null’altro.
Jim Beam, di questo ne ero sicuro.
Jim Beam‘s Choice, Jim Beam Black, Jim Beam Rye: tutti whiskey di riprovevole qualità, acquistabili a un prezzo modesto, che la ditta Jim Beam produceva da decenni.
Piccoli laghi di Bourbon squamoso, quasi solido, erano sparsi su tutta la testa del comodino. Il sole aveva reso quelle macchie appiccicaticce, dando l’illusione che avessero fatto del mobiletto la loro casa, come fossili, che fossero lì da sempre, in attesa che qualcuno le scovasse. L’odore di whiskey nell’aria si confondeva a un altro fetore…
Una signora ben vestita, di un tessuto d’epoque bal de Versailles verde acceso e un copricapo piuttosto bizzarro, lanciò un’occhiata disgustata al comodino:
«C’est dégoûtant! Il dégage une odeur ripugnante!»
Il legno ammuffito emanava infatti un odore rivoltante, già percepibile attraverso la vista, prima ancora che con l’olfatto.
La donna si allontanò in fretta, strattonando l’amica che le teneva il braccio. Scomparvero lungo il viale dove, d’estate, alberi fioriti proteggono giovani amanti da sguardi indiscreti.
Il comodino era tagliato da due cassetti e sotto il secondo i ragni avevano tessuto una tela intricata, a mo’ di una folta barba grigia. Piccole mollichine di cibi diversi erano impigliati in quell’intrigo di aracnidi.
Sulla vetta di quella montagna di sozzura, ancora più in alto del Bourbon, se ne stava placido un libro: le pagine apparivano rovinate, ma non a causa dell’usura del tempo, bensì per l’avidità con cui qualcuno doveva averle sfogliate e la copertina, un tempo rossa, aveva assunto adesso le tinte di un Bordeaux consunto.
Rimasi incantato a osservare quel titanico racconto: Les Chantes de Maldoror di Lautréamont. Il dattilogramma del tormento dell’uomo ottocentesco donava tuttavia un po’di luce a quella tetra e sporca figura, a quel comodino che sapeva di abbandono.
Splash!
D’improvviso la scarpa in pelle marrone di un distinto signore scivolò leggera su una pozzanghera di vomito, suscitandomi un sorriso e riportandomi nel reale. 
«Il faudrait pas vous permettre d’entrer là!» disse, perdendo appena l’equilibrio, senza però scivolare stramazzando al suolo.
Non mi ero accorto di quel succo gastrico, fino a quel momento, eppure il viscido liquido giallo era lì, accanto alla zampa sinistra del piccolo arredo di legno.
Anche l’odore mi era rimasto nascosto, confuso dalla muffa e dal whiskey. Ero comunque sicuro che quel mobiletto non fosse uno straniero, come quel signore aveva dichiarato. Questo perché, tra le vecchie increspature, intorno ai pomelli, due per cassetto, sfoggiava decorazioni floreali in stile Luigi XVI, prova inconfutabile di appartenenza alla nobile terra di Francia… o almeno di esserne un perfetto imitatore.
Passò vicino al comodino un ragazzo, e lo ignorò.
Mi incuriosii: come poteva ignorare una cosa così disgustosa e tanto affascinante nell’insieme?
Il suo lezzo non gli disturbava almeno l’olfatto?
Se fosse stato così, anche non degnandolo di uno sguardo, avrebbe sicuramente storto le narici, con fare disgustato.
Invece nulla!
Passò una famigliola, padre, moglie e bimbetto in carrozzina. Lo ignorarono.
«Ma è proprio lì, dannazione! Possibile che non ve ne rendiate conto?» mormorai sorpreso tra me e me.
Passò un signore anziano: camminava molto lentamente, reggendosi su un bastone arcuato.
«Probabilmente, lui se ne renderà conto! Cammina troppo piano per non accorgersene.»
L’anziano signore si accostò, camminò, e oltrepassò il comodino, il tutto senza guardarlo.
«Che triste destino è il tuo, mio povero comodino!»
Andò avanti così per tutta la mattinata: passò di lì un giovanotto imbellettato, con una giacca verde scuro e una cravatta verde chiaro a pois rossi, due bambini che si rincorrevano, poco dopo la loro mamma, e ancora un signore con un cappello nero, un ragazzo in bicicletta, una donna con degli orribili occhialacci da sole che sfoggiava con altezzosa superiorità; persino un uomo, che si fermò proprio di fronte al comodino, estrasse dalla tasca destra di un pantalone di lino un pacchetto di fiammiferi, si accese un sigaro e se ne andò, e molti altri, tutti comportandosi allo stesso modo: non degnarono di uno sguardo, né di una parola il povero comodino.
Il crepuscolo scendeva sui lecci e i sugheri, i cui raggi tagliati dai pini disegnavano sul terreno strane forme; tutti ritornavano alle proprie case, mentre la luce sbiadita avvolgeva la Francia come una coperta, lasciando il posto alla notte sulle pianure settentrionali, fino ai valloni dell’alta Normandia, spostandosi dal litorale selvaggio della Bretagna fino ai dolci pendii della valle della Loira, per poi morire, soffocata dalla vegetazione fitta delle immense foreste dell’Ardenne e della Lorena, e scomparire dietro le cime innevate dei rilievi montuosi.
La tregua era giunta per tutti, il parco cominciava a svuotarsi e io non potevo fare a meno di pensare al comodino, fantasma notturno che, piantato al suolo, avrebbe rallegrato le brezze che portavano con loro un vento gelido, invernale, di cui il suo legno sarebbe stato il bersaglio.
Dovevo lasciare un segno della mia presenza, almeno constatare se fosse reale… qualcosa mi impediva di lasciarlo solo. Controllai nella tasca destra del mio giaccone: una monetina da cinque franchi. La strinsi con forza, quasi come se quel pezzettino di metallo stesse divenendo il prolungamento del mio arto, non in modo violento, ma come una carezza. Guardai il comodino e dolcemente gli lanciai contro la monetina, che colpì il legno della sua gamba sinistra, per poi cadere in terra:
«Merci, mon bon ami

 

         

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